lunedì 30 settembre 2013

SE LA PENTOLA SI ALLARGA TROPPO, IL COPERCHIO "B" POTREBBE NON BASTARE PIU'

Proviamo a fare un quadro delle macro-tendenze politico-economico-finanziarie che agiscono nella situazione attuale.

Per comprendere il fattore apparentemente più eclatante - uscita di scena del leader ventennale del maggior partito di area "moderata"- dobbiamo focalizzare un suo errore strategico colossale.
Con l'avvertenza che questo "fattore" vive, ormai, probabilmente, solo sul piano mediatico-esteriore e, quindi, neppure rimarrà come veramente sostanziale in tutta la vicenda. Ed infatti, le conseguenze di questo errore appaiono, ormai, irreversibilmente all'opera e, al tempo stesso, potrebbero divenire "rivelatrici" (cioè involontariamente smascheranti) di una più ampia evoluzione (che emergerà nel seguito del nostro "racconto").

Dunque, l'errore strategico.
Questo ha a che vedere con il concetto di monopolio quale si configura all'interno del neo-liberismo "no-limits", affermatosi con Maastricht.
In linea teorica (dovremmo precisare: statica), in un ambiente "liberista", che cioè esclude l'intervento dello Stato lasciando ogni correzione al "mercato", in quanto unica forza "naturale" razionale ed efficiente, un monopolio corrisponde simultaneamente ad una posizione di forza (rendita) sul rispettivo mercato e ad una posizione di influenzamento-capture del governo.
Stiamo ragionando, infatti, del liberismo , cioè della ipotesi del "controllo istituzionale" delle dinamiche sociali da parte del capitale, secondo l'ipotesi di Kalecky: cioè un costituzione materiale oligarchica che si riprende ciò che, ormai solo formalmente, era "concesso" dalla Costituzioni democratiche.
Solo che questa condizione teorica di monopolista, sempre nella stessa ipotesi liberista, è transitoria: più i mercati si aprono più è probabile che altri operatori si aggiungano, rimuovendo per forza "evolutiva" irresistibile, le eventuali barriere all'accesso sul mercato (precedentemente in situazione di monopolio).
In effetti, dal "colloquio Lipman" emerge come il monopolio sia o una patologica iniziativa dello Stato, in odiosa tutela di "privilegi" di soggetti ritenuti immeritevoli (es; servizi pubblici gestiti dallo Stato con politiche tariffarie variamente "socializzate" a favore della massa degli "utenti-cittadini"), ovvero, una condizione destinata a cessare non appena l'accesso al mercato si apra, sempre più, nella sua naturale dimensione sovranazionale, costituendo, nella dissoluzione degli Stati nazionali, la "Grande Società", affidata all'equilibrio dei prezzi, stabiliti dalla incessante evoluzione naturale della competizione tra proprietari-operatori economici.

In un certo senso, questo trend si è, in parte, rivelato vero: si pensi, per rimanere in tema e, quindi, quanto al mercato dell'industria televisiva, all'irrompere del satellitare (sul digitale stendiamo un pietoso velo), che ha visto il consolidarsi di un "nuovo" monopolio (in realtà un oligopolio, con la tipica differenziazione formale del sistema contrattuale per l'utenza e dell'utilità erogata), che ha assunto tale veste solo se rapportata alla segmentazione di tale mercato, con la quale si è cercato, artificiosamente, di frenare la evidente irregolarità del pregresso duopolio...che tale, in fondo, non era.
E non lo era perchè si trattava del mercato televisivo che è strettamente intrecciato con quello della informazione. Il principale canale di informazione per l'opinione pubblica.
Quindi, in una fase iniziale, (che nell'ambiente "liberista" è intrinsecamente provvisoria), si è registrata una situazione di vantaggio nella comunicazione che poteva avere, ed ha avuto, decisive ricadute politico-elettorali, orientando appunto, su questo piano, le scelte di una parte consistente dell'elettorato.
E ciò aveva come ulteriore ricaduta, ed è questo il passaggio più volte dimenticato, di lasciare al fruitore della rendita politico-elettorale derivante dal monopolio privato del mercato televisivo, una notevole prospettiva di controllo "quasi-totalitario" del sistema: grazie anche all'affermarsi del sistema elettorale maggioritario, ed alla legislazione a governance parlamentarizzata sulla televisione-servizio pubblico, la rendita politico-elettorale così inestricabilmente costruita a partire dal settore "privato", dava diritto anche ad essere "azionista di riferimento" del sistema pubblico di informazione.
Con alterne vicende, nel corso del ventennio di funzionamento di questa duplice proiezione della rendita di posizione del monopolista, ma, comunque con un certa efficacia.

Solo che, in primo luogo, si confermava, appunto in una certa misura, che la evoluzione tecnologica, intacca naturalmente le posizioni di monopolio; anche se, per la verità, instaurando, in loro vece, mercati oligopolistici, ove i pochi(ssimi) incumbent si suddividono le rendite con patteggiamenti oscuri, per gli utenti, ma prontamente ratificati dalla legislazione e dalla "regolazione" ("indipendente"...).
Cosa che conferma la formula neo-liberista del "controllo istituzionale" ed elide, in partenza, la già pallida efficacia della disciplina (europea) in chiave antitrust. La quale ammette gli oligopoli col limite del "non" abuso della posizione dominante, ma quest'ultimo è difficilissimo da rilevare, specie in caso di assetto di mercato normativamente predisposto.

Ma la ulteriore dinamica di superamento della rendita di monopolio (televisivo privato) in proiezione politica, peraltro ancor più efficiente di quella ora evidenziata, si è sviluppata per altra via.
La finanziarizzazione del controllo dei mass media, in primis i "giornaloni" (non solo in Italia), e l'inarrestabile rafforzamento della prevalenza del diritto europeo, cioè della situazione di controllo istituzionale sovranazionale, a seguito di una ben nota situazione di crisi. Che, peraltro, era programmaticamente non solo prevedibile, ma anche puntualmente attesa (cfr; fatidico Financial Times del 4 dicembre 2001).
A quel punto, infatti, è scattata una situazione emergenziale assoluta, in cui- attenzione- la crisi era di quelle istituzionalmente ingestibili, a causa della perdita della sovranità monetaria, già iniziata con il "divorzio" e accentuata dalla BCE indipendente "pura"; questa crisi non indicava, in realtà, sul piano dei fatti e dei dati, una prevalente responsabilità del monopolista televisivo, in quel frangente anche "controllore" politico. Ma, mediaticamente, questa responsabilità gli è stata comunque attribuita.
Con ciò nascondendo la cause reali della crisi -questa moneta unica e questo trattato-, e dando luogo ad una colossale falsificazione sui "rimedi", costruita sulla omogeneità, sovranazionalizzata, delle reiterate versioni falsificate circa la urgenza di questi pseudorimedi; programmati a tavolino da decenni, per fini del tutto diversi dalla risoluzione della presunta crisi.

E' chiaro che il "monopolista", divenuto sul piano economico, un oligopolista, (tra l'altro, partecipe del sistema occultamente concordato di esenzione dal rilievo giuridico-economico dell'abuso di posizione dominante), si è trovato in una situazione politica del tutto "minorata":
a) da un lato non poteva rifiutare la versione strategica della crisi e dei suoi rimedi quale programmata dalle stesse forze che, in qualche modo, lo avevano fino ad allora legittimato e lasciato nella sua posizione di rendita;
b) dall'altro, quand'anche lo avesse fatto in modo aperto, avrebbe anche, simultaneamente, autodenunciato se stesso come iniziale partner del disegno (quand'anche "riluttante"; ma il discorso non cambia).

Nell'attuale situazione, si sta rivelando, nella sua assoluta prevalenza, l'importanza del controllo istituzionale sovranazionale esercitato dalle elites oligarchico-finanziarie, che fruisce di un compatto monopolio di interpretazione non tanto e non solo delle norme europee che rispondono all'attuazione della strategia iniziale, quanto della interpretazione della stessa crisi, in funzione negazionista di ogni evidenza dei fatti, imponendo norme e ragioni della crisi come dogmi.
Cioè come certezze unquestionable che, mediaticamente, in un circuito tra autorevolezza assolutamente presunta e spinta "credibile" dell'idealismo "europeo", finiscono per precostituire ogni possibile descrizione della realtà disponibile ai cittadini, e ogni possibile schema di azione di chiunque si trovi a governare gli interessi nella Nazione.

E questo con una capillarità ed una forza persuasiva che la rozza contrapposizione per slogan, offerta in chiave di competizione politica nazionale dall'ex monopolista, non aveva mai posseduto.

Dunque l'errore del "monopolista" è stato esattamente quello di sottovalutare la forza inarrestabile della direzione impressa alla società italiana da Maastricht e dai successivi passi della costruzione €uropea: il credere cioè, come tutt'ora pare credere, che lo stemperamento-dispersione della sovranità nazionale, potesse colpire solo gli interessi sociali, il welfare, la tutela del lavoro e dell'occupazione, e non anche le posizioni di monopolio garantite a livello nazionale, che traevano la loro forza, come insegnavano le vicende dei decreti-Craxi antisequestro dei ripetitori e della legge Mammì, proprio dalla preservazione di questa sovranità.

Di quella stessa sovranità nazionale rispetto a cui la perdita di quella monetaria, era inevitabilmente (fin da Maastricht) programmata per erodere quella fiscale, e quindi, in definitiva ogni possibilità di manovra dell'"Esecutivo" nazionale.
Questa clamorosa incomprensione della portata della dispersione della sovranità, trova conferma attuale nella altrettanto clamorosa cantonata, presa dall'ex monopolista: e cioè pensare che il problema da lui incontrato, consistesse nella debolezza istituzionale dell'Esecutivo, costretto a ragionare e mediare con i Poteri parlamentare-legislativo e amministrativo-localistico, oltre che, naturalmente, con il Potere giurisdizionale (che si ha un bel dire a voler definire "ordine" e non Potere; si tratta solo di una ristretta ed elittica visione dell'art.104 Cost. che, se letto in buona fede, non lascia spazio ad equivoci).
Dunque, il monopolista è stato ed è tutt'ora vittima non tanto del Potere giurisdizionale: questo "fronte" è, in fondo, un fatto determinato da "contingenze", conseguenti alla debolezza culturale nel proporre la propria legittimazione come governante, fondandola eccessivamente sulla qualità di monopolista (in realtà a protezione pubblica genetica) e narrandola, inopportunamente, come merito di "grande industriale".
Egli è stato piuttosto vittima (tutt'ora, pare, inconsapevole) del processo di dispersione della sovranità, che non ha scorto e che, comunque, non intendeva contrastare, preferendo, anzi, fare propri la gran parte dei temi neo-liberisti, intesi come "jingles" differenzianti rispetto ad una presunta sinistra-comunista.
Quest'ultima, invece, non esisteva più nelle forme rudimentali condensate in quei "jingles", che, per un consistente periodo, sono servite per calamitare il consenso (iniziale e successivo, ma in posizione di forza, come abbiamo visto, in costante erosione).
La c.d. "sinistra", anzi, aveva consolidato e strutturato, in termini di radicale ridisegno, praeter Costitutionem della legislazione interna, il patto d'acciaio con le forze neo-liberiste sovranazionali.

Quando, infatti, il monopolista si è trovato a contare i suoi alleati in campo europeo, - com'era costretto a fare dalla natura della crisi "strategica" che si era trovato, proprio lui a fronteggiare, (al posto dei nostri compartecipi nazionali a tale programmazione)-, ha dovuto constatare lo scavalcamento "€uroliberista" da parte della cosidetta sinistra: scavalcamento non tanto " a destra", definizione che sarebbe del tutto impropria, quanto appunto sul piano del "rigore-ortodossia" nel neo liberismo.
Cioè, in pratica, sul piano del metodico perseguimento di un DISEGNO RESTAURATORE DEL CAPITALISMO ANTE CRISI DEL '29, legato, sul piano ideologico-politico a von Hayek e, sul piano economico più "applicativo" (espresso nei meandri delle policies patteggiate da banchieri e consulenti finanziari incaricati di governare l'UEM), al monetarismo e alla sua evoluzione, neo-classica, delle supply side economics; tutte diramazioni della teoria economica, comunque, favorevoli alle oligarchie finanziarie e alla ossessione antistatale, antiinflattiva e antilavoristica.

Insomma, ormai la sua, apparentemente irresistibile "caduta", pare legarsi alla incomprensione storico-economica, - strategica, e, nell'attuale, persino tattica-, dei veri rapporti di forza in una Nazione derubricata, per scelta ormai violentemente operativa, a provincia di un sacro romano impero, occasionalmente germanico, ma in realtà liberista, elitario e finanziario; ciò che sta facendo dell'Italia, dall'inizio del suo affermarsi, il più grande (per dimensioni) esperimento di neo-colonizzazione mai tentato in Occidente da almeno 5 secoli.

Ora, l'unica via d'uscita che può avere chi sia oggetto di un attacco finale da parte delle forze, sovranazionali e nazionali, che mirano a questa neo-colonizzazione, sarebbe logico supporre, sarebbe quella di sganciare la propria posizione in modo netto da questo sistema di complicità.
Ma ciò risulta, psicologicamente e culturalmente, molto difficile, se non del tutto improbabile: tant'è vero che la parte più consolidata di questo sistema di potere ragiona ormai su orizzonti che scontano la uscita di scena del partner "liquidato" e ormai, ai loro occhi, fuori dal "patto di sindacato" di controllo.

Il che, tuttavia, non impedisce che, in prospettiva, questa "epurazione" sia un segno di eccessiva sicurezza: perchè la forza monopolistica mediatica del "controllo istituzionale sovranazionale", perderebbe, entro poco, il "villain", la cui presenza in scena era fondamentale per poter proseguire, contro ogni realtà dei fatti, nella falsificazione su cause e rimedi della crisi.Il che apre uno spiraglio di incertezza (almeno questo) sulla efficacia e sulla irreversibilità della "loro" strategia di distruzione della democrazia dei popoli.




domenica 29 settembre 2013

E CHI TI DICE CHE SIA UNA DISGRAZIA?- 2

Solo per dirvi che in fondo non interessa, più di tanto, questo.
E neppure questo.

Si tratta di giochi interni al PUD€ in stato confusionale. Che alla fine cercherà sempre e solo un sistema per accontentare la Merkel. E realizzare il programmino "commissariale", attualmente suicida.

Lo splendido post di Riccardo, mi ha messo di buon umore.
E insomma, quello che poi conta, è che, tra le macerie, posatosi il polverone attuale, si ritrovi la via dell'interesse democratico nazionale. L'unico possibile. Come ci viene illustrato da lontano (ma non troppo) e non è difficile da comprendere "mutatis mutandis":
"We live in sovereignty and dignity; no longer dominated by the North American empire…no longer being blackmailed by the International Monetary Fund (IMF),” he said, telling delegations gathered for the Assembly’s annual General Debate that when Bolivia had freed itself politically and economically, its social conditions had changed radically for the better.

Mr. Morales went on to say that while some of the statements he heard this week espoused peace, democracy and social justice, when he looked at the actions of the speakers – military intervention, blocking airspace, espionage and using companies to spy on private citizens – he wondered, “just what kind of peace and social justice are they talking about?”

“Those like the United States who follow such a course can not believe that they are masters of the world. They are not,” he said, stressing that if the Obama Administration and its allies really wish to fight terrorism, they should do so with policies, not military bases. If they really wanted to fight intolerance, they would do so with education, not weapons.

Citing a raft of grievances against the current Administration in Washington, he urged the international community to move to ensure that no President anywhere in the world be able to damage the lives of fellow human beings. “We must think of a world without hierarchies,” he said, appealing to all delegations to fight economic polices that damage humanity
".
E questo, poi, è il vero "Spirito" del superiorem non recognoscens, nei tempi, il principio di salvezza dei popoli dei Trattati di Westfalia (quelli storpiati dagli "internazionalisti" affascinati dalla finanza gerarchica e sovranazionalizzata).


sabato 28 settembre 2013

LA SOLIDARIETA' EUROPEA DI BABBO NATAL€

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo significativo post di Riccardo Seremedi. Esso ci mostra lo status della "solidarietà" €uropea. Quella che, taluni, in continuità con la omonima "costruzione", si ostinano a ricercare dentro Maastricht e ss.
Come dire: "Ridatemi la mia merenda! Ora basta! Me la rubate tutti i giorni!"..."Signora maestra, mi rubano la merenda e se la mangiano tutti i giorni!"...Segue rumore di schiaffi e spinte "Ma signora maestra, perchè chiude me dentro il bagno!?"
Dissolvenza incrociata e primo piano all'americana su bambino-bocconiano: "Di essere rinchiuso al bagno te lo meriti! E pure che ti rubino la merenda: hai vissuto al di sopra delle tue possibilità!" ("solidarietà" €uropea moralizzatrice e che aiuta ad emendare le colpe del "maialino" italico).
GREETINGS  FROM  ROVANIEMI

 Sono state fatte numerose ipotesi e illazioni sull'ultima visita di Olli Rehn a Roma.
Un insider BCE ( ancora Bini Smaghi? ), che ha chiesto di rimanere anonimo per paura di ritorsioni, ha svelato in esclusiva a questo blog i retroscena della vicenda; Babbo Natale, proprio lui, è rimasto alquanto contrariato dalle letterine ricevute da Saccomanni e Letta nelle quali i due monelli promettevano di comportarsi bene, di non sforare il rapporto deficit/PIL del 3%, di avviare le “ineludibili” riforme strutturali.
Malfidato e malmostoso qual'è, l'irsuto barbogio artico ha inviato tosto nella Città Eterna il suo ragazzo-immagine affinché annichilisca i progetti sediziosi del diabolico Duo.
Il Piccolo Aiutante di Babbo Natale ha parlato in assemblea alle Commissioni riunite di Camera e Senato “paraculeggiando” sull'asse Ferrari/Italia, cercando di ingraziarsi il favore dell'uditorio con la solita colluvie di luoghi comuni, creatività-sole-pizza-baffi neri e mandolino.
Com'era prevedibile, un così alto e ispirato discorso ha ottenuto il più vivo compiacimento proprio da Letta, Saccomanni e companeros che, recitando il mea culpa e cospargendosi il capo di cenere, hanno convenuto sulla bontà delle argomentazioni; per iniziare - casomai non ce ne fosse ancora abbastanza – più flessibilità in uscita: la proposta shock avrà piena attuazione nelle prossime feste natalizie con una riduzione significativa dei
pastorelli e degli zampognari nei presepi italiani, un aumento di competitività ottenuto con mobilità, taglio del 10% dei salari e cassa integrazione a rotazione: il presidente dell'INPS probabilmente non la prenderà bene ma, come si dice...Natale con i tuoi, Mastrapasqua
con chi vuoi.

Anche l'Albero con le sue luminarie dovrà subire, suo malgrado,  un decremento della luminosità del 20%, ritornando ai fasti dell'operazione “Cieli Bui” di montiana memoria.
Si preannuncia un inverno caldo, con scioperi a oltranza e rivendicazioni sindacali; i Re Magi hanno ritenuto di esprimere la loro contrarietà per bocca di Gasparri che, incalzato da Melchiorre e Baldassarre, ha tuonato: ”Ma quale esempio spagnolo, Lei è persona non gradita!”... “Rajoy e buoi dei paesi tuoi!”
Il leader di Scelta WCivica si è prontamente recato a porgere le sue scuse all'algido ospite per il gratuito e proditorio attacco; testimoni oculari hanno riferito di avere visto i due familiarizzare secondo la simpatica costumanza canina di annusarsi reciprocamente sotto la coda.
Il dovere è ciò che esigiamo dagli altri”, ricorda il motto di Alexandre Dumas che ben tratteggia l'obiettività di codeste proposte, le quali – assai meglio che all'interesse dei paesi cui si rivolgono – s'ispirano al positivo tornaconto dei popoli consiglieri.

Vulgata vuole che la Finlandia, paese con un'immacolata tripla A di rating, sia un'isola felice nel mezzo della tempesta; l'intransigenza mostrata sin dall'inizio della crisi rivela tuttavia la consapevolezza di una situazione economica meno solida di quello che ci viene presentato.
Cerchiamo di capire come stanno veramente le cose.

-  SCOPPIA  LA  BOLLA  E...  ARRIVANO  I  NOSTRI !!! -

Scavando nella storia recente della Finlandia scopriamo che a metà degli anni Novanta Babbo Natale e i suoi elfi non se la passavano affatto bene: il PIL finlandese era sprofondato al -13%, alcoolismo e soprattutto suicidi ( piaghe tuttora presenti ) falcidiavano una società presa a modello di virtù, con la disoccupazione che viaggiava spedita al 18%.
La crisi finnica era stata innescata da un processo che conosciamo molto bene: deregulation finanziaria con bolla immobiliare di contorno; i prestiti a lungo termine furono svincolati dal controllo della Banca Centrale e nel giro di un decennio i prezzi delle case aumentarono dell'80% provocando il collasso del settore immobiliare; i consumi calarono quasi del 13% e 450 mila posti di lavoro si volatilizzarono, una terribile mazzata per un paese che conta poco più di 5 milioni di abitanti.
A questo punto dovette entrare in scena lo Stato – il vituperato Stato – per tenere insieme i cocci; con il debito privato alle stelle, Helsinki procedette alla nazionalizzazione di alcune banche e in altri casi lo Stato garantì per loro mettendo sul piatto asset e immobili pubblici attraverso i COVERED BOND, evitando il ricorso alle privatizzazioni che al Club Med vengono richieste a ogni piè sospinto e che i Quisling nostrani amano assai.

L'intervento statale accrebbe il rapporto deficit/PIL che passò dal 14 al 58%, però la ripresa fu rapida e tra il 1994 e il 2000 il PIL stette su una media di +4,5%; i covered bond furono certamente uno strumento efficace, ma la differenza fu fatta dalla svalutazione della markka finlandese, che calò del 30% rispetto a dollaro e marco tedesco dando slancio alle esportazioni: dedicato a quelli che “la liretta” e “svalutare è immorale”.
Lungimirante fu anche la scelta di finanziare e potenziare l'Information Technology che passò dal 6,5% del 1991 fino al 23% del 2000; NOKIA fu una delle aziende che trasse grande impulso dalle provvide misure governative, passando da realtà di media grandezza e quasi sull'orlo della bancarotta dei primi anni '90 a multinazionale globale che da sola
forniva il 20% di export e 3% di PIL nel 2002.

-  PERMESSO,  POSSO ENTRARE ?  -

La success story finlandese si è notevolmente irrobustita con l'ingresso del Paese nella moneta unica, circostanza che ha incrementato le già fiorenti esportazioni,  portando nel 2011 il PIL pro capite a 35 mila euro senza dimenticare che la Finlandia , gravitando nell'area Euro tedesca, ha potuto giovarsi di tassi particolarmente vantaggiosi per il finanziamento del proprio debito.
Lo shock Lehman e soprattutto l'intrinseca struttura asimmetrica dell'Eurozona, aggravata dallo scellerato rigorismo tedesco, hanno dato avvio a un gigantesco “effetto domino” che, iniziato a sud, sta ora coinvolgendo i “duri e puri” ariani.
Le prime avvisaglie del declino si sono avute circa due anni fa quando, a causa di  strategie aziendali fallimentari ( mancato sviluppo smartphones ), Nokia ha cominciato a chiudere i propri store negli Usa e nel Regno Unito nonché due sedi in Cina.
La situazione è via via peggiorata e qualche settimana fa è stato annunciato l'acquisto di Nokia da parte di Microsoft per 5,44 miliardi di euro, con la probabile chiusura, a fine settembre, dell'ultimo stabilimento di Salo, con più di 10 mila dipendenti che rimarranno a casa entro la fine dell'anno.

E poiché le disgrazie non vengono mai da sole, anche il commercio di legno, carta e cellulosa – che aveva contribuito fino al 2011 per il 38% del PIL – è entrato in difficoltà con i due maggiori produttori di carta europei STORA ENSO OYJ e UPM – KYMMENE OYJ.
Il cazzotto è arrivato in pieno volto: RECESSIONE TECNICA.
I dati parlano chiaro: nel primo trimestre del 2013 il PIL è diminuito dello 0,1% dopo che nell'ultimo trimestre del 2012 era calato dello 0,7%; ancora più preoccupante è il dato su base annua che, rispetto al primo trimestre 2012, è calato del 2,1% portando a cinque anni consecutivi di deficit di bilancio.
Sia le importazioni che le esportazioni segnano il passo, con le seconde che crescono dello 0,9% rispetto all'ultimo trimestre del 2012 ma crollano del 4% rispetto al primo trimestre dello scorso anno.
Tutto il comparto industriale è in sofferenza con un -0,6% su base trimestrale e un -1,8% su base annua:
PRODOTTI ELETTRONICI (-12,8% su base annua)
PRODOTTI METALLICI       (-  9,3%)
PRODOTTI CHIMICI            (-  4,2%)
Male anche le costruzioni (-6,1%).
Il Ministro dell'Economia Jan Vapaavuori ha dovuto ammettere: “Il settore forestale e quello delle telecomunicazioni sono in crisi e la politica economica congiunturale non può risolvere il problema”.
Era la consapevolezza di quello che stava per arrivare ( ed è arrivato ) che probabilmente fece dichiarare al Ministro delle Finanze finlandese Jutta Urpilainen al quotidiano Kauppalehti: 
“La Finlandia si impegna a essere un membro della zona euro e stimiamo che l'euro sia benefico per la Finlandia. Tuttavia la Finlandia non aderirà all'euro a qualsiasi prezzo e siamo pronti a tutti gli scenari, compreso quello di abbandonare la moneta unica europea”, aggiungendo: “la responsabilità collettiva per i debiti e i rischi degli altri paesi non sono cosa a cui dobbiamo prepararci”.
Una logica ferrea, non c'è che dire, che decrittata diventa: so che Nokia e il settore forestale – praticamente le due sole frecce al nostro arco – sono messi male e non potendo fornire più alcun aiuto statale né tantomeno svalutare una moneta che non ho più, mi conviene uscire con tutti i bei soldini che ho racimolato prima con l'export e successivamente lucrando sui rendimenti dei bond Piigs, ritornando a una sovranità che mi consenta una certa elasticità di manovra per far fronte alle nuove emergenze: senza la Markka, marca male!
Lo stesso governatore della Banca Centrale finlandese Erkki Liikanen imputa alla struttura
poco diversificata dell'economia nazionale il momento difficile del paese.

-  IO  SPERIAMO  CHE  ME  LA  CAVO  -

Per fronteggiare l'imminente procella, l'esacoalizione-ammucchiata ( 2 mesi e 6 partiti per formare un governo: poi parlano agli altri di stabilità, vero Rehn?! ) guidata dal Primo Ministro Jyrki Katainen ha tirato fuori dal cilindro il solito coniglio ormai in via di consunzione: 1,3 miliardi di euro di nuove imposte e tagli alla spesa per 400 milioni di euro.
Con l'aumento delle tasse cresce anche la disoccupazione che nel primo trimestre 2013 ha toccato quota 8,8%, ben 0,8% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, con una diminuzione del numero di occupati dello 0,4% su base trimestrale e dello 0,9% su base annua.
A complicare ancor più le cose ci sono l'elevato debito dei sistemi pensionistici pubblici e un debito privato assolutamente fuori controllo, arrivato al 119% del reddito disponibile; la stessa Banca Centrale finlandese – per bocca del vice-governatore Pentti Hakkarainen - ha espresso forti preoccupazioni e un appello alla fissazione di un tetto ai mutui.
E così i probi finlandesi ci sono ricascati: il richiamo del mattone da usare come un bancomat è stato un boccone troppo ghiotto da rifiutare e adesso i tardivi sintomi di resipiscenza dei banchieri finnici sembrano il classico finale in cui il bifolco chiude la stalla da dove il maiale è scappato: la bolla sta per scoppiare un'altra volta, come conferma uno studio di Commerzbank.
In questo scenario in cui i prodromi di una valanga recessiva si stanno palesando chiaramente, il Governo tenta la carta dei VENTURE FUNDS per salvare l'economia: la speranza è di attirare investitori stranieri per 1 bilione di euro, disponibili  ad assumersi maggiori rischi e partecipare a futuri maggiori profitti, per lasciar linde e profumate le mutande dalla tripla A.
L'ingresso nell'Eurozona è stato per la Finlandia una tombola, come ammette serafico lo stesso Martti Salmi, capo degli affari internazionali del Ministero delle Finanze di Helsinki.
Nel 2012, grazie ai profitti su titoli greci, spagnoli e portoghesi in portafoglio, la Banca Centrale finlandese ha versato 227 milioni di euro nel bilancio statale, nel 2011 erano stati 180 milioni; quest'anno sono previsti 360 milioni di euro.
Non male per coloro che si tolgono il pane di bocca per noi sudicioni.
Sono più comprensibili, con le loro magagne in adamantina evidenza, le intemerate nei confronti della Grecia  - cui si voleva pignorare il Partenone, la “proposta” - come collaterale – del Colosseo per il via libera allo scudo anti-spread e tutte le condizionalità imposte ai paesi del Sud da questi moralisti in doppio petto; è la strategia con cui la Germania sta prosciugando un continente: fare la voce grossa con gli altri per nascondere i bubboni domestici.
Del resto quando c'è da conciare qualcuno per le Feste, Babbo Natale de Rovaniemi e a Bbefana de Berlino nun se bbattono.


venerdì 27 settembre 2013

CHE FINE HANNO FATTO I 900 MILIONI CHE L'U€ DOVEVA RISARCIRE AD ALITALIA?

Parrebbe, quello tra Lupi e Zanonato sull'Alitalia, un dissidio tutto di politica industriale, nel campo di una ragionevole "opinabilità". E naturalmente, Repubblica, che ce lo riporta, sottolinea il "pragmatismo" di Lupi, evidenziando, non senza un certo compiacimento (hayekkiano: che ci volete fa'? Sono tifosi di ....Renzi e Statospesapubblicadebitopubblicocorruzionebrutto), che, invece, Zanonato sarebbe "interventista".
Capperi! Interventista! Vi rendete conto? Si oppone ad una strategia di marginalizzazione del sistema industriale (e turistico) italiano e osa ritirare fuori la "politica industriale", quella che fa aumentare l'inflazione, privilegiando i livelli di occupazione e la crescita. Un bestemmia!

Per capire la questione Alitalia, ho trovato questo puntuale e informato articolo di Guido Gazzoli.
Ve ne riporto alcuni passaggi, perchè la vicenda che ne emerge dovrebbe bastare, da sola, a capire a che livello sia arrivato il liberismo €urotrainato della nostra classe politica:
"Come non ricordare infatti il 1998, quando proprio un'Alitalia IN ATTIVO, guidata da un manager che vi era entrato coi calzoni corti e un Presidente ingegnere aeronautico (fatto quasi illogico nela nostra mentalità politico-industriale), stava per trasformarsi, con l'intelligente fusione con l'olandese KLM, nella più grande compagnia aerea europea, con due hub altamente atrategici, Roma e Malpensa. Proprio l'apertura dello scalo varesino segnò l'inizio del crollo di Alitalia: la politica non solo si adoperò intensamente in infuocati conflitti campanilistici, più consoni al Basso Medioevo che non agli albori del terzo millennio, ma addirittura non mosse un dito quando l'UE, oltre a bloccare il trasferimento degli slot da Linate a Malpensa, decise che il prestito chiesto da Alitalia allo Stato, a condizioni bancarie estremamemente più dure di quelle concesse da Francia e Spagna quasi nello stesso periodo ai loro rispettivi vettori di "bandiera", non era da inquadrarsi come un'operazione finanziaria (sarebbe servita per uniformare la flotta di lungo raggio a quella olandese mediante l'acquisto di Boeing 747 di ultima generazione....), bensì come un aiuto di Stato e quindi passibile di sanzioni durissime, quali l'impossibilità di acquisire nuovi aerei, di praticare le tariffe più vantaggiose e di aprire nuovi scali. L'apertura di Malpensa da riscossa si trasformò in "de profundis".
Una situazione che si sarebbe potuta evitare se solo una politica fino a quel momento scellerata (e pure dopo, purtroppo), avesse fatto quadrato e si fosse opposta. Invece l'unico a contrastare questo diktat dettato dalle lobbies di Bruxelles, fu l'allora a.d. Domenico Cempella, che citò l'Unione alla corte dell'Aia e vinse dopo tre anni di processi con una sentenza che obbligava l'UE a risarcire con 900 milioni di euro Alitalia per i danni subiti: soldi chenon mi ruslta che siano mai arrivati</
i>."

E ci sorprendiamo che il limite del deficit pubblico al 3% sia fatto valere solo per l'Italia, mentre Francia e Spagna sforano allegramente e si prendono non solo il plauso dei critici nostrani dell'eccesso di spesa pubblica, ma anche...il nostro sistema industriale! E, ancora oggi, nonostante questa storia dimenticata (che non sentirete mai da un Santoro o a Ballarò, impegnati ad "adorare" l'Europa...che ci salva), la nostra classe politica continua a macinare antiitalianità. E i media prevalenti a propinarcela.

Sentite ancora:
"(la) ubriacatura mediatica di quel periodo (i "giornaloni", ndr.)...individuava i colpevoli del disastro nei dipendenti fannulloni e privilegiati.. Si era trovato l'italico capro espiatorio. Peccato che i numeri dicessero il contrario (li avete mai sentiti a Ballarò o da Santoro?), che il costo del lavoro in Alitalia fosse il più basso in assoluto, inferiore alla media europea, mentre invece le spese per l'organizzazione della compagnia costassero ben il 94% dei ricavi, contro la media europea del 63% (ormai Malpensa "segata" dall'Europa, e il mandarinato mandato a gestire da entrambi i "poli", stavano dando i
loro...frutti, ndr.)
....Ma dove l'arte dell'harakiri raggiunge il suo culmine è nella cura proposta dal nuovo staff per rilanciare Alitalia, che, in pratica, licenzia circa 10.000 lavoratori tra i più anziani ed esperti (in un campo dove il know-how fa la differenza, è un autogol...notevole), e punta alla resurrezione in un piano denominato "Fenice"...mantenendo Alitalia nell'eterno limbo dimensionale di una compagnia troppo piccola per essere n vettore globale e troppo grande per uno regionale a strutturando la flotta principalmente sul medio e corto raggio, pensando che basti far scendere il costo del lavoro per battere le low cost o mettersi sotto l'ombrello del monopolio delle rotte nazionali, imposto dallo Stato per fare ricavi, dimenticandosi dei treni ad alta velocità
..."

E ci stupiamo ancora se tutta la nostra classe politica, ignorando il problema dell'euro e dello spaventoso deflusso di capitali che esso determina senza alcuna convenienza per l'Italia, unitamente al "blocco", tanto virtuoso, della spesa per investimenti determinato dall'introduzione della banca centrale indipendente "pura" (italica o, ancor peggio, €uropea), ragioni, ogni giorno "a reti" e "Draghi" unificati sulla riduzione del costo del lavoro come unica via d'uscita.
Il cialtronico passe-partout suicida, che crede che per "COMPETERE" (altro che solidarietà nella "cornice europea"), si debba distruggere la domanda interna, il risparmio e ogni ambiente minimamente invitante per l'effettuazione degli investimenti. Aspettando il Godot degli IDE, cioè quella che intendono come una sorta di salvifica "beneficenza", fatta da parte di "razze umane superiori" a cui, nell'interesse dei loro profitti, bisogna stendere tappeti rossi e coprirli di ghirlande mentre vengono a colonizzarci!

E infatti, l'articolo prosegue:
"... A meno che la politica si accorga che svendere il paese come ha fin qui fatto, per difendere interessi di banche o di supposti industriali che ben poco hanno a che vedere con queli della nostra nazione, è un boomerang che alla fine si ritorcerà sulle sue innumerevoli colpe..."

Come si fanno allora gli interessi italiani, questa cosa "bestemmiosa", agli occhi degli "internazionalisti €urofili d'accatto"?

"Non certo allungando il cassonetto della CIGS come fino...proposto, nè tanto meno paventando l'entrata in un'alleanza come Air-France-Klm dalla porta di servizio come una vittoria...
Anni fa proprio un manager italiano, Michele Levi, salvò la compagnia israeliana El-Al da un disastro molto simile...e, nel giro di due anni, senza licenziare nessuno (probabilmente non era un "bocconiano" ndr.), seppe portarla a dei record di ricavi mai registrati prima. Ed era pure console onorario italiano a Tel Aviv.
Siamo un paese che gode di una posizione invidiabile al centro del bacino del Mediterraneo e contemporaneamente dell'Europa, possediamo flussi migratori che potremo facilmente riconquistare, siamo ancora una potenza turistica: tutti fattori che posseduti anche singolarmente farebbero la fortuna di un vettore aereo. Chissà perchè Air France tutt'un tratto, dal disinteresse più totale, è passata alla fretta di chiudere il tutto per un piatto di lenticchie. Non sarà per caso che l'araba Etihad, entrando con una QUOTA MINORITARIA, ma anche una cinquantina di opzioni su aeromobili di lungo raggio, potrebbe trasformare Alitalia in un competitor di prim'ordine da attuale fedele vassallo
?"

Ma non c'è pericolo: qui in Italia vale la legge di Murphy. Bocconi way, of course, e col massimo sforzo istituzionale.

A proposito: naturalmente non vi sfugge la distinzione tra la cessione, agli stranieri "concorrenti", del controllo di una società, a dir poco, strategica, e una joint venture con convenienza reciproca, cioè valorizzando la vocazione naturale dell'industria italiana interessata, e senza perdere il controllo?




giovedì 26 settembre 2013

ATTACCO CONCENTRICO SU OBI€TTITIVI S€L€ZIONATI


Con Telecom abbiano visto come vanno a finire le "privatizzazioni".
Il concorrente maggiore di Telecom sui mercati che costituiscono la principale area di redditività dell'azienda, diventa controllore del proprio competitore italiano su quegli stessi mercati. E come può andare a finire? (Persino Zingales lo denunzia...)

E non che i "servizi" non avessero rammentato cosa significhi, per chiunque sia dotato di elementare conoscenza storico-economica, trasferire settori di mercato aperti alla concorrenza globalizzata a operatori stranieri (risultato ultimo, inevitabile, del processo apertosi con le privatizzazioni).
Apertamente si parla di colonizzazione.
Nell'attuale scenario di crisi, "l'azione aggressiva di gruppi esterì" mira a "strategie acquisitive di patrimoni industriali, tecnologici e scientifici nazionalì, nonchè 'di marchi storici del 'made in Italy', a detrimento della competitività delle nostre imprese strategiche
...l'attenzione dell'intelligence si è appuntata sulla natura dei singoli investimenti per verificare se siano determinati da meri intenti speculativi o da strategie di sottrazione di know how e di svuotamento tecnologico delle imprese stesse con effetti depressivi sul tessuto produttivo e sui livelli occupazionali
I "livelli occupazionali" capite?
E i nostri governi (e le massime istituzioni) continuano a invocare gli "investitori stranieri" per la crescita e il rilancio dell'occupazione!!!
In precedenza, gli stessi servizi avevano già avvertito:
La sicurezza non è più la difesa del confine di Tarviso. La minaccia non arriva più solo da altri Stati, ma anche da persone e gruppi di persone. E soprattutto “la minaccia non è più solo alla sicurezza fisica, allo Stato sovrano, ma al sistema-Paese, alla competitività dello stesso Stato”.
La crisi economica e finanziaria che sta attraversando l’Italia, ha spiegato Massolo, “ha fatto da moltiplicatore dei rischi nel nostro Paese” si è “accentuata la vulnerabilità strutturale del nostro modello produttivo”. Cosa significa (si chiede l'Huffingotn post.ndr.)? Che rischiamo una colonizzazione industriale? Che le nostre imprese, senza il sostegno dello Stato, rischiano di essere spazzate sui mercati esteri da aziende con sistemi-Paese più organizzati?
Probabile che la risposta a queste domande sia affermativa. Anche perché lo stesso Massolo ha rivolto quello che sembra un forte appello al governo. “C’è bisogno”, ha detto, di avvicinare l’intelligence al decisore politico per avere le priorità della propria azione”.


Ora si denuncia che le banche italiane farebbero credito ai "politici" e pure "senza garanzie"...Maledetta casta! E ce lo deve dire l'Europa, tanto brava e onesta.
Perchè in Germania invece...là non c'è il partenariato pubblico-privato? O la gestione societaria pubblico-privato (o solo privato) dei servizi pubblici? Cioè il sistema EUROPEO di gestione in forma privata di strutture ed attività (come anche la realizzazione di opere pubbliche) in precedenza formalmente e sostanzialmente pubbliche?...Là non c'è un sistema bancario controllato dalla politica?....NOOOOO!

a) si è deciso di introdurre la società di capitali come forma prevalente di gestione dei servizi pubblici, specie locali (ma non solo, e non solo servizi).
b) si è introdotta l'idea che ciò avrebbe evitato (non si sa perché) ulteriore corruzione, specialmente se si fosse sviluppato il partenariato pubblico-privato: il privato porterebbe, sempre, non si sa bene perché, un'esperienza “vincente” che avrebbe fatto abbassare i costi e le tariffe;
c) per agevolare la "efficienza", dando la colpa della corruzione (che in sé non è detto che sia legata alla inefficienza, in termini di rapidità decisionale, anzi) alla burocrazia, si sono aboliti i controlli preventivi di legittimità sugli atti principali che comportano una spesa (svolti dalla Corte dei conti, nonché dai co.re.co e dagli organi statali che la esercitavano sugli atti regionali). Così, costituzione di queste società, capitalizzazioni, scelte dei soci e metodi relativi, decisioni di spesa, tipo bandi di gara e susseguenti procedure, sono stati sottratti a controllo preventivo, proprio quando irrompeva la super-regolazione di derivazione UE in materia (regolazione a ondate, sempre più stratificata), cioè quando più forte si poneva l'esigenza di verificare il rispetto delle più complesse regole;
d) tale disciplina europea, anche se in crescente finalizzazione "apparente" alla logica concorrenziale, in realtà, ponendo una serie inestricabile e sempre più complicata di parametri, requisiti, standard, certificazioni legittimanti, forme associative tra imprese, si risolve in generale nel privilegiare le imprese più "grandi" e quelle che già godevano di rapporti pre-instaurati con la pubblica amministrazione (imprese spesso coincidenti tra loro);
e) si è privatizzato il sistema bancario, rigorosamente in nome dell'Europa e dello Stato-cattivo, ma al tempo stesso si è creata una componente fondamentale e spesso decisiva di controllo azionario-bancario mediante il sistema delle fondazioni, “influenzate” a loro volta, in intrecci solidali tra le fondazioni stesse, dagli enti pubblici territoriali mediante i soggetti amministratori da questi nominati; ciò, in aggiunta, senza alcun controllo sulle relative nomine, non solo preventivo, come s'è visto abolito, ma anche sul rispetto di labili parametri legali di individuazione dei "nominati" da parte della politica;
f) si è proceduto (tradendo le roboanti affermazioni iniziali post-tangentopoli) a rendere fortemente dipendenti dalla politica i dirigenti pubblici in posizione decidente della spesa pubblica, e ciò con incidenza, principalmente, a livello locale, per le spesa conseguente a scelte di pianificazione territoriale e di politica industriale, area decisionale che, a sua volta, conduce a costituzione di società, a scelta dei soci, ed all'aggiudicazione di un sistema di appalti proiettati su fronti crescenti di attività in precedenza pubbliche (dalla gestione delle ex aziende pubbliche di servizi, alla "esternalizzazione" di segmenti di attività amministrativa, affidata a "privati" come diretti erogatori di servizi “interni” alla p.a.: informatizzazione, contabilità e gestione del personale, servizi di pulizia ecc.);
g) si è, contemporaneamente, provveduto a amplificare, prima a livello legislativo, poi costituzionale, la sfera operativa e funzionale di regioni e enti locali, trasferendo ad essi il potere di spesa e di assunzione del personale relativo (il tutto sempre nella simultanea abolizione dei controlli preventivi di legittimità sugli atti corrispondenti).
Shakerate il tutto e otterrete, come corollario dell'Europa, cioè della combinazione della “sussidiarietà” e della libertà del mercato - mai ben identificato, stante anche le falle della disciplina antitrust-, un gigantesco spazio di trattativa, libera da effettivi ostacoli nelle regole univoche e stabili del diritto pubblico, tra privati e politica (non propriamente con l’amministrazione pubblica, dato l'asservimento che evidentemente consegue da tale disegno, della prima alla seconda), per poter disporre dei beni, dei servizi e della relativa provvista finanziaria pubblica

Solo che lo schemino, - condito dal parallelo sistema di credito bancario al settore pubblico...in partenariato, che però è "privatizzato" (almeno nelle "forme")...che però è socio del pubblico...che però è affidato all'efficienza tecnica dei privati, IRRINUNCIABILE E PER IL VOSTRO BENE, insomma questa "leggera confusione" che manda in pensione la vecchia mazzetta-è comune pure alla Germania. Che non è seconda a nessuno quanto a commistione tra "pubblico" e sistema bancario" e comunque, va forte pure quanto a "partenariato" e commistioni di forme pubbliche e gestione di pubblici servizi.
In Germania, spiega Cambi, oltre la metà del sistema bancario è in mani pubbliche. Esempio: la Commerzbank, secondo istituto tedesco, ha lo Stato come azionista di maggioranza. E «siccome, tramite le proprie banche investe (e massicciamente) nei nostri Btp, lo Stato tedesco, come azionista di maggioranza, lucra sulle nostre sfighe e sul nostro spread: gli basta non comprare i nostri bond, ed ecco che lo spread si innalza». In poche parole, il governo di Berlino «esercita un controllo diretto impressionante sulla nostra politica interna», con manovre finanziarie da centinaia di miliardi. Lo Stato tedesco «è l’azionista di maggioranza di centinaia di istituti bancari di diritto privato ma a capitale quasi totalmente pubblico, che accedono alla Bce allo 0,75%». Quindi Berlino «compra massicciamente titoli tedeschi, tenendo giù i loro tassi di interesse».

Altro esempio, la Kfw (Kreditanstalt fuer Wiederaufbau), istituto nato nel dopoguerra per gestire i fondi del Piano Marshall: è posseduta all’80% dalla Repubblica Federale Tedesca e al 20% dai Lander. In pratica, è al 100% pubblica, «come altre centinaia di banche tedesche» che, «con la scusa del project financing», finanziano un sacco di enti, iniziative e attività pubbliche e private, al posto dello Stato, «tenendo su a forza l’economia del paese». Formalmente, sono istituti di diritto privato, e quindi i loro finanziamenti – frutto del capitale pubblico e decisivi per l’economia tedesca – non vanno ad aumentare il debito pubblico della Germania. E come fa, Berlino, ad approvigionarsi di euro? «Comprando decine di miliardi di euro di Bund, con gli euro presi in prestito dalla Bce allo 0,75% e, ovviamente con gli interessi sui prestiti a privati». Per approvvigionarsi sul mercato allo scopo di finanziare queste attività, il governo tedesco «ha emesso nel tempo una quantità enorme di obbligazioni: insomma, ha fatto debiti per 430 miliardi di euro».
Al contrario della nostra analoga Cassa Depositi e Prestiti, le cui passività (obbligazioni postali) contribuiscono al cumulo del debito pubblico italiano per quasi il 20% del nostro Pil, le passività germaniche della Kfw, pari quasi 500 miliardi di euro, rappresentano il 17% del Pil tedesco.
Ma – e qui sta il “trucco” – non sono state contabilizzate nel bilancio statale, e quindi non vanno ad aumentare, come invece dovrebbero, il “virtuoso” debito pubblico tedesco. Il tutto, aggiunge Cambi, è regolarmente permesso dalla Comunità Europea attraverso l’Esa-95, il manuale contabile che detta le regole per il calcolo dei debiti pubblici. Bruxelles «esclude dal computo le società pubbliche che si finanziano con pubbliche garanzie ma che coprono il 50,1% dei propri costi con ricavi di mercato e non con versamenti pubblici, tasse e contributi». Ovvero: fino a che un eventuale deficit o comunque i costi di funzionamento sono coperti almeno per il 50,1% dai ricavi, il deficit e le altre passività dell’istituto non vengono computati nel bilancio dello Stato. Come ha scritto il “Corriere della Sera”, la serietà di un tale principio è paragonabile alla considerazione del rischio da parte dei contabili che hanno favorito il crac della Lehman Brothers
E mettiamoci pure le quote pubbliche in Deutschebank e il sistema della Casse di risparmio locali.

Su partenariato, in generale, e privatizzazione dei servizi pubblici, vi propongo una sintetica ed esplicita "voce dalla Germania" (rinvenuto già, più o meno, tradotto in italiano):
Riguardo la privatizzazione materiale di servizi pubblici (diciamo della collezione e dello smaltimento di rifiuti o della gestione d’acqua) la gestione dalle imprese del settore privato può aumentare la flessibilità organizzativa e anche la sensibilità alle domande dei cittadini-clienti . Anche l’efficienza economica può alzarsi.
Però c`è evidenza che possono emergere gravi svantaggi. Per i cittadini-clienti si mostrava che, appena il fornitore privato ebbe conquistato il marcato e l’arena del rispettivo servizio e scacciare l’antecedente fornitore pubblico, la qualità dei servizi cominciava a abbassarsi mentre i prezzi e tariffe si mettevano a alzarsi...
Inoltre un impatto negativo si osservava anche riguardo alle condizioni di lavoro e salariali dei dipendenti. Spesso quelle si peggiorano perche le imprese commerciali dimostrano la tendenza di ridurre le loro proprie spese per aumentare il loro profitto.
In quanto riguarda il processo di privatizzazione formale (organizzativa), degli effetti positivi possono notarsi anzitutto a causa dell’aumento della flessibilità organizzativa e personale per i municipi. Posto che tali organizzazioni operando formalmente al di fuori del municipio stesso non sono sottomesse alle regolazioni strette concernenti lo staff cosi come il budget i municipi ottengono, tramite forme di privatizzazione formale, più di discrezionalità nel reclutamento del personale e nel finanziamento delle loro attività e progetti.
Cercando e usando questa flessibilità i municipi hanno nel frattempo in gran scala espanso e moltiplicato l’ambito e la percentuale di tali enti formalmente privatizzati. In Germania circa un mezzo dell’intero staff dei municipi venne impegnato da questa struttura al di fuori del municipio stesso. Questo sviluppo si chiamava una “satellitizzazione” (in francese: satellitisation) dei municipi per accennare che i municipi stanno circondatisi da tali organizzazioni come dagli “satelliti”. In questo contesto si è parlato perfino di una “atomizzazione” del governo locale
.
E, insomma, il bravo e solerte Almunia mette sotto torchio il sistema bancario italiano, rampognando Bankitalia (si accomodi pure, non fa certo male: solo non "forti con i deboli e deboli con i forti"). Non potendo mettere sotto torchio Bundesbank nelle sue, ehm, "funzioni di vigilanza" (chissa perchè...). Oppure, che so, facciamo Banque de France?

CATTIVI ITALIANI! CATTIVI! ADESSO ARRIVA L'EUROPA E MORALIZZA TUTTO.
Peccato che si tratti della consueta manovra selettiva per portare l'attacco al cuore del sistema. L'attacco concentrico verso la "soluzione definitiva" del problema italiano.

Sempre, però, dopo aver reso il sistema della corruzione perfettamente legale. Ed averne fatto risaltare la versione €uropea: il premio ad una politica prona ai desiderata di finanza e grande capitale per "dimenticare" l'interesse generale nelle priorità stabilite in Costituzione. Lo ripeto perchè sia chiaro.
Questo mediante un "fritto misto in salsa €uropea", fatto di commistione tra pubblico e privato, a livello di gestione delle risorse e degli interessi pubblici, e, parallelamente, a livello bancario, in un modulo complessivo che ci rammenta come il privato domini con l'appropriazione di spazi di interesse generale una politica che, esce dalla sua funzione di "mediazione" (rispetto appunto alle priorità disegnate dalla Costituzione), e diventa, per non perderne la "fidelizzazione", partner d'affari: una politica, dunque, ricompensata, per aver assicurato privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite, con una "quota" dei primi. Attribuitagli a titolo molto privato. In nome dell'Europa, what else?
Suvvia, la pressione sul "credito senza garanzie", laddove il più pulito, in EUROPA, c'ha la rogna, puzza lontano un miglio della tendenza emersa, dall'alto dell'Europa, sul caso MPS.
Ripianiamo noi, con i soldi pubblici (intervento Bankitalia), e poi arrivano loro, ci commissariano, ma tanto tanto, e acquisiscono il controllo del sistema bancario.
Dopo che il sistema industriale è stato "salvato" dagli IDE, come abbiamo visto sopra.
MENO MALE, L'EUROPA CI SALVA PROPRIO!
E ho trovato, al riguardo, un nuovo tipo di "smile", da indossare in queste occasioni: :-€. A ben vedere, ne viene un ghigno alquanto sinistro.

martedì 24 settembre 2013

NON C'E' SOLIDARIETA' SENZA VERITA'

1. Ieri sono andato al convegno sulla presentazione del "Manifesto di solidarietà europea- una proposta alternativa per superare la crisi", organizzato da a/simmetrie, ed ospitato presso la "Link University".
Sugli interventi dei vari Henkel, Kawalec, Granville e Nordvig, lascio a voi farvi un'idea, dato che, probabilmente molto presto, i loro speeches saranno disponibili in filmato.
La mia impressione è che siano persone tecnicamente preparate (il che è già una rarità) e realistiche, cioè dotate della ovvia trasparenza che consente un dialogo in piena correttezza e reciproco ascolto (Henkel ha detto, senza giri di parole, che quando si è visto che l'Italia sarebbe entrata nell'euro, gli industriali tedeschi erano contentissimi, proprio perchè noi eravamo i loro più abili competitori). Insomma, è un enorme piacere constatare che in Europa esistano ancora esponenti, segnatamente del Nord Europa, che non siano affetti dalla spocchia e dalla insensata chiusura mentale dei nostri normali interlocutori "europei" (e parlo per esperienza personale: in linea di massima, all'interno di questa esperienza, posso solo eccettuare gli inglesi. Think about it).

2. Le perplessità nascono quando si è passati al "dibattito" in cui sono intervenuti navigati protagonisti italiani della "costruzione europea".
Non starò qui a sottolineare questo o quel passaggio di singoli partecipanti, ma cercherò di darvi una sintesi complessiva delle mie impressioni.
Cominciamo col dire che, prima, durante gli interventi, l'ottimo Claudio Borghi Aquilini aveva premesso che ogni discorso partiva dall'idea che "la democrazia è meglio". Pare un'ovvietà, ma in quel contesto, è stato particolarmente significativo. E per le ragioni che i lettori di questo blog conoscono (spero) ampiamente.
Il dissidio tra democrazia costituzionale (italiana, ma, più in generale, "contemporanea", nella forma "necessitata" indicata da Mortati) e trattati UE, a partire da Maastricht, è del tutto evidente. O meglio, lo sarebbe, se non si fosse "dimenticato" il modello sociale ed economico che questa Costituzione ha indubbiamente abbracciato, per virare, invece, verso un altro modello, assunto "militarmente" nella sua forma strategica di implacabile destrutturazione del primo( sull'onda di un trentennale battage mediatico e "istituzional-culturale" di ampiezza inusitata) .
Questo, in essenza, è il tema del libro che, nel mio piccolo, sta per uscire (a giorni: terrò aggiornati quei coraggiosi che sono interessati).

3. Qui vorrei fare alcune ulteriori osservazioni che prendono spunto dal "dibattito" cui ho assistito ieri.
Ho sentito invocare, come motore per una via d'uscita dalla crisi, la ripresa della solidarietà tra paesi europei, richiamando lo stesso spirito del Trattato del 1957. Cioè attribuendo una continuità storica e strategica, (più o meno implicita) a tutta la "costruzione europea" nel suo complesso.

Questa posizione, nella sua "indistinzione" su fini e struttura dei trattati rispettivamente vigenti ante e post Maastricht (includendo l'Atto Unico, preparatorio della liberalizzazione dei capitali in Europa), porta ad una paradossale implicazione:
- che l'euro sia, in qualche modo, un'evoluzione "aggiornata" al dopo "Cortina di ferro" della solidarietà cooperativistica europea;
- che le "riforme" che, fin dall'inizio dell'applicazione di Maastricht lo dovevano necessariamente accompagnare (il famoso cammino della "convergenza"), ritraggano da questo spirito solidaristico la loro connotazione e, quindi, si dovrebbe supporre, siano anch'esse compatibili con lo Spirito della democrazia costituzionale.

4. La più grande obiezione che muovo a questa insidiosa costruzione dialettico-ideologica, è che leggendo i trattati attuali (per semplicità; essi, infatti, riprendono Maastricht, rinsaldandone i mezzi "strategici"), ma sapendoli leggere veramente, si può, piuttosto, costruire questa interpretazione strutturale nonchè sistematica, di principi cogenti e caratterizzanti:
- i trattati sono intenzionalmente composti da una miriade di parole e di concetti, che nascondono una valenza normativo-positiva (cioè il "quid novi" che introducono nel mondo del diritto vigente), per lo più, in chiave sistematica, pari a "zero", tranne che per alcune norme "scardinanti" (più che "cardine"), accuratamente selezionate e disseminate, in varie versioni e corollari, all'interno di questa pletorica costruzione pseudo-concettuale.
- Una verbosità che, quando si viene al "dunque", della normazione positivamente applicabile conduce a individuare:
a) grund-norm essenzialmente compendiabili nella "forte competizione" in un mercato unico e "stabilità dei prezzi" (riprese da corollari istituzionali- la BCE- e procedurali che li blindano...inavvertitamente, per un un qualsiasi normale lettore non dotato di un sofisticato bagaglio di conoscenze giuridiche ed economiche);
b) che ogni altro aspetto è subordinato e ridotto a "intenzioni programmatiche" di cui conosciamo le procedure complesse ma i cui contenuti sono del tutto aleatori, se non addirittura esplicitamente esclusi;
c) che, infatti, come ben si vede dall'art.6 TUE, sul "riconoscimento" dei diritti fondamentali, che "non estende in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati", tali "diritti" sono derubricati a "principi generali", cioè a previsioni normative che entrano in campo solo in via suppletiva di eventuali lacune della disciplina UE (lacune che, nella monolitica produzione giurisprudenziale delle Corti europee, tendono a non essere ravvisate praticamente mai);
d) che in tal modo, la già "subordinata" tutela dei diritti fondamentali, necessariamente inclusivi dei diritti sociali (il detestato welfare), è lasciata alla cura degli Stati, che, contemporaneamente, in virtù delle suindicate grund-norm, la cui applicazione incondizionatamente prevalente è assistita da tutto il resto della costruzione fondata sui trattati (previsioni procedurali e sanzionatorie, e atti di provenienza delle istituzioni, in testa i Consigli europei), sono posti nell'impossibilità di garantirli.

Continuare su questa analisi esigerebbe uno spazio dimostrativo enorme (nel libro, ci abbiamo provato); ma, da un lato, non basterebbe ad eradicare la convinzione della facciata-vulgata della "continuità evolutiva" della costruzione europea in chi continua e proporcela, dall'altro, si registra una realtà obiettiva talmente evidente che non ha bisogno di dimostrazione.

5. Di fronte a quello che constatiamo ogni giorno, da anni, in tutta Europa, la teoria della "continuità evolutiva" si dimostra per quello che è: un colossale strumento di propaganda idealistica, radicalmente negazionista dei fatti.
E non avrebbe senso polemizzare con i "fatti", se non fosse che il "negazionismo" ha una portata strumentale estremamente utile per la strategia di svuotamento progressivo della democrazia costituzionale delle comunità nazionali, deprivate delle conquiste di oltre un secolo di lotte con una subdola gradualità che non "deve" consentirgli di accorgersene...in tempo.

In tal senso, le "riforme" non sono altro che una metonimia che indica l'accelerata esigenza di mutare irreversibilmente il modello socio-economico costituzionale per instaurare il modello Maastricht, che ab origine, programmaticamente e strategicamente, questa solidarietà esclude.
Ed esclude la solidarietà tra le classi sociali, tra i paesi aderenti, e nella stessa più ampia comunità internazionale.
Se c'è una solidarietà residua che il modello Maastricht lascia in piedi, questa è quella tra le elites finanziarie-grandindustriali che governano il disegno ideologico (neo)europeo a matrice teorica (parliamo prima di tutto di teoria generale della sovranità e della soggettività/capacità giuridica degli individui-cittadini), "von Hayek" (consciamente o inconsciamente interiorizzata).

6. Il modello Maastricht, incentrato sull'euro, e sull'ambigua (e volutamente lasciata come "indecifrabile) equazione UE=euro, privilegia esclusivamente la solidarietà tra le oligarchie alla riscossa (in sintesi ulteriore: nel "dopo" rottura di Bretton Woods), ipostatizzando, sempre nel modo strategicamente inavvertito alle "masse", vari livelli di implacabile competizione:
- competizione economica nel mercato (lasciata alla ipocrita capacità equilibrativa e "indicativa" dei prezzi, secondo la esclusiva validazione della legge della domanda e dell'offerta), che concentra la normazione "sul mercato" piuttosto che sull'economia (quella cioè in precedenza affidata all'azione degli Stati costituzionali), secondo la versione teorizzata dal "colloquio Lippman", escludendo, come peso insopportabile (nel senso esistenziale e addirittura antropologico inteso da Padoa-Schioppa), e progressivamente, ogni forma di solidarietà "interna" tra classi sociali;
- competizione inevitabile tra Stati aderenti all'Unione, lasciata alla mera composizione dei tassi di cambio reale, possibilmente in situazione di cambio fisso (unione monetaria), in una riedizione forzata degli effetti del gold standard (come ha ben evidenziato, durante gli interventi anche Nordvig). E ciò esclude, altrettanto, programmaticamente (e in modo occultato dai media) la solidarietà tra Stati membri;
- competizione globalizzata, in una sfida raccolta, più che nella inesistente creazione di un'area europea protetta, - nella difesa dei diritti fondamentali o, per capirci, "umani"-, nella cornice mercantilista della realizzazione di una presunta crescita affidata esclusivamente all'export verso il resto del mondo. E ciò trascurando del tutto, di fatto, e al di là di pavide dichiarazioni di intenti, gli effetti di lungo termine che, sulla competitività, svolge la compressione della domanda interna: in termini di risparmio e conseguenti investimenti e profitti, consentiti effettivamente e utilmente solo da costanti interventi pubblici, con sviluppo delle conoscenze, pubbliche e solo poi private.

Ora di fronte qìa questo quadro, o se ne prende atto o si continua a vivere di...equivoci. O meglio, in termini di democrazia costituzionale (continuo a insistere su questo, perchè la Costituzione del '48, esiste e "lotta insieme a noi") a "morirne". Per Maastricht.

7. Dunque, venendo ad alcune affermazioni percepite durante il dibattito, risulta una pura (prosecuzione della) illusione, specificamente italiana, che la crisi possa essere risolta con una "ripresa" della solidarietà europea. Se ciò non fosse, appunto, una pia illusione, basterebbe a smentirla l'atteggiamento della Merkel e di Schauble, e di Olli Rehn e di Van Rompuy, e di Barroso, e...suvvia, non è neppure questione di nomi (se uno cade, come Juncker, magari spifferando scomode verità, a cui peraltro non si reagisce, un altro prenderà il suo posto).
E' questione che chi nega la solidarietà può, a ragione, invocare i trattati e il loro rispetto. E non parliamo del "mero" fiscal compact, che è solo uno sviluppo naturale della strategia di Maastricht (e della ideologia politico-antropologica di von Hayek).
Basti pensare che la Germania, tanto più accettando acriticamente il monetarismo imposto alla BCE da Bundesbank, ha ragioni da vendere sulla censura dell'OMT di Draghi: e anche ben al di là della questione della mission BCE ex artt.123 e 127 TFUE (quelli della mera finalità della stabilità dei prezzi e del divieto di acquisto dei titoli sovrani, per farla breve). Gli artt.124 e 125 del TFUE, infatti, recitano:
Articolo 124(ex articolo 102 del TCE)
È vietata qualsiasi misura, non basata su considerazioni prudenziali, che offra alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti
pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri un accesso privilegiato alle istituzioni finanziarie.
Articolo 125(ex articolo 103 del TCE)
1. L'Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro, fatte salve le garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto economico specifico. Gli Stati membri non sono responsabili né subentrano agli impegni dell'amministrazione statale, degli enti regionali, locali o degli altri enti pubblici, di altri
organismi di diritto pubblico o di imprese pubbliche di un altro Stato membro, fatte salve le garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto specifico.

8. Allo stesso modo, ci pare puramente formalistico dire che nei trattati originari e negli atti e regolamenti conseguenti a Maastricht si fosse fissata una possibilità di fare "deficit" pubblico al 3%, per consentire la "crescita". Questo limite è già di per sè una rigidità insostenibile, e come tale si è rivelata, drammaticamente in questi ultimi anni, a fronte della esistenza dei cicli economici. Acutizzati, per intrinseca prevedibilità - segnalata fin dall'inizio dagli economisti più prestigiosi-, dai meccanismi di squilibrio competitivo innnescati dalla moneta unica.

Il fatto è che la stessa "de-negativizzazione" del manifestarsi dei cicli - considerati, per dogma, sempre imputabili in sè all'intervento statale nell'economia, la loro risoluzione facendone carico esclusivamente sul fattore lavoro e sulla sua versione imprenditoriale "unfit", la piccola e media impresa, gli alberi deboli del bosco della evoluzione darwinista che considera oligopoli e monopoli quali naturali "manifestazioni" dell'evoluzione della "grande società" del mercato globale-, è l'essenza della neo-macroeconomia classica che governa l'UE.

E quindi "annotare" analiticamente le clausole dei regolamenti sulla "stabilità e la convergenza" culminati nel fiscal compact, evidenziadone la incompatibilità con le superiori norme dei trattati (e quindi la inefficacia-nullità), non riesce a nascondere il vero problema: l'originaria incompatibilità del disegno di Maastricht coi principi fondamentali della democrazia costituzionale. Invocare, pertanto, una ripresa della solidarietà tra Stati, una volta che una ventennale applicazione, ha portato alla affermazione consolidata del paradigma opposto, significa "wishful thinking" accoppiato a una mancanza di prospettiva storico-politica che si scontra con rapporti di forza la cui realtà è evidente in ogni atto e in ogni prevedibile direzione che assume oggi l'azione delle istituzioni UE e degli Stati che, nella logica degli "assetti di fatto prevalenti", che vale nel diritto internazionale, impongono alle prime la propria convenienza.

9. Certamente il sistema, basato sulla irrealistica correzione degli squilibri per forza "naturale" delle leggi del mercato del lavoro sempre più liberalizzato, è destinato al collasso.
Per le ragioni sopra evidenziate, ma non solo qui; eloquentemente dimostrate dai dati esposti da Brigitte Granville, dalle sempre più stringenti angolazioni di vari economisti italiani, al primo posto del quali, in ordine di tempo e di nitidezza inequivocabile dell'analisi, non possiamo non porre Alberto Bagnai.

In questo senso, la "solidarietà nel quadro dei Trattati" attuali, fondata sulla prospettazione della "continuità evolutiva" rispetto alla realtà del "mercato comune" originariamente concepito, è semplicemente una "non soluzione". Non c'è un "euro buono", come non c'è un Maastricht collegabile alla solidarietà, tra Stati e in qualunque altra proiezione che ne rifletta il senso accolto dalle costituzioni democratiche, pluriclasse, successive alla seconda guerra mondiale.

10. C'è solo lo stretto pertugio di europei, che credendo in una forma oggettiva e "primigenia", di dialogo e di reciproca trasparenza, non inficiata dalle formule stantie che dissimulano l'essenza normativa effettiva dei trattati, ricomincino a dialogare sulla base del riconoscimento delle rispettive diversità e della legittimità dei rispettivi interessi nazionali. Democratici e sanciti dalle Costituzioni.
Intanto che qualcuno trovi un altro e migliore modo di garantire il livello di diritti umani e sociali che, in Europa, ha contrassegnato una stagione di civiltà avanzata che si vuole con troppa fretta liquidare per sempre.