giovedì 23 febbraio 2017

LA NATO. E LA GERMANIA. E L'EURO.

http://www.lastampa.it/2017/01/07/esteri/trump-cerca-un-alleato-in-italia-per-rilanciare-la-partnership-con-gli-usa-QTYtmZagBagSkP456CvgYP/pagina.html

1. In un precedente post, avevamo esaminato, muovendo dal caso del terrorismo in Francia, la disciplina dei trattati UE in tema di "difesa comune", evidenziando che essa sia stata concepita al fine di non pregiudicare "il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri" e, in questa ottica, proprio per preservare il quadro Nato in cui sono inseriti i più importanti paesi-membri dell'Unione. Infatti (art.42, par.2, 2° cpv, TUE):
"La politica dell'Unione a norma della presente sezione non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l'Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico (NATO), nell'ambito del trattato dell'Atlantico del Nord, ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in tale contesto."
La clausola di generale "compatibilità" così enunciata, comporta, nella materia, in pratica una prevalenza del trattato Nato su quello UE, lasciata alla discrezionalità politica dei singoli Stati, e dunque  una "genetica subordinazione ad esso di ogni iniziativa europea comune nel campo della difesa". 
Anche questa clausola ha una ragion d'essere che, nel complesso dell'art.42 citato, e del suo rinvio agli artt.43 e 46, si connette anche all'esigenza che l'appartenenza all'UE non pregiudichi la compartecipazione di singoli Stati UE alle missioni (militari) extraeuropee e alla "lotta al terrorismo", guidate dagli USA (appunto nel quadro Nato) (post citato, punto 9).
Vedremo poi, nell'articolo di Zero Hedge di seguito commentato, come questa parallela ragione giustificativa del quadro Nato, recepita nel trattato UE, sia ormai oggetto di dubbi di di "disappointment", sempre più evidente, da parte USA.

2. Risulta perciò una conclusione sufficientemtene oggettiva: il federalismo €uropeo, in quanto originato e promosso dalla mano USA e, evidentemente, per un proprio prevalente interesse, si stempera, nei suoi effetti politico-economici, allorché gli USA stessi abbiano già provveduto a creare un quadro di alleanze militari che precedono e prevalgono su quelle euro-federate (che a tal fine vengono considerate meno utili se non superflue).
Ma se il quadro è sempre stato questo, - cioè quello dell'interesse geo-politico USA a "controllare" l'insieme delle ex potenze europee creando interlocutori unificati, servendosi di due strumenti separati, l'uno federalista liberoscambista per legare in blocco l'€uropa all'economia di mercato, l'altro più strettamente militare (e, opportunamente, più frammentato sul versante UE)- il mutare dell'interesse stesso degli USA non può non influire in modo decisivo su questo schema.

3. Questa influenza dei mutamenti, d'altra parte, è perfettamente naturale in tema di trattati internazionali che, non vengono mai intesi come scolpiti nella pietra, nonostante gli enunciati retorici ed ideologici, propri del momento in cui vengono conclusi, che li accompagnano. 
Oggi parlare di "difesa comune" €uropea, in preteso superamento dell'influenza e dell'interesse genetico degli USA, peraltro, significa in pratica creare un superorganismo militar-industriale sotto l'egida dell'egemonia tedesca: e questo, con ogni evidenza, tenendosi realisticamente conto dei limiti fiscali e di bilancio che caratterizzano l'eurozona e, sia pure in forma più attenuata, l'intera UE (in forma attenuata almeno fino a quando non verrà incorporato il fiscal compact nei trattati stessi). 
Insomma, anche allo stato delle principali direttive in materia di difesa e, specialmente, delle Comunicazioni n.764 del 5 dicembre 2007 e, ancor più, di quella n.542 del 24 luglio 2013, il disegno è, sempre in nome del risparmio e dell'efficienza, quello di una ristrutturazione del relativo settore industriale mediante creazione di grandi conglomerati incentrati sul controllo dei soggetti industriali più grandi, essenzialmente tedeschi,  ma accompagnato da investimenti nel settore della difesa dei singoli Stati (cedenti le proprie partecipazioni industriali!) a...giovamento di tali ridisegnati gruppi industriali (a trazione tedesca).

4. E se l'interesse USA si trovasse invece a essere mutato e a non più contare sul blocco Nato nel suo insieme, magari ridisegnato e amplificato mediante il consueto sistema dell'egemonia tedesca come strumento per unificare l'€uropa e farne l'interlocutore "unico e utile"? 
E se, più in generale, l'Europa, in particolare con l'eurozona, divenisse un fastidioso ostacolo al riequilibrio dell'economia USA, proprio per quell'aspetto di "manipolazione" del corso della moneta unica, addebitato principalmente all'espansionismo mercantilista tedesco, che costituisce un vero e proprio ostacolo alle politiche di ritorno alla autosufficienza industriale, che gli USA si trovano, giocoforza, a tentare di percorrere per ristabilire la propria coesione sociale?
  
5. Dare risposta a queste domande può anche spiegare come si stia profilando come inevitabile uno scontro tra USA e Germania, in cui la seconda si trincera dietro il politically correct del globalismo (della "pace") e parla a nome degli altri partners €uropei (che altrimenti, nei rapporti interni all'eurozona, disprezza e sottopone a crescenti condizionalità vessatorie,) e gli USA assumono una veste fortemente critica della moneta unica
Ma in modo più diretto viene anche affrontato, sul versante USA, il problema del rebus sic stantibus che ormai caratterizza la giustificabilità e la convenienza dello stesso trattato Nato. 

Infographic: Who's Contributing How Much to Financing NATO? | Statista

6. Questo articolo di Zero Hedge (in passato seguivo il NY Times ma ormai si è ridotto a un foglio di propaganda del Global Economic Order...in crisi) ci offre, con un eloquente incipit, un ragguaglio sull'agire della clausola rebus sic stantibus rispetto all'attuale assetto Nato (avvertiamo subito: la visione è un po' semplificatoria e cosparsa di brutalità senza sfumature relative alle implicazioni economiche):  
"...Come ha di recente notato George Friedman, gli Europei devono fronteggiare due fatti...
Anzitutto, le guerre che contano per gli USA sono combattute nel mondo islamico. In secondo luogo, l'Europa non sta lottando per la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale.
Le sue capacità militari dovrebbero essere pari a quelle degli USA.
La NATO è obsoleta se si definiscono le sue responsaibilità principalmente nel respindere un'invasione russa. Specialmente in quanto (L'Europa) s'è rifiutata di creare una forza militare capace di farlo. E' obsoleta nel concepire gli USA come i garanti della sicurezza europea laddove l'Europa è sufficientemente capace di sostenere il costo dell'autodifesa.
Se la nazioni europee sono libere di seguire i propri interessi, allora lo sono pure gli USA.
Facendo un passo indietro, scorgiamo una più ampia verità.
Prima cosa,  l'Unione Europea is breaking (sta collassando). L'Europa non è in posizione di svolgere operazioni Nato supportate all'unanimità. Per gli europei, la Nato è importante perché significa che, nell'improbabile caso di una guerra europea, gli Stati Uniti devono essere presenti (ndr: sullo scenario).
Gli Stati Uniti vogliono  fermare l'egemonia russa sulla "penisola" europea. Ma possono gestire ciò dislocando forze limitate nei paesi baltici, in Polonia e Romania.
Gli europei hanno trasformato la Nato in un meccanismo che funziona tramite relazioni bilaterali tra gli USA e ciascun membro della Nato.
In tal modo, gli Stati Uniti, possono agire allo stesso modo.
Possono anche accettare lo status quo in Ucraina, scritto o non scritto. Gli USA non andranno in guerra in Ucraina. E la Russia neppure lo farà.

L'approccio di Trump alla Nato è stato imposto agli Stati Uniti dagli europei. 
La  Nato non funziona come un'alleanza. E' un gruppo di nazioni sovrane che risponde alle richieste americane se lo ritiene opportuno. Gli Stati Uniti lo sanno e a un certo punto, qualcuno evidenzierà che la Nato è obsoleta.
La questione può riassumersi nella seguente domanda. Qual è l'impegno dei paesi europei verso gli Stati Uniti? E qual è l'impegno USA vero l'Europa?
Non è più chiaro se ci sia la base geopolitica per questo impegno. Gli interessi sono divenuti divergenti. Nato non è più adatta alla realtà odierna".

7. Ora questo insieme di notazioni non sono scevre da lacune: ad esempio, sono svolte senza coordinare il quadro delineato alla concreta modalità con cui le "Comunicazioni" €uropee sopra menzionate vogliono sviluppare la difesa - e l'industria- militare in UE
Abbiamo visto che il prevedibile sviluppo di questo disegno si riveli un inevitabile rafforzamento dell'egemonia industriale, ma soprattutto politica, della Germania.
Zero Hedge non pare (esplicitamente) dar peso al fatto che un paese mercantilista, - che ricorre per di più al vantaggio abilmente dissimulato dell'euro, per commerciare con una moneta svalutata rispetto alla sua capacità esportativa individuale-, una volta preso il controllo politico-economico dell'intera eurozona (quantomeno: a questo può tra l'altro ricondursi il progetto dell'€uropa a 2 velocità, qui p.11, ferma l'intangibilità della moneta unica), accoppiando pure quello militar-industriale, non potrebbe che acuire la sua resistenza e le sue pretese di contrapporre i propri interessi a quelli USA. 
E questo anche in chiave di rapporto con la Russia (e di rapporto privilegiato per farne un ulteriore hub esportativo per beni strumentali, costruzione di infrastrutture e beni durevoli di consumo).

8. Zero Hedge, poi, non pare rendersi conto di un altro aspetto, ancora più inquietante: la prosecuzione degli indirizzi di politica industrial-militare progettati in sede europea, proprio perché soggetti all'imposizione de facto della preminenza politico-economica tedesca, rischiano di innescare non le mire russe sulla "penisola europea" quanto un conflitto interno alla stessa europa occidentale (si pensi alla prospettiva di una vittoria della Le Pen alle presidenziali francesi; ma non solo). 
La "minaccia" tedesca, oggi ammantata di europeismo (ipocritamente pacifista da parte del paese meno cooperativo della già non cooperativa UE-M), diverrebbe un rischio, sempre più concreto, di ritorno alle stesse ragioni che portarono gli USA a intervenire sul teatro europeo nella seconda guerra mondiale.

9. Questo ordine di problemi non può essere trascurato: se gli USA, con un nuovo corso di realpolitik, disinnescassero il pericolo "russo", linea del tutto ragionevole adombrata dall'Amministrazione Trump (e che l'articolo di Zero Hedge conferma), non per questo avrebbero risolto il problema tedesco. Questo, anzi, rischia di aggravarsi e proprio sul versante più pericoloso, quello militare, per la stabilità della pace in Europa e nel mondo.
Per questo, anche il disimpegno finanziario USA dalla Nato, e la connessa esigenza di ridisegno del trattato relativo, su basi che prendano atto di una maggior bilateralità, non possono evidentemente essere disgiunti dal risolvere la questione UE. E ancor più il presupposto della sempre più pericolosa egemonia tedesca, cioè la moneta unica. E questo può aversi solo attraverso uno smantellamento dell'eurozona attraverso la guida USA.
Ma certo, tutto sta in quel considerare come un "fatto" una circostanza alla quale gli USA non potrebbero mai considerarsi estranei:
"l'Unione Europea is breaking (sta collassando)"

martedì 21 febbraio 2017

TRUMP AL BIVIO DELLA DEMOCRAZIA IDRAULICO-MEDIATICA. VINCERE O SOCCOMBERE?




1. E' veramente impossibile comprendere se il POTUS Trump stia svolgendo, o sia comunque intenzionato a svolgere, in modo coerente, le politiche che il suo programma lasciava intravedere. 
In modo ancora più sostanziale, il messaggio vincente di Trump aveva a che fare con la rigenerazione della dimenticata middle-class, mediante la creazione di occupazione buona, in controtendenza dichiarata ad un assetto di economia aperta, e anzi epicentro del free-trade globalista (cioè istituzionalizzato per trattati voluti da governi rigidamente controllati dall'elite capitalista).
E dunque, la situazione compattamente oscurata dai media di entrambe le parti dell'Atlantico - e questo è oggettivamente il problema principale- era, ed è, che negli USA l'apparente dialettica bipartisan dissimulava, con piccole varianti (qui, p.5), per lo più ininfluenti sul costante peggioramento delle prospettive di vita della schiacciante maggioranza degli americani, la fine della mobilità sociale  (pp. 6-8): si era così strutturata, fino all'inaspettata elezione di Trump, la creazione indiscussa di un consenso basato sugli "abbienti" e fanaticamente teso a circoscrivere ogni progressismo alle guerre (simili a quelle di religione del '500 europeo) sui diritti cosmetici (malthusiani, come ben evidenziava Bazaar).

2. Con una certa dose di "ottimismo della volontà", il recente bollettino EIR, evidenzia questa contrapposizione tra ipocrisia sui diritti cosmetici in chiave anti-Trump e "mosse" che quest'ultimo potrebbe/dovrebbe adottare, con priorità, per disinnescare la sollevazione, manovrata dalle elite finanziarie e mediatiche, per eliminarlo
"Mentre gran parte dei media transatlantici continua a denunciare istericamente Trump come bugiardo, incompetente e una minaccia per la civiltà, e i suoi oppositori chiedono il suo impeachment o addirittura il suo assassinio, si sta forgiando la sua politica estera (vedi sopra).  
Durante la campagna elettorale, Trump ha promesso di porre fine alla finta "guerra al terrorismo" neoconservatrice e alla politica di "cambiamento di regime" utilizzata dalle amministrazioni precedenti di George W. Bush e Barack Obama. Queste tattiche hanno provocato migliaia di vittime tra il personale militare, hanno ucciso centinaia di migliaia di persone nelle nazioni prese a bersaglio, e sono costate oltre 4 mila miliardi di dollari, che potevano essere spesi nello sviluppo infrastrutturale, nella reindustrializzazione, nell'istruzione e nel sistema sanitario.  
Questa promessa è stata la chiave della sua vittoria elettorale, perché milioni di americani sono stanchi di guerre e disperati per il crollo dei loro livelli di vita, che Hillary Clinton e Barack Obama definivano una grande ripresa economica.
Per rendere possibili i cambiamenti invocati da Trump occorrevano due passi immediati. Il primo, porre fine alle minacce di guerra nei confronti di Russia e Cina, esemplificate dalla campagna di attacchi contro Vladimir Putin, alle sanzioni contro la Russia, all'espansione a Est della NATO e alla minaccia di scontro con la Cina nel Mar Cinese Meridionale.

Il secondo passo, essenziale perché il primo abbia successo, è togliere il potere ai cartelli finanziari globali, che utilizzano le guerre e la destabilizzazione politica, e impongono dure condizioni di austerità per concedere aiuti, al fine di mantenere il proprio potere. 

L'arma migliore disponibile a Trump per fare questo è il ripristino della separazione bancaria con la legge Glass-Steagall, che imporrebbe una riorganizzazione fallimentare del sistema bancario, indebolendo la loro capacità di ricattare i governi, compreso quello di Washington. È in corso un dibattito sulla Glass-Steagall in questo momento, al Congresso e altrove (vedi EIR Strategic Alert 5,6/2017).
La spinta verso una "rivoluzione colorata" contro Trump proviene proprio da questa élite finanziaria globale, che teme che il nuovo Presidente possa mettere fine al proprio strapotere. L'ex Presidente Obama, per esempio, ha incoraggiato manifestazioni contro la nuova Amministrazione, mentre alcuni suoi alleati hanno presentato ricorso contro il bando all'immigrazione di Trump con dubbie motivazioni.
 

Uno di loro, l'ex consulente legale del Dipartimento di Stato Harold Koh, è la persona che ha scritto la difesa "legale" del programma illegale di Obama per assassinii extragiudiziarii con l'uso di droni e che ha addestrato John Yoo, l'avvocato che ha difeso l'uso della tortura. 
Ci permettiamo di mettere in dubbio le loro credenziali sui diritti umani. Quanto alla protezione dei migranti, dove erano costoro quando i migranti venivano deportati durante l'Amministrazione di Obama e tutte le amministrazioni precedenti?"

3. Più prosaicamente, Zero Hedge (articolo di Michael Krieger) evidenzia i limiti di entrambi i contendenti: Trump come presunto outsider tutore della maggioranza (silenziata dai media più che "silenziosa") degli impoveriti dalla globalizzazione istituzionale, e l'establishment con il suo braccio armato mediatico. E lo fa partendo dall'ennesimo (stucchevole) articolo del New York Times, a firma di Nicholas Kristoff, (non a caso, un autocelebrato difensore dei diritti civili e delle donne), che dà per scontata la necessità dell'anticipata estromissione di Trump dalla sua carica come ripristino dell'ordine, addirittura, costituzionale (...dei mercati globalisti):
"Infine, qui Kristoff enuncia così la sua patetica istanza di rovesciare Trump:

Cosa dire di una presidenza della quale, dopo un mese dal suo insediamento, noi stiamo già discutendo se possa essere anticipatamente terminata?
No Nicholas, “noi” non stiamo discutendo di ciò. Lo stai facendo tu. Tu e i tuoi colleghi dei media. Il che mi porta al più irritante aspetto di ciò che sta accadendo nel discorso pubblico oggi in America. Cosa dovrebbe fare qualcuno come me a cui non piace Trump, ma a cui piacciono ancor meno i corporate media?
Questa è la scomoda posizione in cui mi trovo attualmente e se mi ci trovo, lo stesso vale per milioni di altri.
Trump comprende questo, ed è perciò che prosegue nel suo attacco implacabile agli elementi della grande industria dell'informazione.
Personalmente, la mia antipatia per Trump sarebbe molto più acuta se non fosse per la mia totale repulsione per i media di proprietà dei miliardari. 
I giornalisti si suppone che siano avversari del "potere" in generale, non che selezionino e scelgano quali figure di "potente" sfidare basandosi sulla propria ideologia politica. L'industria dei media ha chiaramente ingannato il paese, sicché Trump sta tenendo una linea di saggezza nello scegliere di combatterla. Come ho tuttavia notato la scorsa settimana su Twitter (traduzione: Se Trump si sceglie come obiettivo le istituzioni elitiste vincerà.
Se si sceglie la gente comune, perderà. Non è complicato):


Ancora una volta, l'industria mediatica sta comprovando la propria inefficacia nel tentare di tutto contro un uomo, in quanto in opposizione al disastro sistemico costituito dalla società a controllo oligarchico in cui viviamo.
L'attuale Presidente non sarebbe abbastanza carismatico e non utilizzerebbe nemmeno gli stereotipi giusti quanto bombarda donne e bambini musulmani. Questa costituisce, in apparenza, la linea rossa tracciata dai media.  
Se suona che io sia contro tutto e tutti, c'è una ragione. La nostra cultura è gravemente squilibrata e l'industria dei media merita per questo molta parte del biasimo.
E infatti, qui abbiamo un articolo pubblicato l'anno scorso da Forbes che serve ad accelerare la comprensione di ciò che abbiamo realmente contro:  Questi 15 miliardari possiedono le società americane dei media . (Ndr: 15 persone ci forniscono ogni singolo elemento dell'agenda in base alla quale possiamo credere di  interpretare il mondo).
E i miliardari non comprano gli "sbocchi" sul mercato dell'informazione per fare soldi: i soldi già li hanno. Li comprano per manipolare la pubblica opinione".
4. Sarebbe inutile rammentare quanto esposto in questa sede circa la "questione mediatica" e il controllo/manipolazione dell'opinione pubblica come sistema di pre-orientamento del sistema politico-elettorale in funzione della sovranità dei mercati (cioè dei pochi che si riparano dietro questa ipocrita terminologia impersonale) anzicché di quella popolare. Vale negli USA come in Italia. 
Oggi, si arriva al tentativo di voler annullare con ogni mezzo, moltiplicato per via mediatica, l'espressione democratica del voto popolare. Pensate a quello che sarebbe escogitato nel caso (ipotetico, allo stato) che la Le Pen vincesse le elezioni presidenziali francesi!
Ma la sempre più manifesta difficoltà di continuare questo "metodo di governo" - senza il quale, ad esempio, la moneta unica non sarebbe mai venuta in vita e oggi, comunque, non esisterebbe più- si misura sull'insensatezza delle tattiche di breve termine (un "tiriamo a campare") che stanno utilizzando le elites coi loro eserciti mediatici: Trump è infatti un accettabile compromesso e sarebbe saggio lasciarlo lavorare piuttosto che ostacolarlo e comprimere ulteriormente la pentola a pressione del conflitto sociale. 
"Rovesciare" Trump e pensare di rispristinare "l'ordine globale dei mercati" come unico titolo di legittimazione delle istituzioni nazionali, anche nello Stato più importante del mondo, significa ignorare il conto aperto con le masse in crescente dissenso rispetto a questo stesso ordine.
"Non dimentichiamo che Reich (qui, p.6) colloca questa presidenza come fase di ultimativa resistenza del sistema e prevede l'emergere di un vero candidato estraneo a...ESSI, solo nelle prossime elezioni presidenziali del 2020; e dopo una nuova crisi recessiva a epicentro finanziario..."
5. Come in Italia, dunque, è irrilevante, ciò che accade, in termini di spartizione di postazioni elettorali, all'interno delle forze €uropeiste e globaliste, - perché anche se si vincesse la "conta" non sarebbe mai possibile vincere il dopo-elezioni, contrassegnato dall'acuirsi TINA di politiche avverse agli interessi più elementari dell'elettorato!-, lo stesso vale negli USA.
Si può anche rovesciare Trump, specialmente se questi non sarà tempestivo nello svolgere politiche effettive a favore della maggioranza popolare, schiacciata dalle elites mediatico-globalista, ma il problema sostanziale rimarrebbe. 
Il rigetto, da parte dei corpi sociali occidentali, delle politiche neo-liberiste globaliste, non potrà essere risolto con espedienti mediatici: ma neppure con la violenta repressione, già preannunziata dalle diffuse idee di censura, che le stesse elites non sarebbero in grado di portare utilmente fino in fondo, senza autodistruggersi.

domenica 19 febbraio 2017

NON E' RILEVANTE (GRAMSCI, LA CONTA E IL GOVERNO TECNICO "RESPONSABILE")


http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/minori/adduci/image25.gif
http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/minori/adduci/cap3.htm

1. Tra le grandi questioni sulle quali trepidano, in questi giorni, telegiornali, radiogiornali e giornaloni, non v'è nulla di veramente rilevante.
Non è rilevante che i partiti europeisti siano 5, 6, 7 o 8 (magari, differenziando l'offerta mediante scissioni, riescono ad allargare il "bacino di utenza"). 
Tanto si alleeranno comunque tra di loro. 
Anche se qualcuno di questi dovesse rimanere fuori dall'alleanza perché non si vuole..alleare o perché, magari, gli altri, messi tutti insieme, non hanno bisogno di spartire il potere e i suoi vantaggi anche con questo. Ognuno poi, si sa, ha un suo "altroeuropeismo", come operazione di marketing elettorale (privo di qualsiasi effetto concreto) e lo sfrutta come se fosse il brevetto su un prodotto offerto sul mercato elettorale.

2. Quindi non è rilevante se si voterà con un tipo di legge elettorale o l'altra: ci sarà sempre, preventivamente o, più probabilmente, dopo le elezioni, una Große Koalition.
E questa esisterebbe, per una necessità di autoconservazione più o meno già implicita e consapevole, anche se non venisse dichiarata prima delle elezioni.
Chi oggi non ha già fatto autocritica sull'adesione all'euro e sulle politiche del piano inclinato verso la distruzione che esso comporta, sa di poter vincere la gramsciana "conta" (qui, p.3.1.), cioè le elezioni idrauliche orwellianamente mediatizzate, ma non di poter vincere il "dopo elezioni". 

3. E, quindi, con ogni probabilità, come ogni volta che si deve distruggere in nome dell'€uropa la sovranità e il benessere del popolo italiano, si farà un governo tecnico, infarcito di appelli allo straniero e di "esaltatori acritici degli scambi internazionali" nonché condito di "unità nazional€" e di "r€sponsabilità".

4. Dunque è irrilevante che si faccia passare come svolta "sociale" o addirittura keynesiana la futura concessione di redditi di inclusione o di varie forme di redditi di cittadinanza
Questa misura è comunque obbligata, nell'ottica della stessa necessità di autoconservazione, dalle ulteriori politiche economiche fiscali imposte comunque dall'europeismo, tra solenni investiture di governo tecnico e magari qualche altro nuovo piantarello.
E' irrilevante che ci si opponga o meno a ulteriori privatizzazioni quando sono la logica delle risorse scarse e del debito pubblico come causa della crisi economica italiana a dominare.

5. Ed è persino irrilevante che la "beffa" di un governo tecnico - che si succeda alle elezioni "politiche", dopo un'intera legislatura (o quasi: la differenza è anch'essa irrilevante) di governi supportati da maggioranze elette con una legge elettorale dichiarata incostituzionale-, possa indicare che nessuno può vincere il dopo-elezioni, perché nessuno può più esercitare la sovranità e perseguire gli interessi generali del popolo italiano, indicati dalle norme fondamentali della Costituzione.
E' irrilevante perché la sovranità non esiste più già oggi, per rinuncia (illegittima) già preventivamente compiuta e il dibattito politico è solo un lunare susseguirsi di alibi preventivi, e di false prospettive di concessioni, per nascondere l'asfalto, con cui ricoprire definitivamente il benessere e la democrazia, che continuano a impastare senza alcuna remora o ripensamento.

venerdì 17 febbraio 2017

CORTE COSTITUZIONALE N.7 DEL 2017: LA PATRIMONIALE INCOMBENTE E L'AUSTERITA' ESPANSIVA COME...RIMEDIO ALLA "CRISI ECONOMICA"


http://4.bp.blogspot.com/-LUvEjSpvr8s/U60oluyq8rI/AAAAAAAAA-8/mXMXjh0PutM/s1600/austerit%C3%A8.jpg

1. Di recente, con la pronuncia della Corte costituzionale n.7 del 2017, si è diffuso un certo "entusiasmo" (mediatico) circa la censura che la stessa Corte rivolge al legislatore quando questi si mette all'opera, per rispettare il pareggio di bilancio, cercando ogni mezzo per soddisfare questo principio assurto a grund norm della quasi totalità della legislazione più rilevante degli ultimi anni
Nel caso, si è trattato della declaratoria di illegittimità costituzionale della norma emanata dal governo Monti che imponeva un prelievo fisso, a favore dello Stato, sostanzialmente patrimoniale (al di là dell'indice utilizzato per determinare la base imponibile) sulle casse previdenziali "autonome" di determinate categorie professionali (ricorrente era la cassa dei commercialisti).
Cercheremo però di evidenziare con la massima semplicità possibile di come non solo, con tale decisione, non sia stato posto in dubbio il "valore" del pareggio di bilancio come equiordinato, se non in concreto prevalente, su quelli tutelati da altre norme costituzionali, ma come, sempre in applicazione dello stesso principio, si sia preventivamente, (sia pure "in astratto" ma non perciò in modo meno significativo), preannunziata la legittimità di "prelievi eccezionali" da parte dello Stato, autorizzati da un "particolare momento di crisi economica".

2. Vi riporterò, nella sua apparente incidentalità, il passaggio rappresentativo di tale interpretazione.
Questo passaggio ci dà conto, ancora una volta, non solo della ormai consolidatasi gerarchia (o NON gerarchia) dei valori costituzionali ma, inscindibilmente, del concetto di "crisi economica", tanto genericamente evocata, quanto ostinatamente trascurata nell'individuare le sue cause efficienti nonché, - elemento veramente decisivo nella comprensione della materia (ovvero nella "incomprensione" della Corte)-, il legame univoco di queste cause con le politiche fiscali ed economiche imposte dall'appartenenza all'eurozona
E quindi, a ben vedere, nelle stesse ormai "inconsapevoli", affermazioni della Corte,  sfugge il legame univoco di questa generica "crisi economica" con l'introduzione dell'art.81 Cost. come obbligo derivante dal c.d. fiscal compact, per l'appunto incompreso nella sua autonoma capacità generatrice della crisi: quest'ultima intesa sia come crescita negativa, cioè recessione, sia come crescita ridotta o prossima allo zero, cioè stagnazione, entrambe accompagnate, come riflesso inevitabile del loro manifestarsi, dalla evidenza della crisi occupazionale (cioè dal dilagare della disoccupazione divenuta connotato sociale della realtà italiana proprio in conseguenza dell'adesione alla moneta unica).

3. Ecco dunque il passaggio della sentenza n.7 del 2017:
Se, in astratto, non può essere disconosciuta la possibilità per lo Stato di disporre, in un particolare momento di crisi economica, un prelievo eccezionale anche nei confronti degli enti che – come la CNPADC – sostanzialmente si autofinanziano attraverso i contributi dei propri iscritti, non è invece conforme a Costituzione articolare la norma nel senso di un prelievo strutturale e continuativo nei riguardi di un ente caratterizzato da funzioni previdenziali e assistenziali sottoposte al rigido principio dell’equilibrio tra risorse versate dagli iscritti e prestazioni rese.
L'affermazione, evidentemente a portata generale circa il potere di imposizione fiscale "eccezionale" (appunto: lo "stato di eccezione" dei mercati come neo-detentori della sovranità) considerato legittimo dalla Corte senza mai indagare sulle sue cause, trova ulteriore sviluppo nel periodo immediatamente successivo:
Alla luce di tali considerazioni risultano capovolte anche le argomentazioni dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui la fattispecie normativa in esame sarebbe il portato di un’«adeguata ponderazione» delle esigenze di equilibrio della finanza pubblica di cui all’art. 81 Cost. con «gli altri parametri costituzionali richiamati dal Consiglio di Stato […] nel rispetto dei princìpi di proporzionalità e ragionevolezza […] in relazione alla pari necessità di rispetto dell’art. 81 Cost. ed alla luce della necessità di individuare un punto di equilibrio dinamico e non prefissato in anticipo tra tutti i vari diritti tutelati dalla Carta costituzionale».
Una valutazione in termini di proporzionalità e di adeguatezza tra i dialettici interessi in gioco può essere realizzata solo all’interno del quadro legislativo della materia «secondo determinazioni discrezionali del legislatore, le quali devono essere basate sul ragionevole bilanciamento del complesso dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti nell’attuazione graduale di quei principi, compresi quelli connessi alla concreta e attuale disponibilità delle risorse finanziarie e dei mezzi necessari per far fronte ai relativi impegni di spesa» (sentenza n. 119 del 1991).
[Inciso necessario per chi non fosse abituato al ragionamento logico-giuridico: se è "riconoscibile", in termini di legittimità costituzionale, la possibilità di un prelievo eccezionale su enti previdenziali che si autofinanziano con i contributi degli iscritti, a fortiori, questa diagnosi preventiva di legittimità vale per ogni categoria di soggetto privato, rispetto a cui il potere di imposizione fiscale, a fini di raggiungimento del pareggio di bilancio, si manifesta senza neppure il problema della destinazione del suo patrimonio allo svolgimento della funzione pubblica di erogazione di prestazioni pensionistiche. 
D'altra parte, ciò è confermato dall'uso della congiunzione copulativa "anche" utilizzata dalla Corte in termini logici che implicano una serie di soggetti verso cui tale prelievo eccezionale è già presupposto come "possibile".]

4. Dunque, prendiamo atto: nei valori costituzionali esistono degli evidenti e continui contrasti e, sì, questi contrasti derivano dai limiti di bilancio imposti allo Stato fin da Maastricht, e peraltro continui e reiterati e niente affatto episodici o contingenti
La Corte pare considerare invece ogni singolo "episodio" legislativo sottoposto al suo esame come caratterizzabile dalla già segnalata visione "atomistica" delle questioni che esamina, facendosi sfuggire, ormai da decenni, che lo "stato di eccezione" è permanente e che i "sacrifici" imposti a tutti gli altri valori costituzionali, per dimensione, durata e pluralità praticamente omnicomprensiva di interventi, assumono ormai un carattere non liquidabile come non lesivo del "nucleo essenziale" dei diritti costituzionali fondamentali (in un tempo ormai lontano...).

5. Il problema lo abbiamo già visto esaminando l'altra pronuncia della Corte affrettatamente salutata come fondamentale "stop" alla priorità, in concreto, del principio €uropeistico del pareggio di bilancio, la n.275 del 2016:
"In particolare, la decisione non affronta e non risolve il problema logico pregiudiziale che è inscindibilmente legato alla ratio ed alla giustificazione della norma censurata (che, appunto, non è certo casuale e frutto di una "malvagia" scelta politica della Regione Abruzzo).  Vale a dire, il problema della "guerra" tra poveri ovvero del conflitto tra diversi diritti costituzionalmente fondati che deriverebbe dal mero garantirne uno, quale incomprimibile, all'interno di un finanziamento che, complessivamente e promiscuamente, è comunque non solo limitato ma progressivamente tagliato in omaggio al principio del pareggio di bilancio Questo si esprime, ormai da anni (e, prima ancora, nell'ottica della riduzione del deficit al 3%, cioè da decenni) in decisioni finanziarie statali di bilancio adottate per adeguarvisi, e, nello specifico, notoriamente, mediante la riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato alle regioni, tutt'al più da compensare con aumenti della imposizione "locale" nel quadro del c.d. "patto di stabilità interno".  Ma questi meccanismi sono da sempre attuati, per vincolo c.d. "esterno", nel quadro della generale riduzione del fabbisogno statale verso il pareggio stesso, "voluto dall'Europa" e, dichiaratamente (da parte delle fonti europee), al fine prioritario di mantenere la nostra adesione alla moneta unica, e quindi al di fuori di qualsiasi (comprovato) vantaggio ponderabile con i costi sociali che emergono nelle sempre più numerose fattispecie all'esame della stessa Corte costituzionale IV.3. La Corte, garantendo il pieno e non solo parziale rimborso (nel caso) delle spese sostenute per il trasporto scolastico dei disabili, ha tuttavia, in forza dell'inesorabile meccanismo dei saldi di bilancio, vincolati dal patto di stabilità interna, necessariamente inciso sulla (altrettanto "piena") erogabilità di altri servizi sociali finanziati in tutto o in parte, dalla regione, mediante lo stigmatizzato "indistinto" stanziamento: magari avrà determinato che una madre lavoratrice non avesse più posto nell'asilo nido per il bambino (venendone soppressa la stessa struttura); o che un anziano indigente e affetto da malattia cronica non potesse più vedersi assicurata l'assistenza domiciliare. Non porsi il problema generale di come il pareggio di bilancio incida, in stretta connessione con la questione devoluta alla Corte, sui complessivi livelli di diritti tutti egualmente tutelati dalla Costituzione, porta a comprimerne, o a sopprimerne uno in luogo di un altro, generando un inammissibile conflitto tra posizioni tutelate.   Un conflitto che, secondo un prudente apprezzamento della realtà notoria, non può essere risolto scindendo una realtà sociale composta da elementi interdipendenti; tale realtà viene, nel suo complesso, sacrificata illimitatamente, in una progressione di manovre finanziarie di riduzione, portate avanti pressocché annualmente, dall'applicazione del pareggio di bilancio e dalla graduale (o anche talora drastica) situazione di de-finanziamento che esso comporta. La sua logica, propria dell'applicazione fattane agli enti territoriali, è infatti quella di una prioritaria allocazione delle risorse al risanamento del debito pregresso e dei suoi oneri finanziari. IV.4. Non si tratta dunque di tutelare un "pochino" (meno) tutte queste posizioni costituzionalmente tutelate, comunque comprimendole tutte contemporaneamente, ma di un generale e inscindibile piano di "caduta" (in accelerazione), dovuto alla crisi economica indotta dalla euro-austerità fiscale, con la disoccupazione (effettiva) record che essa determina e, dunque, con l'oggettivo e notorio (e drammatico) ampliarsi della sfera dei cittadini aventi diritto alle prestazioni costituzionalmente garantite, cioè tutelandi (secondo la Costituzione)".  

6. Con il sopra riportato percorso argomentativo della sentenza n.7 del 2017, la Corte conferma questo ordine di obiezioni in modo categorico: la discrezionalità del Legislatore - essenzialmente su iniziativa del governo, ormai stabilmente esecutiva di diktat minacciosi provenienti dalle istituzioni €uropee (altro aspetto costantemente ignorato dalla Corte) -  è, secondo lei, interna a una dialettica e tutti i valori costituzionali (originariamente posti dalla Carte del 1948), proprio perché dialetticamente contrapponibili, sono ormai posti su un piano di parità con quello del pareggio di bilancio.
Questo potenziale super-valore - proprio in conseguenza della continua visione atomistica e priva di "memoria" e prospettiva storica del complesso delle misure fiscali e finanziarie adottate dallo Stato italiano come politica ormai permanente e pervasiva -   porrebbe i rapporti tra norme costituzionali in termini "dialettici": ma nel dir ciò, si finisce inevitabilmente per attribuire a questa disposizione di origine sovranazionale (UEM), un'attitudine caratterizzante dell'intero ordinamento.
E questa funzione caratterizzante del pareggio di bilancio trova poi il suo addentellato nell'accettazione acritica, anzi nella ipostatizzazione (per reiterazione ormai inerziale), dell'idea - tecnico-economica- che esso abbia una funzione risolutiva della (abbiamo visto generica) "crisi economica".

7. Eppure la Corte dimentica che, nel 2010, alla "vigilia" della grande stagione dell'austerità espansiva, alla cui ideologia la Corte si è ormai ostinatamente adeguata, l'Italia era ormai uscita dalla recessione, era tornata a crescere e avrebbe potuto, senza particolari sforzi, tranquillamente rispettare il limite di deficit del 3%, stabilito dal precedente patto di stabilità dell'eurozona.
Dunque, l'imposizione del fiscal compact, - peraltro da considerare la formalizzazione di una precedente costante aspirazione al pareggio di bilancio, che risaliva a periodi in cui non c'era affatto una crisi economica (e già questo dovrebbe portare a qualche riflessione la stessa Corte)-, non pare potersi obiettivamente e ragionevolmente giustificare come rimedio alla recessione o anche solo alla stagnazione: e, con essa, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, . 
Di più, l'adozione del paradigma dell'austerità espansiva, non solo è stato messo in dubbio dallo stesso FMI, che l'aveva originariamente diffuso e travasato nelle sollecite spire dei meccanismi di "stabilizzazione" adottati normativamente dall'eurozona,  ma esso, solo che si consultino con un minimo di attenzione i dati dell'Istat, risulta essere la causa diretta della crescente disoccupazione e del suo già visto livello strutturale senza precedenti nella storia della Repubblica.

8. Sul piano della storia economica, abbiamo proprio visto, nel post precedente che tale idea di "stabilizzazione" è in realtà il portato di un'ideologia monetaria, prima "neo-classica", cioè propria degli anni '20, e poi esplicitamente adottata dall'unione monetaria €uropea (pp.6-6.1.), che si impernia tutta su un rimedio, e uno solo: cioè quello deflazionista e di traslazione sul mercato del lavoro dei costi del debito estero di una Nazione (che è appunto il perno della dottrina delle banche centrali indipendenti).
La correzione dei conti con l'estero - il vero problema che si voleva ovviare attraverso il fiscal compact- e il pagamento dei creditori esteri dell'eurozona, allarmati dalla crescente posizione debitoria dei c.d PIGS, avviene attraverso lo strumento fiscale, espressamente additato in tale funzione (il caso della Grecia dovrebbe dissipare ogni dubbio, al riguardo, se no si è accecati dallo slogan moralistico che avrebbe "falsificato i conti pubblici"...). 

9. Ciò perché si è ben consapevoli che l'austerità fiscale limita i consumi e la spesa interna (anche quella per investimenti) prima di tutto attraverso l'innesco del taglio di quella parte del PIL che è la spesa pubblica, (e lo stesso Padoan ha fatto una rilevante ammissione al riguardo), che a qualsiasi titolo effettuata (piaccia o no), aumenta il reddito dei cittadini. 
Tagliato per via fiscale tale reddito - accoppiando ovviamente al taglio della spesa pubblica anche l'aumento della pressione fiscale- si limitano le importazioni: la crescente disoccupazione che discende dal taglio del reddito, e cioè degli incassi delle imprese derivanti dalla domanda interna, a sua volta, induce la forza lavoro ad accettare complessivamente (aiutata da una serie continua di riforme flessibilizzanti e precarizzanti del mercato del lavoro), una minor retribuzione e ciò non solo avvia un circolo vizioso di minori importazioni, ma anche di fallimenti seriali di imprese basate sulla domanda interna, abbassa il costo del lavoro e promuove in una certa misura la competitività di prezzo delle nostre merci.

Ed infatti, l'Italia, oggi, si trova nella paradossale situazione di avere un surplus delle partite correnti, ma una crescente disoccupazione (ove realisticamente rilevata con criteri quantomeno omogenei a quelli utilizzati negli USA per l'aggregato U6, qui p.5) e soprattutto una concomitante deindustrializzazione nei settori non export-led, che è alla base delle diffuse sofferenze delle famiglie e delle stesse imprese che, non può più essere ignorato, produce la situazione di crisi bancaria e di intervento di salvataggio dello Stato, - sempre però soggetto a obbligo di rientro per via fiscale (pp.4-5),!- che si configura ormai come esplosivo.

10. Ora, in questo quadro, le due grandi giustificazioni della "bilanciabilità" del pareggio di bilancio in dialettica (quasi sempre prevalente) con ogni altro valore costituzionale, nelle sparse ma ormai sedimentate affermazioni "atomistiche" della Corte, si giustifica essenzialmente per due ragioni (tecnico-economiche ma mai verificate in ordine alla loro attendibilità): a) il sussistere di una situazione di crisi economica e b) la scarsità delle risorse finanziarie pubbliche.
Entrambe queste premesse di fatto si rivelano strettamente ancorate all'adesione alla moneta unica. 
Quest'ultima, negli inequivocabili giustificativi enunciati delle stesse istituzioni UE (p.5), si fonda su un particolare concetto della moneta, che si basa sull'idea della banca centrale indipendente e sul divieto di finanziamento monetario agli Stati che, pertanto, assoggettati ai mercati come debitori di diritto comune, devono rendersi solvibili e "appetibili" attraverso la disciplina fiscale a priori imposta dall'appartenanza alla moneta unica.
Se dunque è il pareggio di bilancio, nelle sue varie tappe e proiezioni imposte di volta in volta dalla Commissione UE, alla base del taglio del reddito nazionale e della disoccupazione strutturale, è in definitiva l'euro la causa di recessione (certamente negli anni 2012-2013) e anche della successiva stagnazione deflattiva del paese. Così com'è l'euro, e la sua disciplina fiscale di automantenimento, alla base della crisi bancaria e dei suoi "drammi" di ricapitalizzazione con intervento dello Stato...in pareggio di bilancio.

11. La "crisi economica" e la "scarsità di risorse" hanno dunque una precisa causa: ma il paradosso estremo è che la Corte costituzionale si ostina, inconsapevolmente, a rinvenire in questa causa...il rimedio (in un paradosso eurisitico da cui rischia di non uscire mai): cioè il pareggio di bilancio e l'austerità fiscale, che, anzichè determinare un ritorno alla crescita e all'occupazione, inducono stagnazione, out-put gap e disoccupazione e caduta deflattiva dei redditi.
Per questo, in ultima analisi, appare vieppiù inquietante, all'interno di questa clamorosa incomprensione della situazione macroeconomica e monetaria italiana, la (quasi) preventiva giustificazione, come rimedio ad una "particolare situazione di crisi economica" di un "prelievo eccezionale".
La prospettiva di una patrimoniale straordinaria a carico di tutti i risparmiatori, e magari dei possessori di immobili,  per far fronte al "rientro" dei salvataggi bancari, o anche solo per rispettare il parametro del debito pubblico all'interno del fiscal compact, è sempre più incombente.
La Corte costituzionale, però, è sempre più lontana dal comprendere le ragioni della "scarsità di risorse" (un corollario della versione "pura" della banca centrale indipendente applicata alla BCE), e della generazione delle crisi economiche: cioè lontana dal comprendere il valore sintomatico, per una corretta diagnosi, della deflazione, già incombente, della disoccupazione e precarizzazione del lavoro, e della stessa recessione
Questa conseguirà immancabilmente all'applicazione del "rimedio" del "prelievo eccezionale" , nei suoi effetti, accontenterà i creditori esteri.
Ma la Corte costituzionale rischia di continuare a dire che ciò corrisponde ad un supremo valore costituzionale "discrezionalmente e ragionevolmente (!)" contrapponibile, - in una dialettica atomistica e svincolata dalla comprensione delle cause della congiuntura cui l'Italia s'è sottoposta col vincolo monetario-, ai diritti costituzionali sanciti dalla Costituzione del 1948....

mercoledì 15 febbraio 2017

DEBITO SOVRANO RISK WEIGHTED, BANCHE CENTRALI INDIPENDENTI E IL "MISTERO" DELLA FINANZA PRIVATA SOSTITUTIVA DELLA SOVRANITA' DEMOCRATICA


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1. In premessa ringraziamo, per l'ennesima volta, Arturo che non solo è l'acuto "filologo" multidisciplinare che continua a segnalare le fonti più rilevanti che confermano il discorso qui svolto, ma lo fa da un livello di comprensione che rischiara la fenomenologia come scienza cognitiva unificante di ogni serio approccio alle scienze sociali. 

2. In questa occasione cerchiamo di sviluppare una dimostrazione unitaria del filo che lega, in modo consequenziale, la finanziarizzazione delle società (ex) democratiche dell'eurozona con il punto di approdo, solo in apparenza inatteso e, per taluni, sorprendente, della futura (ed imminente) regolazione €uropea dei titoli sovrani come risk weighted assets
Questa finanziarizzazione passa, come s'è visto, per la sottoposizione istituzionale, per via di trattato internazionale, autoffermatosi al di fuori dei limiti dell'art.11 Cost., dell'attività finanziaria dello Stato, e quindi in definitiva del suo perseguimento dei fini che concretizzano la sovranità costituzionale, ai "mercati"
S'è altrettanto visto come tale assoggettamento dello Stato sovrano, per via di trattato contra Constitutionem, si stabilizzi in un insieme di politiche obbligate che non solo rendono lo Stato debitore di diritto comune, - laddove la sua sovranità si esprimerebbe normalmente nel non "doverlo" essere-, ma che conducono l'intero substrato sociale di tale Stato, cioè la comunità dei cittadini, nella condizione crescente di debitori, soggetti, con il crescere inevitabile di questa "esposizione", dapprima alla vincolata riduzione del reddito e del conseguente risparmio, e poi, inevitabilmente, all'escussione del loro patrimonio a garanzia di questo credito verso il settore finanziario.

3. Cerchiamo perciò, di precisare la radice normativa "internazionalistica" di questo meccanismo implacabile, quantomeno per dare risposta a chi non riesce a comprendere come esso si sia innescato e stia sempre più agendo, ed anzi, esaltando le aspirazioni "idealistiche" enunciate nel Manifesto di Ventotene, come se fosse coerente contrapporle, (invece che porle alla sua base), alla prevalenza dell'ordine sovranazionale dei mercati come nuovo detentore della effettiva sovranità.
Questo passaggio dimostrativo ci consentirà altresì di capire quale visione della sovranità, appunto ricollocata al di fuori del suo fondamento costituzionale, giunga a far pronunciare a un leader politico come Bersani, senza suscitare particolari reazioni mediatiche o culturali, una frase come "La prima cosa che dobbiamo dire all’Europa, ai mercati, al mondo, agli italiani è: quando si vota". 
Come accade, cioè, che il principale momento costituzionalmente previsto di esercizio diretto della (ormai molto teorica) sovranità popolare sia apertamente subordinato, nella sua opportunità circa il "se" e il "quando", ad una primaria responsabilità verso l'UE e i mercati, giungendo solo all'ultimo posto il renderne conto al popolo italiano, che di questa sovranità è il titolare in base all'art.1 Cost.?

4. Partiamo da questo interrogativo per risolvere un problema che, in un certo senso critico, Zagrelbesky, si pone ma esclusivamente come registrazione di un effetto e al di fuori di qualsiasi indagine, anche solo normativa, circa le sue cause.
Il suo ragionamento è tratto da uno scritto che, già nel titolo, pare porsi il problema della sovranità: G. Zagrebelsky, "Fondata sul lavoro. La solitudine dell'art. 1", Torino, Einaudi, 2013, pp. 53, 67-69.
Qui il momento descrittivo degli effetti: 
"[...] l'economia finanziarizzata, con i suoi "prodotti" immateriali (quelli gli operatori finanziari offrono agli ingenui risparmiatori o ai troppo furbi speculatori) e con le sue "operazioni" finanziarie (quelle che si decidono in consigli d'amministrazione che non rispondo a nessuno), s'è sciolta da questo legame [con l'interesse generale]. Essa ha scavato un solco che la divide dalla vita concreta delle collettività, sulle quali essa scarica il peso dei suoi fallimenti, mentre tiene per sé, per la ristretta nuova classe che la muove, gli effetti dei suoi successi. L'economia della finanza non adempie alcuna funzione sociale, è parassitaria, saprofita."

E qui, il clou del mistero
"Il dominio dei mercati finanziari ha cambiato la nostra vita, *senza che nemmeno che [sic] ci si accorga di come ciò è avvenuto*. Per correre dietro alla speculazione finanziaria - "ce lo chiedono i mercati", "i mercati non capirebbero", "i mercati hanno bisogno", ecc. - la sovranità dei popoli è stata messa sotto tutela, la democrazia è stata impoverita, i diritti compressi o negati, la coesione sociale lacerata e, per venire al nostro tema, il bene-lavoro ha perso il suo valore di fondamento della vita sociale ed è diventato un effetto secondario o eventuale". 

5. Di certo, Bersani e Zagrelbesky, il primo dando per scontato (e incontestabile) il consolidamento di tali effetti, il secondo stigmatizzandoli, ma non sapendo indicare come ciò sia avvenuto, dovrebbero o potrebbero facilmente conoscere la radice istituzionale di essi.  
Arturo ce ne aveva offerta una sintesi fenomenologica sulla diretta derivazione dai trattati europei:
"Il divieto di finanziamento monetario è fondamentale per assicurare che il raggiungimento dell’obiettivo primario della politica monetaria (principalmente il mantenimento della stabilità dei prezzi) non sia ostacolato. Inoltre, il finanziamento del settore pubblico da parte delle banche centrali attenua gli incentivi per una *disciplina di politica fiscale*. Tale divieto deve pertanto essere interpretato estensivamente in modo da assicurare una sua rigorosa applicazione ed è soggetto solo ad alcune esenzioni limitate contenute nell’articolo 123, paragrafo 2, del trattato e nel Regolamento (CE) n. 3603/93." 
Non è ancora abbastanza chiaro? 
b) Prendiamo allora il regolamento 3603/93, considerando 8, che chiarisce la ratio dell'eccezione rispetto al principio generale: "considerando che, nei limiti fissati dal presente regolamento, l'acquisizione diretta, da parte della banca centrale di uno Stato membro, di titoli negoziabili del debito pubblico di un altro Stato membro non può contribuire a sottrarre il settore pubblico alla *disciplina dei meccanismi del mercato* se l'acquisizione è effettuata unicamente ai fini della gestione delle riserve valutarie;"
6. La conclusione è che le denunce di effetti di cui non si indicano mai le cause (in tutto il libro non si fa menzione né un vago accenno né all'euro né ai trattati europei) e che si concludono invariabilmente col più Europa, risultano del tutto inutili per individuare una qualunque soluzione e, anzi, rafforzano le difficoltà da cui si vorrebbe uscire.

Oggi, come abbiamo ancora una volta visto nel post precedente, la prospettiva della nuova disciplina dell'eurozona di riqualificazione dei titoli sovrani come risk weighted assets, è solo lo sviluppo coerente di questa finanziarizzazione e di questa disattivazione della sovranità degli Stati, sottraendola ai popoli che ne sono i detentori in base alle Costituzioni democratiche.

6.1. Ancora una volta Arturo segnala i fondamenti teorico-economici e istituzionali di tale inevitabile step ulteriore in questa univoca direzione (inserisco nel suo commento la traduzione in italiano dei brani in inglese):
"Sulla proposta di nuovo regolamento, segnalo, fosse sfuggita a qualcuno, la pregevole intervista a Marco Zanni realizzata da Messora.
Vale la pena linkare anche l'intervento di Benoît Cœuré di cui parla Zanni: il nostro ammette candidamente che la rischiosità del debito pubblico dei paesi dell'eurozona dipende esclusivamente dall'assetto istituzionale di quest'ultima
"E nelle economie più avanzate, come altrettanto nella maggior parte dei modelli macroeconomici, il debito degli Stati è concepito anch'esso come sicuro.
Sussiste un'effettiva piena unificazione (ndr: intesa come armonizzazione nei fini) tra il bilancio della banca centrale e quella dell'autorità fiscale, tale da rendere il debito governativo risk-free in termini nominali.
La banca centrale può gartantire il suo pagamento in liquidità e per il suo pari valore in tutti gli Stati del mondo. Perciò non c'è alcun rischio di credito connesso ai  sovereign bonds, sebbene essi possano tuttavia comportate un rischio di inflazione se la banca centrale è sollecitata dal governo a finanziare deficits inflazionari.  
Nell'area euro, tuttavia, questa stessa relazione istituzionale non può applicarsi.
Si ha una banca centrale e diciannoce differenti autorità fiscali, i paesi membri non assumono la responsabilità per il debito di ciascun altro, e alla Banca Centrale Europea, per ottime ragioni, è vietato dal Trattato "il "finanziamento monetario", che significa l'acquisto diretto del debito dei vari Stati membri ".

E quali sono queste "very good reasons"? 
Presto detto: "Il debito sovrano nell'eurozona è così esposto al rischio di credito in un modo in cui non lo sono le altre economie avanzate"
E ciò accade invero per un disegno intenzionale. La costruzione dell'eurozona - la proibizione di finanziamento monetario racchiusa nel trattato UE, la “no bailout clause”– è deliberatamente intesa a incoraggiare i mercati a differenziare tra i debiti sovrani dell'eurozona basandosi sulla loro sostenibilità fiscale.
L'idea è che l'esercizio della disciplina di mercato appresterà un continuo controllo sulle azioni dei governi, che condurrà a sua volta a politiche più solide (ndr; tali nella visione dei mercati, cioè dei creditori finanziari, secondo la logica del loro profitto, quindi sul piano delle garanzie di restituzione del capitale e della vantaggiosità dei rendimenti, accettabili come interessi reali positivi, quindi superiori all'inflazione).
Insomma, la cara dottrina delle banche centrali indipendenti, effettivamente "nuova" solo in apparenza, secondo cui lo Stato deve mettersi in mano ai mercati finanziari, severi ma infallibili giudici della "soundness" delle politiche pubbliche.
Basterà (si domanda Arturo) quanto sopra per risolvere finalmente il "mistero" di Zagrebelsky o continueremo ancora a lungo a sentire il ritornello finanza kativa/Europa buona?

7. Poiché c'è da ritenere che il mistero possa ancora a lungo rimanere tale, per avere qualche probabilità in più di una "improvvisa" di realizzazione (se non in Bersani, almeno in Zagrelbesky, che almeno scorge delle criticità nella sovranità lasciata ai "mercati" finanziari),  traduciamo anche il brano linkato (sempre da Arturo) relativo alla "apparenza" della novità della dottrina delle banche centrali indipendenti (la teoria è esplicitata in modo eloquente, ma non è per questo attendibile nei suoi vari passaggi, rinviando al riguardo alla trattazione della dottrina della BC indipendenti sopra linkata):
"La Commissione sulla valuta e gli scambi si focalizza sull’inflazzzione (chi l’avrebbe detto!):  
L'inflazione è una "modalità di tassazione non-scientifica e dissennata" (v. qui, pensiero ripreso da Einaudi, in "addendum") che produce costi della vita più elevati e consequente "malessere del lavoro".
“In secondo luogo le banche, in particolare le banche di emissione, devono essere indipendenti dalla pressione politica al fine di agire esclusivamente “entro le linee di una finanza prudente"(Resolution III, 28). 
Più specificamente, i tassi di interesse devono salire al fine di restringere il volume del credito disponibile. Invero, "se il saggio controllo del credito porta al denaro "caro", questo risultato aiuterà di per sè a promuovere l'economia" (Resolution VII, 29). La commissione è consapevole che queste misure accrescono il costo della restituzione del debito flottante. Tuttavia afferma:
“non vediamo ragioni del perché la comunità nella sua capacità collettiva (cioè i Governi) dovrebbero essere soggetti a qualcosa di meno della normale misura di restrizione del credito che riguarda i membri individuali della comunità"  (Resolution IV, 28).”
 
Cioè lo Stato deve mettersi in mano ai mercati finanziari: lo sappiamo benissimo che il senso dell’indipendenza delle banche centrali è questo, ma le conferme fan sempre piacere.
Ovviamente “a  Brussels si è già concordi sul fatto che “E' altamente desiderabile che i paesi che hanno deviato da un effettivo gold standard debbano ritornare ad esso,” [Resolution VIII, 19].”

8. Passiamo a Genova:  
“La necessità della  political independence of central Banks allo scopo di condurre una finanza prudente è proclamata nella seconda risoluzione della Commissione per la moneta. Comunque, la Commissione di Genova, espande la necessità di cooperazione e coordinamento tra banche centrali al fine di ottenere la stabilità monetaria. See Resolutions III and XII of the Currency Commission. Il principio del free trade è centrale per la Commissione sui Cambi.
Così, nella misura in cui ci sia un deficit nel bilancio annuale di uno Stato, che è finanziato creando moneta fiduciaria o credito delle banche, nessuna riforma delle divise è possibile e nessun approccio all'istituzione di un gold standard è fattibile
La più importante riforma di tutte è quella di portare al pareggio la spesa annuale dello Stato, senza la creazione di nuovo credito non rappresentato da nuovi assets. 
Il pareggio di bilancio richiede adeguata tassazione ma se la spesa pubblica è così elevata da portare la tassazione a un punto che va oltre ciò che può essere prelevato dal reddito di un paese, la tassazione potrebbe condurre ancora all'inflazione.
Ridurre l'inflazione del Governo è il vero rimedio.
Il pareggio di bilancio dovrà essere esteso al punto da rimediare un deficit della bilancia dei pagamenti esterni, attraverso la riduzione dei consumi interni. [Resolution VII, 3]” Questa “distruzione” della domanda interna però mi ricorda qualcosa…:-)

8.1. D’altra parte tanta severità è inevitabile: “La Conferenza è dell'opinione che la severa applicazione dei principi sopra delineati è la condizione necessaria per il ristabilimento delle finanze pubbliche su solide basi.
Un paese che non si adegui al più presto nell'esecuzione di tali principi è condannato senza speranza di ripresa economica (doomed beyond hope of recovery).” 
Anche questo catastrofismo non mi risulta del tutto nuovo… 

9. Ecco appunto: queste sono le indicazioni delle Conferenze di Bruxelles e Genova del 1920 e del 1922, con le quali i banchieri centrali e gli esperti economisti del tempo volevano curare la "ripresa" economica del "primo" dopoguerra
E l'inflazione non è la "più ingiusta delle tasse": ma era, e rimane, in relazione inversa con il livello di disoccupazione (se si rammenta che i disoccupati non hanno alcun reddito), mentre, entro limiti fisiologici, è in relazione diretta con gli investimenti (nell'economia reale) sul proprio territorio nazionale.
Poi venne la crisi del 1929 e si accorsero che non riuscivano a venirne a capo con queste grandi ideone.
Ma sono le stesse del Manifesto di Ventotene (a saperlo leggere entro le sue linee ispiratrici einaudiane) e, naturalmente, dell'€uropa della pace e del benessere...

10. A proposito, c'è qualcuno che si illude ancora che si possa riformare tutto questo?
Sarebbe come chiedere uno sconto sul prezzo a un venditore di auto dopo aver acquistato, pagandola interamente, l'auto, ed averla usata per alcuni anni e centinaia di migliaia di kilometri. Se l'auto si rivela un bidone, non puoi aspettarti, a quel punto, che NON ti dicano: "il contratto è eseguito, il prezzo è stato liberamente pagato e ormai non accettiamo reclami".
Semmai, voler curare l'€uropa col "più €uropa" (o "da dentro", che è la stessa identica cosa) significa pagare un sovrapprezzo per il bidone.
Appunto: i titoli pubblici come risk weighted assets e la istituzionalizzazione della Trojka come "grande riforma"