venerdì 23 settembre 2016

LA COSTITUZIONE DEMOCRATICA-KEYNESIANA E L'INCUBO (NAZIONALE) DEL CONTABILE


http://www.bibliotecapersicetana.it/files/asocc/02.jpg

Alberto non me ne vorrà. E d'altra parte voi ormai conoscete le difficoltà che incontra orizzonte48 nella diffusione delle sue analisi (macroeconomiche del diritto pubblico, compreso quello internazionale).
Ma questa sua sintesi è troppo nitida ed esatta per non farne una "ripercussione" anche in questa sede: riassume infatti sia il senso di anni di goofynomics-work-in-progress che l'essenza fenomenologica di ciò che si sta cercando di far capire in questa sede. 
Grazie Alberto della tua solidarietà: che va ben oltre a quella manifestata su un social che shadow-banna selettivamente.


Ma ora lascio la parola a Alberto (ho solo aggiunto un po' di "inevitabile" neretto e un link che ritengo importante ad autorevole conferma del tuo pensiero): una "parola" chirurgica, essenziale; fenomenologia pura della parodia dell'incubo del contabile, che ci aspetta a coltivare l'illusione che ci possano essere libertà e sovranità senza la Costituzione democratica e keynesiana del 1948 (spero che cogliate l'occasione per rileggere il post appena linkato):

"Sono un liberale?

(...qui l'originale. Segue traduzione...)

L'idea che per non farci mandare la troika usciamo dall'Eurozona e facciamo l'Italia federale, così poi mandiamo la troika in Calabria se questa non rispetta il pareggio di bilancio pubblico, può essere estremamente attraente per i gonzi, può costituire una sintesi politica di un discreto valore tattico per mettere temporaneamente a tacere i riottosi camuni o gli industriosi insubri, ma non sposta minimamente i termini del problema, che sono questi: oggi, solo un rigoroso keynesismo, come quello iscritto nella nostra carta costituzionale del 1948, può garantire la nostra libertà, e la vera libertà, prima ancora che quella di espressione (per la quale vedete cosa sta succedendo su Twitter, lo strumento delle varie primavere arabe e rivoluzioni colorate...), è quella dal bisogno (qui, p.6.4), come imparai da Lello, ex macchinista comunista che conobbi, quando avevo l'età di mio figlio, al Dopolavoro Ferroviario di ponte Margherita, lì dove conobbi anche Spartaco, Giuliano, persone alle quali fu possibile morire con dignità, perché avevano acquistato, lottando, il diritto di vivere con dignità."



giovedì 22 settembre 2016

COMUNICAZIONE DI...CENSURA KAFKIANA

http://www.ukizero.com/wp-content/uploads/2014/03/Franz-Kafka-Il-Processo.jpg

Sono soggetto a censura su twitter: non solo non posso inserire links al blog, ma chiunque lo faccia viene bloccato. 
E i c.d. followers non ricevono più le notifiche dei miei tw e di chiunque retwitti orizzonte48.
Il tweet che contenga un link al blog orizzonte48, da alcuni giorni, è considerato da Twitter in questi termini:
"Questa richiesta sembra essere automatica. Per proteggere i nostri utenti da spam e altre attività malevole, al momento non possiamo completare questa azione. Per favore, riprova più tardi".
Dato che queste circostanze fanno pensare a una manovra articolata e studiata, in puro stile kafkiano di impenetrabile censura (ho esperito invano, più volte, le procedure "automatiche" di segnalazione del problema ai servizi account di Twitter), vi chiedo cortesemente di segnalare se la visione del blog e la possibilità di inserire commenti siano, negli ultimi giorni, "insolitamente" ostacolate per qualsiasi "impedimento" on web.
Grazie per la cooperazione.

E, se potete, per chi non l'avesse fatto, createvi un account su twitter e retwittate i links ai post e ai commenti più importanti: avranno difficoltà a "sterminare" molti utenti
Ovviamente, questa strategia implica un buon numero di aderenti: mentre invece siamo quattro gatti e pure non particolarmente motivati a lottare.
Spero di essere smentito, peraltro...

mercoledì 21 settembre 2016

IL TRILEMMA DE "L'EURO NON E' IL PROBLEMA MA L'AUSTERITA'." E IL DIFFERENZIALE MEDIATICO

http://i.quoteaddicts.com/media/quotes/2/57631-goebbels-propaganda-quotes.jpg

1. Per chi dice che l'euro non è il problema ma che lo sono (solo) l'austerità e il fiscal compact.


Inutile precisare che chi, a questo punto, non è in grado di comprendere il senso dei grafici che vedremo più sotto non dovrebbe più intervenire a cuor leggero nel dibattito mediatico e, ancor più, politico.
Questo perché, sull'euro-che-non-è-il-problema-senza-austerità-brutta, basta vedere i dati più significativi,  e confermativi delle dinamiche INEVITABILI illustrate dal rapporto Werner - e che Carli, dico Carli, ben comprendeva

2. Questi dati illustrano come funziona(va) l'Unione monetaria con il mero "valore di riferimento" del disavanzo pubblico al 3% e in assenza di una disoccupazione strutturale indotta in via fiscale, che debba attestarsi a livelli, (come tali irreversibili), tali da consentire un'intensa svalutazione interna. 
Cioè indicano quali sono gli inevitabili problemi di a/simmetrie che discendono da una disciplina della moneta unica che, in assenza dei vietatissimi (dai trattati) trasferimenti federali, non si doti di criteri automatici di correzione improntati alla logica del gold standard (tanti euro-oro escono, tanti vanno recuperati e, se non lo si è fatto, occorre che il pareggio di bilancio fiscale dreni liquidità in modo da non consentire l'accumulo ulteriore di debito commerciale con l'estero via spesa privata, limitando le importazioni e sperando, in un secondo tempo, che la conseguente deflazione porti a una miglior competitività di prezzo relativo, ottenuta riducendo il costo del lavoro).
E, naturalmente, tutto ciò vale in presenza del dato istituzionale, fondamentale: una banca centrale indipendente "pura" che non solo non può svolgere funzioni di tesoreria, e quindi rifornire di liquidità l'economia reale - cioè l'ente politico generale "Stato"- in funzione anticiclica, ma a cui è vietato anche di svolgere politiche monetarie differenziate per aree che presentano diversi saldi dei conti esteri con il resto dell'UE (e del mondo).

3. E dunque.
Questo è stato il saldo della BdP col tetto del 3% e in assenza di incentivazione (per via legislativa di "riforme strutturali") alla disoccupazione, in funzione svalutativa e correttiva degli squilibri commerciali:

http://3.bp.blogspot.com/-3IjKT4o45ls/VnQ8LNckjkI/AAAAAAAABFc/Hf92pqJYV6k/s1600/italia%2BCA%2B%2525%2Bpil%2B1990-2013%2Bpiccola.jpg

Una situazione che ha anche questa implicazione sugli "enormi vantaggi" in termini di reciproca apertura delle economie nell'eurozona.
3.1. Questo è il correlato andamento della disoccupazione e dell'inflazione, prima e dopo lo shock esterno del 2008, a seguito delle inevitabili politiche correttive imposte dalla semplice, e insufficiente, adozione del tetto del 3%, (dunque) in assenza della imposizione normativa (internazionalistica) delle riforme strutturali e fiscali di accelerazione deflattiva e, quindi, delle loro conseguenze sociali (cioè quello che è il "Fogno" della pace, da vendere agli italiani, ancora oggi, come cosa bella e irreversibile). 
E' evidente che, vigente il tetto al 3%, sia stato un errore imperdonabile (cioè "avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità" e quindi "FATE PRESTO"), non forzare il livello della disoccupazione - e quindi della deflazione- verso il bench mark medio dell'eurozona. Poi abbiamo provveduto ma solo perché era condizione priva di alternative per mantenere l'euro-che-non-è-il-problema.

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http://www.programmazioneeconomica.gov.it/wp-content/uploads/2015/05/3.11.png

4. Ma...un momento: tutte queste cose le avete sentite fino allo sfinimento. Vi, e mi, chiederete: che ce le dici a fare?
In realtà, assunta una "realtà parallela" composta da una comunità di persone "informate sui fatti", e non sul "sogno", avreste completamente ragione.
Ma il punto è che tale comunità non è massa critica. Potremmo discutere a lungo di quello che ciò significhi in termini scientifico-sociali; ma tale assunto rimane veritiero.
Il riscontro è facilmente acquisibile: i media italiani stanno addirittura intensificando la campagna di censura (della) e di narrazione del tutto opposta alla realtà macroeconomica; che è invece sempre più evidente sul piano scientifico internazionale (ma anche nell'immediato post-shock del 2011 la letteratura economica non "scherzava" nell'evidenziare i problemi delle a/simmetrie sistemiche dell'eurozona, richiamando, a sua volta, illustri precedenti di "avvertimento" che le cose sarebbero andate così come sono andate: non ci sarebbe stato alcun dividendo o "enorme vantaggio" della moneta unica). 

5. Potreste, altrettanto brillantemente, replicarmi: ma si sa che il problema dell'euro è sempre stato "politico" (e ce lo hai tante volte evidenziato). 
Sì, infatti: perché nessuno si è messo a parlare (alle "genti", alle "masse", oggettivamente umiliate e disprezzate), del problema del "moltiplicatore fiscale", - neppure in "pareggio di bilancio"-, come di un fattore con cui fare i conti quando si svolgono politiche correttive degli squilibri esterni in ottica gold-standard, nonché della conseguente impossibilità di politiche fiscali espansive, dentro la moneta unica, che non tengano conto del balance of payment constraint.

Ma dire che il problema non è l'euro bensì l'austerità, vecchio cavallo di battaglia, misura la distanza tra la realtà dei dati economici e delle loro correlazioni e quella dell'orchestrazione mediatica, (o grancassa),  relativa alla narrazione delle cause della interminabile crisi italiana. Nel secondo frame, questa posizione potrebbe persino passare per coraggiosa.

6. Solo che non lo è: essa implica la premessa che sia scontato un trilemma. Non quello stranoto, e ormai abusato, di Rodrik. Piuttosto quello che, avevamo segnalato, di Bibow, o qualcosa che gli assomigli in termini più ampiamente sistemici (di neo-macroeconomia classica, in gran parte neo-keynesiana, laddove convenga così qualificarla in termini...di comunicazione sedativa della destabilizzazione sociale). 
Il trilemma di Bibow riguarda la Germania e la impraticabilità di avere simultaneamente, all'interno della moneta unica, un surplus enorme della partite correnti, il divieto nei trattati dei trasferimenti e una banca centrale indipendente "pura": ma non avrebbe senso fermarsi al punto di vista tedesco, una volta che si affermi che "il problema non è l'euro ma l'austerità".
Questa è una fortissima scelta politica che, appunto, presuppone, la precisazione del trilemma in termini più generali: siccome il mantenimento dell'euro implica la correzione via svalutazione interna da parte dei paesi debitori "commerciali" (essenzialmente verso la Germania), non si possono avere contemporaneamente l'euro stesso, una disoccupazione inferiore a quella strutturale ritenuta "competitiva" dalle formule del fiscal compact e una politica fiscale espansiva.
Ovvero: non si possono avere contemporaneamente l'euro, politiche fiscali espansive in misura tale da ridurre la disoccupazione verso l'equilibrio keynesiano (che esclude la logica della domanda interna piegata all'equilibrio esterno in condizioni di assenza di flessibilità del cambio), e una banca centrale indipendente unica e vincolata a politiche monetarie che escludono trattamenti differenziati tra Stati aderenti all'UEM e vietano le funzioni di tesoreria, cioè di rifornimento di liquidità all'economia reale.

7. L'euro non è un problema solo se si accetta dunque che sia irreversibile il mercato del lavoro-merce, cioè la totalitaria (e apparentemente multiforme, dal punto di vista contrattuale e "offertista") precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, con conseguente stabilizzazione della riduzione dei salari reali e di sacrificio della domanda interna a favore della competitività esterna.  
L'euro non è un problema, in altri termini, se accetto la istituzionalizzazione della disoccupazione strutturale (al momento, per l'Italia, in un target di "piena occupazione" neo-liberista del 10,5%), la riduzione permanente della domanda interna rispetto al pieno impiego dei fattori (ovvero un grado di deindustrializzazione inevitabilmente crescente, come ben evidenziava Nuti sopra citato), e politiche espansive nei limiti, ristrettissimi, di quanto mi consente, transitoriamente, l'utilizzo dei margini di surplus delle partite correnti realizzato pro-tempore

Ma un surplus destinato a scomparire non appena avrò forzato, attraverso politiche fiscali di moderato aumento del deficit, - divergenti dal fiscal compact, beninteso-, le maglie dell'equilibrio esterno possibile in situazione di fissità dei cambi.
Intanto, all'interno di questo paradigma, non avrò necessariamente potuto realizzare un sufficiente ciclo di crescita tale da correggere il simultaneo problema della insolvenza di famiglie, soggette a indebitamenti che non possono più restituire a causa di disoccupazione diffusa e perdita di salario reale, e imprese, che non possono più contare, e in misura divenuta strutturale (come la disoccupazione e la deflazione salariale), su una crescita affidabile e consistente della domanda interna. 

8. Perché l'euro non è "solo" l'euro e (cioè "più") il fiscal compact, che abbiamo visto non essere separabili all'interno del paradigma economico che sostiene l'euro. E questo fin dal rapporto Werner e da Einaudi e...Hayek-Roepke: e non si comprende perché non si sappia affrontare questa minima operazione di ricostruzione storico-economica, così agevole e utile da compiere.
L'euro è anche l'Unione bancaria. E intanto che si discute, (candidamente?) della pleonastica "stupidità" del fiscal compact, la realtà normativa dell'Unione bancaria continua ad agire.

Il problema non sarebbe dunque l'euro solo se fingessimo, in base a una magica e "irenica" concezione del mondo senza capitalismo oligopolistico nazionale, che non esistono più i rispettivi saldi delle partite correnti di ciascun Stato aderente e che, più sistemicamente, i saldi settoriali non siano più rilevati su base nazionale
Ma la Germania, e per la verità l'elite italiana che invoca oggi, con ancor più convinzione, il "vincolo esterno", non hanno alcuna intenzione di ricorrere, nella linea politica implacabile che impongono alle politiche €uropee e nazionali, al "pensiero magico".

Quest'ultimo, il "pensiero magico", così come la serena visione irenica dell'euro, appartengono solo alla propaganda politica. Oligarchica (o delle elites, visto che oggi va di moda chiamarle così).
Ma sempre di propaganda si tratta.

lunedì 19 settembre 2016

L'INCIVILTA' (AL POTERE) DI "CERTI POLITICI ESTERI" E LA MANCANZA DI RISPETTO VERSO SE STESSI (il punto sulla sovranità negletta)


http://4.bp.blogspot.com/-Of5q5c1DS0w/VkE5NcUh_CI/AAAAAAAAHIM/7cHdnn4ODGo/s1600/soriano-essere-se-stessi.jpg

Questo post di Arturo è bellissimo e particolarmente tempestivo. 
Bellissimo lo è perché fa magistralmente il punto su una serie di fondamentali questioni (la sovranità, il "vincolo esterno", le condizioni giuridiche di principio, proprie delle Nazioni Civili, nonché di legalità costituzionale, che consentirebbero di arrestarne la geometrica potenza distruttiva di benessere e democrazia nel nostro paese); e tali questioni costituiscono uno dei filoni fondamentali affrontati su questo blog, ormai, nel corso di anni. 
Il post risponde perfettamente alla conseguente necessità di riordinare e riassumere le idee esposte per i "non giuristi", ormai divenuti "colti"nel senso più sano della parola, in quanto si sono formati su queste pagine; con grande orgoglio da parte mia per aver visto i frutti tangibili di questa crescita, nelle risposte fornite da commentatori e frequentatori del blog.

Tempestivo lo è per una ragione molto attuale e non paradossale; gli "eventi che precipitano", secondo la traiettoria che si era pre-tracciata in post che risalgono ai primi passi di questo blog, si stanno sviluppando per linee esterne, cioè sul piano internazionale, e "autoctone", cioè della politica interna (che vanno confrontate con quanto detto nella prima parte del mio intervento a Chianciano, che spero sia presto disponibile in rete). 
A una prima impressione, personalmente, devo resistere alla tentazione di cadere nel più profondo sconforto. Una condizione psicologica che porterebbe, nella sua logica "emotiva", a seri ripensamente sulla stessa utilità di proseguire l'esperienza del blog.
Ma questo sconforto non ce lo possiamo permettere: la linea di giustizia nel diritto che si è tentato qui di sostenere, impone di lasciare che i "semi" della legittimità costituzionale democratica siano ancora da preservare, nella speranza che un giorno possano comunque germogliare ("a futura memoria", come ho detto più volte). 
Perciò, continuare a rendere testimonianza di questa legittimità democratica, mentre si cercherà di "realizzare" razionalmente la portata degli eventi che si stanno dipanando in questi giorni tormentati, rimane sempre un compito che la coerenza con lo Spirito dell'Uomo rende degno di perseguire.

Per capire il fondamentale ruolo che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha svolto e svolge nel processo di integrazione comunitaria, e quindi poter apprezzare la reazione della Corte Costituzionale italiana di fronte ad esso, bisogna necessariamente fare un po’ di passi indietro sia teorici che storici.

1.  Per prima cosa bisogna tornare sulla definizione giuridica di sovranità: i termini della questione sono stati cristallinamente chiariti in questo importante post sul Brexit che vi consiglio di (ri)leggere.

In termini generalissimi, la sovranità degli Stati ha quindi due aspetti: uno esterno, consistente nell’indipendenza, nel senso di originarietà dell’ordinamento statale; e uno interno, nel senso di supremazia rispetto alle realtà sociali e politiche interne.

2. I federalisti tuonano spesso contro “la sovranità assoluta” degli Stati la cui “malefica virtù” ha spinto “qualche cultore di diritto pubblico a compiere una costruzione elegante” («Corriere della Sera», 28 dicembre 1918; lettera a firma Junius, cioè il solito Einaudi).

Ci sentiamo di tranquillizzarli: la realtà della sovranità esterna è esattamente all’opposto di come la immaginano loro: la sovranità, lungi dall’essere incompatibile con il diritto internazionale, è anzi un concetto -  e, se si vuole, un “istituto” -  suo proprio. In primo luogo, la sovranità è riconosciuta (o denegata) precisamente da norme internazionali. In secondo luogo, la sovranità è il presupposto per l‘applicabilità di (altre) norme internazionali.
La sovranità, insomma, è non la negazione di ogni obbligo internazionale, ma al contrario il suo necessario presupposto: solo gli stati sovrani sono soggetti ad obblighi internazionali.” (R. Guastini, Lezioni di teoria del diritto e dello Stato, Giappichelli, Torino, 2006, pag. 214).

O anche, come ha detto, a me pare lucidamente, Natalino Irti (Norma e luoghi, Laterza, Roma-Bari, 2001, pag. 96): La sovranità degli Stati e le decisioni politiche sono tramiti necessari di qualsivoglia assetto internazionale. Il vago e umanitario cosmopolitismo, che nega sovranità e indipendenza degli Stati, non giova né alla cooperazione né alle pacifiche intese. Esso distrugge il reale e storico fondamento dei suoi stessi disegni. Non senza gli Stati, ma solo attraverso gli Stati, e dunque con la mediazione del volere politico, sono perseguibili gli obbiettivi di carattere internazionale.”

2.1. Il vero bersaglio di Einaudi è ovviamente un altro: “Se i parlamenti si sono rapidamente trasformati in camere di registrazione, quella trasformazione, già iniziatasi del resto prima della guerra, fu imposta dalla necessità. Quando le materie soggette a discussione ed a deliberazione hanno carattere internazionale, non possono essere discusse e decise da parlamenti municipali. Sopra agli stati, divenuti piccoli, quasi grandi municipi, ed ai loro organi deliberanti, debbono formarsi, si sono già costituiti idealmente stati più ampi, organi di governo diversi da quelli normali.

Insomma, il bersaglio della retorica del grande pennello è una certa conformazione della sovranità interna, già troppo democratica se lasciata ai Parlamenti.

Ovvio che Einaudi non si disturbi a criticare ciò che nemmeno può concepire (nel 1918, poi, figuriamoci), cioè quella specifica conformazione della sovranità interna che è la sovranità democratico-costituzionale volta a realizzare i diritti fondamentali (sociali in primis), ma il significato antidemocratico delle sue argomentazioni è comunque chiaro.

3. Antidemocratico perché?

Come giustamente s’è osservato:
la compressione della sovranità non dipende solo dall'esistenza in sé di un potere generalizzato di interferenza con le prerogative di un certo Stato (cioè un'interferenza che può andare al di là dei settori di competenza UE elencati nei trattati, come lamenta il regno Unito col riferimento alla "Carta dei diritti", incorporata in un certo modo nel diritto europeo), ma dipende, anche e soprattutto, dal tipo e dal contenuto delle norme sovranazionali che si impongono in virtù della (supposta) prevalenza del diritto europeo.”

D’altra parte, come analizzava lucidamente in un articolo di qualche anno fa (altro consiglio di (ri)lettura) Giancarlo Montedoro: I fondamentali orientamenti normativi - eguaglianza, relazioni sociali governate da regole legali, libertà generali, rispetto per i diritti umani - anche se spesso non pienamente praticati, restano legati allo stato-nazione.
Paradossalmente, lo stato-nazione funziona anche come barriera sostanziale, nella misura in cui tali orientamenti restano mere finzioni al di fuori dei confini dello stato-nazione.
I diritti umani trovano infatti sostanza solo in quanto codificati come diritti civili entro uno stato-nazione, mentre le relazioni internazionali restano affidate alla dipendenza (coloniale), alla violenza e alla guerra.”

Penso che il ragionamento, già ripetutamente svolto, sia chiaro: la radicale diversità sociologica, e quindi politica, fra rapporti internazionali e rapporti interni allo Stato-nazione rende, almeno per il momento, la preservazioni della sovranità statale esterna requisito non sufficiente ma sicuramente necessario a una conformazione di quella interna ai principi-fini di democrazia sostanziale previsti dalla Costituzione, vale a dire, ripetiamolo ancora una volta, - visto che pare che fuori di qui nessuno ne capisca o ne ricordi il significato-, l’attuazione generalizzata dei diritti fondamentali e in primis quello al lavoro, così da renderne l’esercizio concretamente uguale per tutti realizzando l’uguaglianza sostanziale:  
"Il secondo comma dell’art. 3 fa appunto riferimento a limiti di fatto che, nei confronti di un gran numero di soggetti, impediscono la attuazione piena del principio di uguaglianza, e che devono essere eliminati mercè interventi di indole pubblicistica diretti a consentire a ciascuno la partecipazione, in condizioni di parità, a tutte le attività sociali.
Pertanto, se si coordina l’art. 1 con la disposizione citata per ultimo, appare confermata l’opinione che vede nel valore lavoro l’elemento fondamentale dell’ideologia politica informatrice dell’intero assetto statale, e perciò costitutivo del tipo di regime.” (C. Mortati, Il lavoro nella Costituzione, Il diritto del lavoro, 1954, I, pp. 149-212 ora in Scritti, vol. III, Giuffrè, Milano, 1972, pag. 235).
 Ma sarà proprio così drammatica questa differenza fra società nazionale e internazionale? 

Non bastasse quanto già riportato, sentiamo anche un economista (il solito, ma non è mai troppo, Caffè: Cooperazione economica o vassallaggio?, “Il Messaggero”, 7 novembre 1977 ora in Contro gli incappucciati della finanza, a cura di G. Amari, Lit Edizioni, Roma, 2013, s.p):  
È bene premettere, a scanso di equivoci, che una cooperazione economica come quella che si manifesta nel «Comecon», l’associazione tra i Paesi dell’Est europeo e l’Unione Sovietica, non può incontrare l’approvazione di chi ritenga che la cooperazione costituisca qualcosa che vale soltanto se implichi fondamentale uguaglianza tra le parti e non rapporti di sudditanza. Del resto, l’esplicita insofferenza che è stata manifestata in varie occasioni da alcuni membri del «Comecon» sta a indicare che i rapporti di sudditanza possono essere subìti, ma non graditi.
Ciò detto, sarebbe soltanto un voler autoilludersi se si pensasse che le forme di collaborazione esistenti tra i Paesi a economia più o meno di mercato non comportino rapporti di dominazione, assoggettamento a posizioni egemoniche, tendenze involutive miranti a trasformare una ideale cooperazione tra uguali in un concreto assoggettamento a regole imposte, talvolta con pesante brutalità, da un ristretto direttorio di potenti.
[…]
Malgrado ciò, una economia di mercato in vario modo imputridita può essere considerata preferibile a una pianificazione centrale burocratizzata. Ma si tratta, allora, della scelta di un male minore, che non giustifica in alcun modo una idealizzazione mistificatoria della «economia di mercato», come se ciò che essa è nella realtà coincidesse con le astrazioni dei libri di testo. Né la scelta di un simile sistema, qualora sia posta come una «scelta di civiltà», significa necessariamente l’accettazione della inciviltà di personaggi politici esteri che, ospiti del nostro Paese, distribuiscono elogi e rimproveri, invitano a filar dritto se si desiderano investimenti di capitalisti stranieri e, in un momento in cui era in discussione la possibilità di un qualificato rilancio economico nel nostro Paese, intervengono con pesante rudezza per dire che questo rilancio non si ha da fare. Questo, in tema di ricordi, può rievocare la «cupidigia del servilismo», non alimentare uno spirito di cooperazione.
In sostanza, sia il «mercato», sia la «cooperazione internazionale» non sono cose la cui connaturale bontà debba darsi per scontata. La loro validità va verificata nell’esperienza quotidiana e dando peso adeguato alle vicende storiche.
Valutate voi se, da ultime, le vicende greche e italiane confermano o meno le considerazioni di Caffè e Montedoro.

3.1. E non è davvero che i trattati di libero scambio meritino una considerazione più benevola, anzi! A conforto di quel che è già stato spiegato più volte, vi riporto questo giudizio, ancora lui, di Caffè (E’ consentito parlare di protezionismo economico? “L’astrolabio”, XV, n. 12 (28 giugno 1977) ora in La solitudine del riformista, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, pag. 238 e ss.):

Non si riesce a comprendere perché lo stesso senso di pudore e di autocontrollo non debba essere avvertito da coloro che evocano la «follia autarchica», di fronte a ogni modesta proposta ispirata al fatto che, da che mondo è mondo, le politiche commerciali sono state informate a un dosaggio, non sempre raffinato ma reale, tra protezionismo e liberismo. La mancanza di rispetto verso se stessi, più che verso gli altri, da parte di coloro che con tanta stravaganza stabiliscono l’identità tra protezionismo e autarchia è rafforzata dal fatto che essi, di certo, non ignorano in quanti modi subdoli il protezionismo sia praticato proprio dai paesi che occupano posizioni di egemonia sul piano mondiale.”

Vi riporto anche una fonte poco frequentata, le “lucide considerazioni” (così secondo Caffè) formulate “a caldo”, quindi senza senno di poi, da Marco Fanno (Note in margine al trattato del Mercato Comune Europeo, apparso in II Mercato Comune (Problemi attuali di Scienza e di Cultura, Quaderno n° 44), Roma, 1958 ora in L’Europa e gli economisti italiani, a cura di Gabriella Gioli, Franco Angeli, Milano, 1997, pag. 187):

Riassumendo queste indagini preliminari possiamo quindi concludere che la creazione del Mercato Comune:
1) è bensì destinata a modificare la distribuzione delle varie produzioni tra i paesi partecipanti nel senso di una maggiore spe­cializzazione e a modificare l’ampiezza delle zone di smercio delle loro industrie, ma tutto questo in misura minore di quella della soluzione ottima, che si compendia nello slogan di un Mer­cato Comune di 160 milioni di consumatori; e precisamente in misura tanto minore quanto minore è il grado di complementa­rietà delle economie dei paesi partecipanti;
2) che essa è pertanto destinata a recare alla Comunità global­mente considerata benefici minori di quelli della soluzione ottima, e anche questi tanto minori quanto minore è cotesto grado di complementarietà;
3) che perché essa risulti in definitiva vantaggiosa a tutti i paesi partecipanti è necessario, qualora alcuni di questi sieno prevalen­temente industriali ed altri prevalentemente agricoli, che la redi­stribuzione intemazionale delle produzioni da essa promossa si fermi al di qua del limite al quale i paesi meno industrializzati comincerebbero a deindustrializzarsi.”
Insomma, qualsiasi “apertura” al diritto internazionale, e il diritto comunitario è e resta diritto internazionale (affermazione che mi riservo di argomentare più avanti), dev’essere considerata con estrema cautela e ne dovrebbe essere puntualmente verificata la compatibilità con i compiti di attuazione dei diritti fondamentali che lo Stato è costituzionalmente obbligato a perseguire.

4. Si può intuire che lo Stato ha potuto svolgere quella funzione di “barriera sostanziale”, come la chiama Montedoro, perché è esistita, e ancora esiste, una soluzione di continuità giuridica fra diritto internazionale e diritto statale. E’ proprio questa barriera che il diritto comunitario pretende di aver superato.

Si parla a questo proposito di superamento del dualismo del diritto internazionale.

Occorre fare molta attenzione perché di dualismo si può parlare in due sensi: dal punto di vista del diritto internazionale; dal punto di vista del diritto costituzionale.

4.1. Il diritto internazionale è dualista nel senso che le norme interne sono prive di rilevanza per il diritto internazionale: esse sono, dal punto di vista del diritto internazionale, meri “fatti”. La sola conseguenza, che il diritto internazionale prevede per il caso della emanazione o promulgazione di norme interne incompatibili, è la responsabilità internazionale dello Stato interessato: non mai l’abrogazione o l’invalidità delle norme in questione.” (Guastini, op. cit., pag. 202).

Quando lo stesso fenomeno è osservato dall’interno degli Stati si parla di “impenetrabilità” dell’ordinamento Statale da parte dell’ordinamento internazionale (e di qualsiasi altro ordinamento).
Lo spiega con la consueta chiarezza Crisafulli: “Ma siffatta soggezione alle norme [del diritto internazionale] non menoma l’indipendenza degli Stati, quanto al rispettivo ordinamento interno, giacché i limiti che essi incontrano nell’ordinamento internazionale non producono effetti all’interno se non per libera determinazione degli Stati medesimi. È ben vero quanto osserva il Kelsen, che, cioè, nell’ordinamento internazionale, “uno Stato può esser vincolato contro la propria volontà”; ma è anche vero che, nel diritto interno, tutto dipenderà poi dalle scelte politiche operate dall’autorità statale, vale a dire – salvo che sia diversamente disposto dal diritto statale – atti contrastanti con gli obblighi internazionali saranno egualmente validi, oltre che efficaci, sebbene, dal punto di vista del diritto internazionale, possano integrare un “comportamento illecito” dello Stato”. (V. Crisafulli, Lezioni di diritto costituzionale, I, CEDAM, Padova, 1970, pag. 66).

4.2. Credo a questo punto si intuisca anche che cos’è il dualismo, oppure il monismo, in diritto costituzionale: è appunto il contenuto di quella “libera determinazione degli Stati medesimi” circa l’efficacia interna delle norme internazionali, fissato nelle rispettive Costituzioni.

Ovvero (Guastini, op. cit., pagg. 198 e ss.): È “dualistica” ogni costituzione per la quale: (a) solo il diritto interno è applicabile, mentre (b) le norme internazionali -  consuetudinarie e convenzionali -  non sono applicabili se non quando siano state recepite mediante atti normativi interni.

È “monistica” ogni costituzione per la quale le norme internazionali -  tutte: consuetudinarie e convenzionali -  sono direttamente applicabili, al pari del diritto interno.”

Sono “miste” quelle costituzioni che combinano una norma monistica per ciò che concerne il diritto internazionale generale consuetudinario con una norma dualistica per ciò che concerne il diritto internazionale convenzionale, o viceversa (ma il primo caso è assai più frequente).”

Chiariamo con riferimento alla nostra Costituzione: le consuetudini internazionali obbligano lo Stato nell’ordinamento internazionale che egli lo voglia oppure no, ma sono immediatamente efficaci nell’ordinamento italiano solo in forza del rinvio contenuto nell’art. 10 della Costituzione, da un lato (e quindi rispetto alle consuetudini internazionali la nostra Costituzione è monista); ma nei limiti contenutistici della loro compatibilità con i fini supremi dell’ordinamento italiano, stabiliti dalla stessa Costituzione, dall’altro. La sentenza n. 238 del 23 ottobre 2014 di cui si è più volte parlato riguardava proprio l’art. 10 (anche, se significativamente, estendeva apertamente il principio così riaffermato anche nei riguardi del diritto europeo che, pure, non era direttamente coinvolto nel caso risolto dalla Corte).

E’ quindi prima di tutto la Costituzione di ogni paese il filtro attraverso cui passa (o non passa) l’efficacia interna delle norme internazionali. (Chiaramente anche altre fonti, come la legge, possono introdurre negli ordinamenti statali norme internazionali…nel rispetto delle Costituzioni, e, dunque, in concreto, sempre sul presupposto del rispetto delle "competenze" delle varie fonti normative, a disciplinare certi contenuti e materie, stabilite dal sistema costituzionale delle "fonti" stesse).

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea sostiene che, nei rapporti col diritto comunitario, questo filtro per i paesi membri dell’Unione non esiste e quindi qualsiasi norma comunitaria suscettibile di essere efficace sulla base delle regole comunitarie, sia pure nei limiti delle competenze formali e materiali dei Trattati - il cui rispetto sarà però sempre e solo la stessa Corte Europea a valutare-, lo sarà ipso facto anche all’interno degli ordinamenti statali e dovrà essere applicata dai giudici interni a preferenza di qualsiasi norma statale, anche di livello costituzionale, con essa contrastante: è questo il modo in cui opera tecnicamente quello che Lordon chiama “diritto internazionale privatizzato” in Europa (qui p. 8), e che del tutto logicamente viene indicato come modello globale da quegli autori che auspicano un’attuazione del diritto internazionale in grado di garantire “diritti di pace, sicurezza e vantaggi economici direttamente agli individui” (pag. 1697). Insomma, il fogno.


Come e perché la Corte abbia avanzato queste straordinarie affermazioni, quale ne sia la plausibilità e la reazione degli Stati di fronte ad esse sarà oggetto delle prossime puntate.