domenica 7 maggio 2017

MACRON: IL VINCITORE DI TAPPA. MA LA GRANDE BOUCLE E' UN'ALTRA COSA


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1. Assumiamo la (più che probabile) elezione di Macron nella sua corretta dimensione: cioè quella di una contromisura di assorbimento della contestazione popolare che, al di là delle apparenti diverse realtà dei singoli Stati dell'eurozona, investe l'intera UE.
Il successo di Macron è, e può essere, dunque, solo una tappa della strategia adattativa del totalitarismo neo-ordo-liberista, che, però, non può essere immediatamente stabilizzato.
Per stabilizzare tale deriva totalitaria, poiché crescerà la resistenza dei popoli coinvolti in base ad un senso comunitario della democrazia nazionale che non è stato ancora completamente estirpato, occorre ancora tempo
E, nel tempo necessario a tale estirpazione, occorrerà anche l'utilizzo di ulteriori strumenti di annientamento delle sovranità democratiche. Questi strumenti, proprio in funzione di una crescente resistenza, saranno dunque progressivamente sempre più autoritari.

2. Il "fattore Macron" ci fornisce pure l'occasione per un'altra constatazione: il processo di distruzione delle sovranità democratiche nei vari paesi dell'eurozona è straordinariamente omogeneo, simultaneo e, dunque, coordinato. Le elezioni nei singoli Stati ormai tracciano il segno di una sfasatura solo apparente nella omogeneità e simultaneità delle tecniche di convogliamento del consenso nonché delle modalità adattative di neutralizzazione del dissenso. 

2.1. Fenomenologicamente, il significato immediato dell'elezione di Macron può sintetizzarsi in questa sua affermazione, compiuta in un'intervista che, in una normale situazione di democrazia dell'informazione, ne avrebbe normalmente segnato la sconfitta e che, invece, è risultata scarsamente rilevante nell'orientare l'elettorato:  
"alla domanda: "Vous allez être face à Angela Merkel. La France sera en position de faiblesse. Comment vous allez réussir à vous imposer?", ha risposto: "D’abord je ne suis pas face à Berlin, je suis avec Berlin. Qu’on le veuille ou non. Parce que notre destin est là. Nous avons des différences. Nous aurons des désaccords. Mais je ne vais pas dire aujourd’hui aux Françaises et aux Français que je vais défendre leurs intérêts face à Berlin. Non." (Traduzione: D. Lei dovrà confrontarsi con Angela Merkel. La Francia sarà in una posizione di debolezza. Come pensa di riuscire a imporsi? 
R. Anzitutto, io non sono in contrapposizione a Berlino, piuttosto sono con Berlino. Che lo si voglia o meno. Perché il nostro destino è questo. Abbiamo delle differenze. Avremo qualche disaccordo. Ma non andrò oggi a dire alle francesi e ai francesi che andrò a difendere i loro interessi a Berlino. No").

Parlavano di omogeneità e simultaneità delle tappe della strategia, con la sola sfasatura delle occasioni elettorali, e qui ne abbiamo un preciso riscontro:
"La funzione del liberalismo in passato fu quella di porre un limite ai poteri del re. La funzione del vero liberalismo in futuro sarà quella di porre un limite ai poteri del Parlamento".
Questo obiettivo trova la sua proiezione euro-federativa, cioè la sua rigenerazione adattativa, nelle note parole di Monnet:

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4. Parole alle quali occorre affiancare la corretta percezione storica del contesto in cui s'è sviluppata, fin da subito, questa strategia, dato che, parlandosi di Macron (e di Monnet), abbiamo uno "specifico" francese che non può essere ignorato (sempre grazie alla ricostruzione di Arturo):
Come colgono benissimo gli autori di una sintesi della storia comunitaria di cui non posso che raccomandare la lettura integrale ai francophones, ossia François Denord e Antoine Schwartz ("L’Europe social n’aura pas lieu", Éditions Raison d’agir, Paris, 2009, pag. 8):
Riscritto, il passato europeo si libera di ogni connotazione ideologica e, più in generale, di tutti gli aspetti scomodi: fallimenti di possibilità storiche non realizzate, influenze imbarazzanti, personaggi torbidi, manovre diplomatiche incerte, ecc. Della costruzione europea non resta allora altro che un progetto universale e positivo, che si pretende apolitico, un metro su cui poter giudicare gli ulteriori sviluppi dell’integrazione e incoraggiarne i “progressi”. E’ questa pretesa “purezza” del disegno originale che autorizza i rimpianti sul carattere incompiuto della costruzione, sulle “deviazioni” e sulle “lacune” (deficit democratico, Europa sociale, ecc).”  
...
La logica del ragionamento è abbastanza lineare e se n’è già parlato: per chi interpreta il crollo dell’ordine internazionale dei mercati avvenuto dopo la crisi del ‘29, e la seconda guerra mondiale, come frutto un eccesso di interventismo statalista e totalitario, anziché una ribellione delle società gestite autoritariamente, sterilizzare l’unica possibile sede politicamente rilevante di espressione del disagio sociale, cioè i parlamenti statali, tanto più pericolosi se costituzionalmente obbligati all’attuazione di un modello di democrazia sociale, appare sensato
Sia chiaro: lo stesso senso che avrebbe, volendo ridurre la fuoriuscita di vapore da una pentola a pressione, eliminare la valvola, anziché spegnervi la fiamma sotto. 
Non è un caso che varie associazioni e progetti di unificazione europea, come quella del nostro vecchio amico Kalergi, si affaccino proprio durante gli anni fra le due guerre.
Tuttavia il “primo progetto d’integrazione istituzionale dell’Europa che abbia superato lo stadio di semplice proposta intellettuale e sia stato effettivamente vagliato dai governi degli Stati europei” fu il piano Briand, proposto dalla Francia: 
Briand prospetta l’estensione del sistema di garanzie di Locarno a tutto il sistema degli Stati europei, subordinando così la sicurezza della “Comunità” al bilanciamento di potere e alle garanzie bilaterali. Il terzo punto definisce l’organizzazione economica dell’Europa come indirizzata alla creazione di un mercato comune, per incrementare il livello del benessere, da realizzarsi tramite l’abbattimento delle barriere doganali, tema cardine nella politica di Briand. Era quindi prospettato un mercato unico privo di limiti di circolazione di merci, capitali e persone, con la sola riserva dei “bisogni della difesa nazionale di ciascuno Stato”, e che subordinava così l’unione economica all’esercizio della sovranità degli Stati nella materia della sicurezza.


5. L'errore di prospettiva, è utile (ma forse vano) ripeterlo, è quello sulla interpretazione della crisi del capitalismo "marshalliano" (cioè del liberismo neo-classico, "marginalista", che oggi si insiste ossessivamente a riproporre come "nuovo", contro le oggettive istanze accolte nella nostra Costituzione, attraverso l'ossessivo richiamo alle "riforme"): tale crisi viene imputata all'interventismo statale in modo  goffamente contraddittorio, perché coinvolgente esperienze disomogenee, come il nazi-fascismo e il socialismo sovietico. L'interventismo statale, propriamente inteso, invece, si manifestò nella sua più efficace espressione proprio nelle democrazie costituzionali del secondo dopoguerra.


5.1. Il discrimine, tra interventismo totalitario, e perciò autoritariamente conservativo dell'assetto oligarchico liberista posto in pericolo dalla crisi del '29, e interventismo democratico è piuttosto agevole, se si fa riferimento al gold-standard e al conflitto sociale che ne deriva, sicché, i veri fini dell'azione politica dell'unione politica e monetaria europea, sono rivelati dai "mezzi": nel caso dall'attribuzione all'euro del ruolo (cosmetico e dissimulatore) di feticcio irenico, propugnato da chi prende parte a tale conflitto collocandosi, come Macron, su una sponda precisa. 
Una sponda da cui si schiaccia l'intero substrato sociale non agganciato al grande capitale finanziarizzato ed il cui effetto ultimo rimane sempre quello enunciato da Spencer (e che coincide, rapportato all'adattamento liberista dell'epoca storica successiva alla I guerra mondiale, nell'assetto istituzionale dei regimi fascista e nazista, non a caso apprezzati negli ambienti finanziari e mediatici USA, come è testimoniato dalla più seria ricerca storiografica, v. p.6.1. e come candidamente ammesso da Mises, v. p.4).

L'assoluta (e strutturalmente scontata) censura mediatica su queste premesse e dinamiche storiche, consente oggi a Macron di captare un consenso blindato e di dissimulare lo svuotamento delle stesse elezioni, e di conseguenza della funzione dei parlamenti nazionali, addirittura sotto l'egida di un antifascismo del tutto "ribaltato" nel suo significato sostanziale.


6. Ma la vittoria di Macron non potrebbe rivelarsi più instabile, proprio per le premesse e le finalità limitate della sua capacità politica (anch'essa apertamente ammessa, come abbiamo visto). 
La comunità sociale francese, e in realtà di tutti i paesi dell'eurozona, potrà tollerarla solo a condizione di un oblio della democrazia, crescentemente indotto dal sistema cultural-mediatico:
"Di indimostrato in indimostrato, per tessere l'elogio rifondativo della "nuova economia", - senza averne mai verificato induttivamente i dati empirici in cui concretamente si manifesta- si danno per acquisiti risultati che, in realtà, sono giustificazioni di scopo, non solo quindi aprioristiche ma contraddette dai fatti.

Certo, per ora, abbiamo il modello di una società che si rivela aver ghettizzato il 15% della popolazione stile "fuga da New York", e normalizza verso il basso il resto degli "utenti e consumatori", rendendoli fin da ora abituati ad un futuro in cui essere in Cina o negli USA sia fondamentalmente indifferente.
Come "deve" accadere anche a noi.


Un ottimo metodo di controllo sociale, che implica un ferreo e continuo ordinamento mediatico (pop overfed) della società.
E naturalmente quel più generale controllo culturale (l'esaltazione della modernizzazione TINA), che permette, - esaltando nella realtà imaginata a tavolino i non trascurabili poteri di fatto (per ora) delle lobbies finanziatrici degli eletti-vedettes-, di precostituire i risultati dei sondaggi.
Pardon, volevo dire delle para-elezioni idrauliche.
E quindi finchè ci saranno.
Ma sai perchè la democrazia (chiusa in se stessa! "Coattiva" e solidale) non mancherà a coloro che la stanno perdendo?
Perchè nel futuro non ci sarà più chi rammenterà cosa sia stata e sarà in grado di riconoscerne il contrario
".

7. Il commento ora riportata era di due anni fa, ma oggi, come abbiamo detto all'inizio del post, ci troveremo di fronte a una molto concreta ulteriore tappa realizzativa di questo paradigma. Che prelude ad una fase di conflitto sociale inasprito e di anni di instabilità sociale, economica e finanziaria i cui costi saranno posti a detrimento della residua democrazia e persino della sopravvivenza fisica dei popoli coinvolti:



"L'accusa di fascismo alla Le Pen, per dire, appare come una clausola preventiva che autorizzi una svolta autoritaria di sospensione (sine die) dei diritti politici, ove mai le elezioni non fossero più a esito "idraulicamente" predeterminabile.
Senza contare che Macron, quand'anche vincesse domenica, si troverebbe a dover poi fronteggiare delle elezioni legislative, a giugno, avendo già mostrato il suo vero volto alla stordita opinione pubblica francese: non tanto con misure concrete, che pure dovrebbe in qualche modo manifestare, rivelando comunque le sue priorità (ben occultate nello spezzatino cosmetico del programma elettorale), quanto con l'atteggiamento di sudditanza verso la Germania che sarebbe ben più difficile da nascondere nelle prime settimane di presidenza.
Ergo; cavalcano un toro invece di una mucca, e saranno tentati di fare i toreri (cioè, abbattere il popolo riottoso con le cattive), piuttosto che i cowboys (cioè quelli che cercano di tenersi in sella il più a lungo possibile ma sapendo che saranno sbalzati fragorosamente)".
"Credo che il momento storico conti, eccome: oggi, hanno utilizzato in modo talmente efficace la storia dei populismi, che ciò che era evidente, e poteva indurre alla prudenza, all'indomani della crisi del 2008 e dell'inizio della reazione deflazionista €uropea, appare un pericolo disinnescato.
In pratica, l'auto-azzeramento delle sinistre, impegnate a giustificare il tradimento dei più elementari principi identitari, si è rivelato un danno assorbibile: sono divenute superflue persino al fine di rendere accettabili, in forma di slogan cosmetico e di feticcio irenico, le trite politiche restaurative del capitalismo sfrenato.
Si sono accorti (ESSI) che ormai il corpo sociale non ha più effettive capacità di autotutelarsi e difendere la democrazia.
Ormai siamo nella condizione ideale affinché il conflitto armato sia visto come inevitabile e ultimativo sistema di correzione (rilancio degli investimenti e della domanda e soluzione concentrata del problema demografico e occupazionale)."
 

63 commenti:

  1. Pregevole articolo di Christophe Guilluy sulla funzione del neo-antifascismo/antipopulismo, "hyper fort dans les milieux académiques". "On ne prend pas au sérieux ce que disent les gens. Et là, toute la machinerie se met en place. Parce que l'aveuglement face aux revendications des classes populaires se double d’une volonté de se protéger en ostracisant ces mêmes classes populaires. La posture de supériorité morale de la France d’en haut permet en réalité de disqualifier tout diagnostic social.".

    "L'antifascisme est devenu une arme de classe, car elle permet de dire que ce racontent les gens n'est de toute façon pas légitime puisque fasciste, puisque raciste. La bien-pensance est vraiment devenue une arme de classe.".

    In effetti nell'antifascismo storico non si è mai negato che chi faceva da massa di manovra, o elettorale, al fascismo *avesse* delle rivendicazioni legittime, di cui il fascismo si appropriava demagogicamente.

    Ennesima prova di quanto l'analogia storica sia falsa e pretestuosa.

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    1. E questo uso strumentale dell'antifascismo/antipopulismo conferma la natura neo-liberista di quello attuale: è infatti un forma di doppia verità in termini transitivi.
      La parte dell'asserzione che non risulta enunciata - ma ben traspare- è il disprezzo per la massa in quanto tale.

      Qualunque cosa la massa si trovi a rappresentare come proprio interesse sulla scena della vita collettiva: l'opinione e l'interesse delle gens, persone comuni, sono accettabili solo in quanto esprimano un incondizionato e immediato consenso per gli interessi delle elites.

      I milieux academiques, gli ambienti "còlti", sono principalmente impauriti dalla molto concreta prospettiva di essere staccati dal treno dell'elites: e la paura li spinge a svolgere un ruolo di servizio indispensabile alla pubblica accettazione del "valore" (nel senso che evidenziò Bazaar) degli interessi delle oligarchie.

      Un ben triste destino, perché si tratta pur sempre di una forma di autoasservimento: ribaltando Gramsci, il nuovo intelletturale organico si separa dalla classe di appartenenza, che certo non è quella degli oligarchi della finanza e del management schumpeteriano, per unirsi alle fila di questi ultimi, guidato dall'ansia e dalla paura.

      Proprio perché è in grado di riconoscerne la spietatezza e di percepirne il disegno restauratore: e sceglie.

      Sceglie di chiudere gli occhi e di salvare la sua personale posizione, ritenendo che il proprio nichilismo, - a lungo coltivato con la teorizzazione della fine delle ideologie, il sussiegoso prendere le distanze dagli "ismi" (che lui stesso ha coniato...magari su commissione retribuita)-, debba essere il respiro del mondo.

      Ma si tratta di un banale caso di tradimento dei chierici. Umanamente comprensibile, ma, non di meno, nel senso più utilitarista e prevedibile: si salvi chi può e ognun per sé.

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    2. Gli “ambienti colti”, a spanne, assomigliano a quella che Lelio Basso chiamava “Terza Forza”, la crème del ceto medio (quello che fino ad ora è riuscito a sottrarsi alla proletarizzazione) - di gran lunga degradata, ma sempre priva di coscienza di classe - la quale non può che incarnare l’antifascismo su Marte:

      … Nonostante il suo nome, la Terza Forza appartiene indiscutibilmente allo schieramento di classe del capitalismo. Che cosa s’intenda con precisione per Terza Forza sarebbe difficile dire, perché è un concetto volutamente assai vago, che viene adoperato per indicare qualche cosa che dovrebbe stare in mezzo ora a due blocchi di potenze …ora a due classi contrastanti (capitalisti e proletari), ora a due sistemi politici o a due ideologie, qualche volta, in modo più subdolo, alle cosiddette dittature di destra (fascismo) e di sinistra (comunismo), in modo da poter praticamente coprire con queste formule di Terza Forza tutto quello che va sotto il nome abusato di “democrazia” o di “civiltà occidentale” che in realtà corrisponde press’a poco alla dittatura del capitale monopolistico. In ogni modo per Terza Forza s’intende sempre qualche cosa che sta in mezzo ad altre due forze: è quindi un’ideologia tipica di ceti medi, la cui eterna ambizione o illusione è quella di giocare un ruolo di intermediario, per non dire di arbitro, fra i due grandi antagonisti della storia contemporanea.

      Come e perché questa Terza Forza è assurta ad un ruolo di particolare importanza in questo dopoguerra? È essa veramente riuscita a dar vita a quella funzione politica autonoma dai ceti medi sempre vagheggiata? O, che fa lo stesso, esiste realmente questa posizione di Terza Forza? Per rendersi conto di quello che è il vero significato di questa espressione, cioè il reale contenuto della politica che va sotto il nome di Terza Forza, bisogna prima di tutto considerare qual è normalmente il ruolo dei ceti medi nella dialettica della lotta di classe, così come viene svolgendosi nei periodi non particolarmente acuti. È chiaro che una società qualsiasi non potrebbe mantenersi in vita, lavorare e tanto meno progredire o prosperare se in seno ad essa agissero solamente forze centrifughe, se cioè l’attività sociale fosse interamente dominata dall’urto di due forze antagonistiche, senza che sussistesse una qualsiasi misura comune, un linguaggio comune, un consenso su determinati principi o determinati aspetti, parziali e contingenti, della vita sociale.

      Il medio ceto assolve essenzialmente a questa funzione di elemento coesivo della società, preoccupato soprattutto di esprimere in linguaggio comune le voci dissonanti e gli interessi contrastanti delle classi in conflitto, di attutire gli urti, di elaborare formule di compromesso e valori suscettibili di trovare il consenso universale. Per esercitare tale suo compito il ceto medio è pronto continuamente a fornire quadri dirigenti ai primi incerti passi del movimento operaio, soprattutto in funzione riformistica e paternalistica; ma più ancora è pronto a selezionare dalle proprie file i politici professionali della classe dominante, che ne gestiscono lealmente gli interessi traducendoli continuamente in linguaggio ideale .... Si potrebbe dire che come gli antichi sovrani o generali, uomini ignoranti di lettere, avevano al proprio servizio dei “segretari” o “ministri”, incaricati appunto di esprimere la volontà dei loro padroni e di amministrarne gli affari in confronto con i sudditi o con altri potentati; così, in tempi normali il ceto medio assolve a questo ruolo storico di “segretario” della classe dominante
      . (segue)

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    3. Nell’esercizio di questa funzione il ceto medio, come gli antichi segretari e ministri, tende a farsi un posto per sé, a conquistare un peso sociale proprio, che realizzi quanto più è possibile le sue fondamentali aspirazioni: l’indipendenza e la stabilità di vita. Ma poiché queste aspirazioni appaiono difficilmente conciliabili con il carattere stesso della società capitalistica, spinta all’instabilità dalle sue interne contraddizioni e sviluppantesi verso forme di crescente concentrazione che distruggono o minacciano continuamente ogni margine di indipendenza, il ceto medio è inquietamente proteso nello sforzo di resistere alla pressione degli eventi. E in questo suo sforzo esso si appalesa in ultima analisi, e pur con le sue inquietudini e i suoi … oltre che un fattore di coesione, anche un fattore di stabilizzazione della società borghese, come una specie di cemento che ne unisce e ne rafforza le strutture.

      È da questa sua natura e da questa sua funzione che nasce l’esperienza della Terza Forza: si potrebbe anzi dire che la Terza Forza non è altro che la materializzazione estrinseca di questa funzione di coesione, di compromesso e di stabilità, la quale in tempi normali si svolge confusa nel groviglio delle forze sociali diverse e contrastanti, ma nei momenti di crisi, quando la vecchia società appare in procinto di rompersi, si estrinseca e prende corpo per se stessa come una entità nuova in cui s’incarna l’illusione del ruolo politico autonomo spettante ai ceti medi
      Nei momenti di crisi, quando i rapporti sociali sono estremamente tesi, quando le vecchie strutture cigolano, quando pare che il vecchio equilibrio stia per rompersi e le tendenze dissolvitrici sembrano prevalere su quelle conservatrici, la Terza Forza nasce… sotto la forma di un incontro fra una grande illusione e una grande frode. La grande illusione è appunto quella dei ceti medi di poter superare le contraddizioni della vecchia società, che hanno provocato la crisi sociale, restando nel quadro della società stessa ma eliminandone semplicemente i “difetti”; la grande frode è quella dei ceti dirigenti che di questa illusione si valgono per impedire l’alleanza del proletariato rivoluzionario con i ceti medi scontenti. Di fronte a una situazione di squilibrio sociale infatti, quale può nascere … da una profonda crisi economica, il proletariato, almeno la parte cosciente del proletariato, reagisce nel senso del superamento della vecchia società e della creazione di un nuovo ordine sociale in cui sia eliminata la ragione delle contraddizioni e delle crisi della società capitalistica, cioè la divisione in classi: in altre parole la classe operaia, di fronte a una situazione obiettivamente rivoluzionaria, reagisce nel senso della edificazione di una nuova società socialista.

      Ma i ceti medi non hanno una coscienza di classe; la loro aspirazione, nel seno della società capitalistica, è un’aspirazione alla sicurezza sociale… e la loro reazione a tutto ciò che turba questa sicurezza e questa indipendenza, e cioè praticamente la loro reazione di fronte allo sviluppo delle contraddizioni capitalistiche, non si esprime in coscienza rivoluzionaria, che vuole distruggere la causa delle contraddizioni stesse, ma sotto forma di malcontento perché “le cose non vanno bene” e di una tenace illusione che le cose possano “andar meglio” ma che sia questione soprattutto di avere “idee giuste”…Questo atteggiamento mentale del ceto medio deriva da una valutazione superficiale della realtà
      (segue)…

      Elimina
    4. Alla realtà delle contraddizioni che lacerano la società capitalistica e al loro sviluppo verso nuove forme supercapitalistiche che distruggono ogni giorno più l’indipendenza dei ceti medi e ne rendono sempre più precaria la situazione, i ceti medi preferiscono sostituire l’illusione di una società ordinata secondo i loro principi; al flusso continuo della storia che ogni giorno prepara nuove trasformazioni, sovente attraverso un lungo sotterraneo lavoro che esplode alla superficie solo quando ha corroso le fondamenta della vecchia realtà, preferiscono i ceti medi sostituire l’idea di una stabilità che si esprima in leggi armoniche; in altre parole al divenire sostituiscono l’essere, ai mutevoli e contrastanti rapporti umani le cose esterne elevate a dignità di “feticci”, all’evoluzione effettiva l’apparente tranquillità della superficie

      Nulla di più facile che ad un pensiero siffatto il periodo di relativa tranquillità e prosperità capitalistica che va fino alla prima guerra mondiale apparisse come l’espressione tipica della società moderna, il parlamentarismo di quell’epoca come la democrazia per eccellenza, i principi che ne regolavano la vita economica come le leggi naturali dell’economia. Il fatto che quel periodo sia durato qualche decennio gli dà facilmente l’apparenza di obiettività e di stabilità. E per contro la grave crisi che dal 1914 travaglia la società capitalistica e in cui tutte le contraddizioni dell’imperialismo sono venute a maturazione, non può non apparire se non come un’“anomalia”, un fatto abnorme, un distacco assolutamente eccezionale, ma fortunatamente rimediabile, dai principi fondamentali della società. La guerra è un’“anomalia” dovuta allo spirito aggressivo del Kaiser o di Hitler; il fascismo à un’altra “anomalia” dovuta allo spirito malefico di Mussolini o di Hitler o di Franco; la crisi economica è anch’essa un fatto “eccezionale” che può essere eliminato con una “saggia” politica

      È in questi momenti, nei momenti cioè in cui i vecchi rapporti sociali sono più vacillanti, che un’alleanza fra il proletariato rivoluzionario e i ceti medi scontenti potrebbe aprire la strada a una conquista del potere. Ed è in questi momenti che il ruolo reazionario della Terza Forza appare in tutta la sua evidenza. Si tratta di impedire questa alleanza, di canalizzare in altra direzione il malcontento dei ceti medi, di incoraggiare cioè l’illusione che sia possibile ritornare indietro, che sia possibile restaurare il mondo apparentemente tranquillo e stabile che ha preceduto la prima guerra mondiale, che è in realtà il mondo che ha precisamente generato la guerra, le dittature e la crisi, ma che per il piccolo-borghese resta il mondo della “prosperità”, della “democrazia”, dei “progresso sociale”, cioè il mondo che più si avvicina alla routine quotidiana e agli ideali di compromesso del ceto medio.

      Già Marx nel Manifesto aveva rilevato questa tendenza reazionaria del ceto medio, questa tendenza, com’egli si esprime, “a far girare all’indietro la ruota della storia”…i ceti medi di allora, i piccoli artigiani e i piccoli commercianti, minacciati nella loro misera ma relativamente tranquilla esistenza, sopraffatti dall’estendersi della manifattura e dallo sgretolarsi del vecchio mondo, non reagivano lottando per una società futura che superasse le contraddizioni del capitalismo, bensì reagivano, auspicando un ritorno al passato, alle corporazioni e all’economia patriarcale, a una società più statica, senza grandi prospettive ma con un cantuccio tranquillo per il meschino egoismo del piccolo borghese
      . (segue)

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    5. Ma poiché non può non apparire anche al piccolo borghese più ottuso che questa società capitalistica ha pur generato tanti mali, dalla guerra al fascismo, dalle crisi economiche all’inflazione, il grande segreto della Terza Forza consiste appunto nel presentare tutto ciò non come un momento necessario dello sviluppo storico, bensì come una “anomalia”, un “difetto” che si deve correggere, perfezionando le strutture della vecchia società che restan pur sempre valide nella loro intima essenza…. La mentalità non dialettica del ceto medio si presta perfettamente ad accogliere questo genere di dottrine politiche, che consistono nel mettere confusamente assieme in un unico programma punti di vista diversi o addirittura contrastanti, ma che agli occhi del piccolo borghese si presentano come i “lati buoni” delle diverse dottrine. Nella sua Miseria della filosofia Marx pone in luce questa contraffazione proudhoniana della dialettica, che consiste nel vedere in ogni cosa, in ogni categoria economica, in ogni istituto storico, anziché l’essenza intimamente contraddittoria (che non può essere eliminata perché la tesi è inseparabile dall’antitesi, e non può venire “corretta” ma solo superata nella sintesi), semplicemente un “lato buono” e un “lato cattivo”…

      La società capitalistica ha, cioè, i suoi lati buoni che hanno trionfato nei tempi andati, e i suoi lati cattivi da cui è nata la crisi; si tratta di eliminare i secondi e di sviluppare i primi. Per questo può essere necessario prendere i lati buoni di un altro sistema e con questi correggere i difetti che il capitalismo ha mostrato. In altre parole si deve riportare il capitalismo al suo “periodo aureo”; aureo per il ceto medio s’intende, con le semplici correzioni che sono imposte dalla necessità di eliminare gli “inconvenienti” che si sono appalesati, come le guerre o il fascismo. Il “socialismo liberale” o il “liberalismo sociale”…tutte le formule ibride della politica e dell’economia apparse da 35 anni a questa parte, sono appunto tentativi di ignorare la vera natura della crisi della società contemporanea, di ignorare le contraddizioni profonde che la lacerano e che conducono al suo superamento, tentativi di sfuggire alla realtà e di comporne le antinomie in una irraggiungibile conciliazione… Per quanto la storia si incarichi sempre di smentire queste rosee illusioni, esse affiorano ad ogni nuova crisi della società, ad ogni nuovo sconvolgimento del vecchio equilibrio: s’incarna in esse la tenace volontà di sopravvivere dei ceti medi, la loro ricorrente aspirazione ad una funzione politica autonoma di equilibrio, di stabilizzazione. Già, nel primo dopoguerra, il fascismo rappresentò anche l’espressione di questa illusione piccolo-borghese e anche allora servì alla classe dominante per sfruttare il malcontento in senso conservatore, per impedire ch’esso si trasformasse in coscienza politica, in coscienza di classe…

      …questa volta la guerra è stata vinta contro i regimi fascisti ed antiparlamentari che più di ogni altro hanno predicato la guerra. Era logico quindi che questa volta le “correzioni” dei “difetti” fossero ricercate nella direzione di un antifascismo puramente formale e di un altrettanto formale restaurazione democratica, che cioè l’aspirazione del ceto medio malcontento a “qualche cosa di nuovo” fosse sfruttata nel senso delle cosiddette “democrazie occidentali,” utilizzando la Terza Forza come una vernice per coprire la restaurazione del vecchio ordine capitalistico
      . (segue)

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    6. Concludendo, la Terza Forza è l’espressione del malcontento dei ceti medi di fronte all’instabilità e all’insicurezza, e della loro visione superficiale dei rapporti sociali che si traduce in un’incapacità a dar vita ad una forza reale che prenda parte nello schieramento politico contro le cause profonde da cui la instabilità e la insicurezza derivano. Il suo lato apparentemente progressivo sta in quel “qualche cosa di nuovo” con cui si pretende di correggere i “difetti” del vecchio mondo, che si vuole però restaurare sulle sue fondamenta; il suo lato sostanzialmente conservatore sta nella convinzione che essa esprime che i mali di cui soffre l’attuale società possano essere “guariti” nell’ambito di questa stessa società, correggendone semplicemente alcuni aspetti o limitandone alcuni “eccessi”. La sua natura diseducatrice sta nella superficialità con cui affronta i problemi, sostituendo delle formule ai rapporti reali di classe, ed illudendosi di risolvere col compromesso dei contrasti ineliminabili che sono nel cuore della società contemporanea. La sua funzione reazionaria sta nell’impedire che nel momento acuto della crisi il torbido malcontento e l’incerta volontà di palingenesi dei ceti medi, incapaci da sé soli di trasformarsi in forza veramente rinnovatrice, s’incontrino con la maturità politica del proletariato rivoluzionario e ne siano guidati a maturare e a consolidarsi in una superiore coscienza veramente democratica.

      Ecco perché, appunto nei momenti acuti della crisi…la Terza Forza assurge a dignità di forza politica indipendente in cui il ceto medio s’illude di dare sostanza di vita reale alla sua normale funzione di elemento di coesione e stabilizzazione della società capitalistica…In ultima analisi l’esperienza della Terza Forza si riduce a coprire con frasi ampollose, tratte di solito dall’arsenale democratico … la dura realtà di una restaurazione delle oligarchie capitalistiche, le quali, quando credono sia giunto il momento, si scrollano sprezzantemente di dosso i luoghi comuni verbali o le concessioni formali che rappresentano tutta la realtà della Terza Forza, per mostrare nuovamente le proprie reali sembianze.

      Questo compito è reso più facile alle classi dominanti dal grande sviluppo raggiunto dalla tecnica propagandistica, dai mezzi potenti di cui dispongono per fabbricare ogni giorno in serie dei surrogati di idee con cui vengono sistematicamente imbottiti i cervelli dei piccoli-borghesi. Il cinema, la radio, e forse più ancora i periodici a grande tiratura costituiscono gli strumenti principali per quest’opera che consiste nel rivestire ogni giorno le gesta brutali dell’imperialismo di pseudo-idee estremamente semplici e facilmente sistemabili nella visione superficiale e ristretta dell’uomo medio. Che cosa vi è di più donchisciottesco ed assurdo del piccolo-borghese che si affanna a difendere la “proprietà” come attributo indispensabile della “personalità umana” contro il socialismo “negatore della proprietà”, e non s’accorge di difendere in realtà le istituzioni di quello stesso mondo capitalistico che ogni giorno spietatamente espropria il piccolo-borghese dei suoi risparmi e del suo stesso reddito?
      (segue)

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    7. … è certo che nel corso di questi anni la funzione principale dei ceti medi nel mondo occidentale è stata ancora una volta quella di coprire con le proprie ideologie e di appoggiare con le proprie illusioni, sapientemente manovrate dalla fraudolenta abilità dei ceti dominanti, una politica di restaurazione. E ancor oggi L’UNIONE EUROPEA O LA CIVILTÀ OCCIDENTALE, COSÌ COME LE ESPRESSIONI DI LIBERTÀ E DI DEMOCRAZIA SULLE LABBRA DI COSTORO SONO SEMPLICI ETICHETTE SU DELLA MERCE DI CONTRABBANDO, sono formule illusorie che danno un suono falso quando fra chi le pronuncia con maggior vigore troviamo tutti i fascisti e i nazisti di ieri opportunamente discriminati” [L. BASSO, La lotta di classe oggi nel mondo (3). Il fronte capitalista, in Quarto Stato, 30 marzo-15 aprile 1949, n. 6/7, 6-9].

      Riottini, severgniniani, piccoli imprenditori, liberi professionisti, sindacalisti imborghesiti, docenti universitari pronti a rinnegare evidenze scientifiche, intellettualoidi ignoranti trasformatisi d'emblée in paladini della democrazia senza saperne una cippa – assecondati dalla classe dominante alla quale tengono servilmente il cero in cambio di un’illusoria stabilità - che pensano di farla franca scaricando la massa, ritenuta ignorante, incolta e con le ascelle pezzate.

      Verranno spazzati via come tutti gli altri. Il neoliberismo non fa prigionieri

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    8. "Verranno spazzati via come tutti gli altri. Il neoliberismo non fa prigionieri". E come asserisce quest'oggi Giuseppe Vegas: "L'Italia si prepari ad una stretta monetaria", credo che tutto ciò arriverà molto presto...

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    9. La Terza forza - ovvero il gregge moderato - è la stessa forza che doveva rincorrere la Terza via. Qualla che non è il prodotto di alcun Aufhebung.

      Più ordoliberismo per tutti.

      Il piccolo borghese - notoriamente - è trasversale a qualsiasi rappresentanza politica: è medio, mediano e mediocre. Dopo la Milano da bere, pure modaiolo. Chic e un po' radical.

      Ma sta sempre e comunque in mezzo. Alle classi. Alle palle.


      (La superiorità morale ed intellettuale del pensiero hegelo-marxiano è sbalorditiva: ogni citazione di Basso è una conferma del lavoro fatto ab origine in questi spazi. Dialettica progressiva contropposta alla logica liberale e funzionalista degli opposti complementari; logica che si rivela come reazione ideologica, coscienziale e, quindi, politica. Chi parla di capitalismo "funzionale", purtroppo, dimentica Hegel e la vera cultura classica, generalmente non appannaggio degli anglosassoni)

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    10. Comunque, caro Francesco, mi permetto di evidenziare le parole di chi le radici nazifasciste dell'europeismo le ha viste di persona: « sono formule illusorie che danno un suono falso quando fra chi le pronuncia con maggior vigore troviamo tutti i fascisti e i nazisti di ieri opportunamente discriminati »

      Anche Hitler voleva portare la pace con la guerra.

      Il tacere sui lager fino alla loro liberazione da parte dei sovietici, i bombardamenti che risparmiavano particolari complessi industriali, l'impunità a gran parte dei membri dei consigli di amministrazione delle imprese coinvolte nel sostegno al Reich, il riciclo delle gerarchie naziste nei servizi NATO e nell'Unione Europea dalle sue fondamenta, la dice lunga sul coinvolgimento del capitale angloamericano tanto nel nazifascismo quanto nell'antinazionalismo europeista.

      L'europeismo è sempre stato nazifascismo con altri mezzi.

      Ed il nazifascismo è stato capitalismo liberale con altri mezzi.

      Democrazia liberale significa tirannia cosmetica dei rentier, e "Occidente" significa dottrina Monroe: ossia imperialismo del capitale angloamericano.

      Quando si parla di Occidente e di liberalismo democratico o di europeismo, si parla di imperialismo e oppressione di chi vive del proprio lavoro.

      Basso, come Lenin o la Luxemburg o Nenni o Di Vittorio, dimostrano che i socialisti e quelle che una volta erano le "sinistre", ne hanno sempre avuta contezza della natura fascista e liberista dell'europeismo.

      Mi angoscia pensare a Primo Levi quando parlava di popoli kalergicamente degradati biologicamente e di Lager come progetto pilota...

      Diamoci da fare.

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  2. Buonasera presidente, hanno paralizzato la Francia per protestare contro la riforma del lavoro, hanno inscenato scene di guerriglia urbana ai cortei sempre contro la riforma del lavoro,ma poi alla resa dei conti hanno votato proprio per ciò che avevano contestato cosi duramente, cioè per Macron. A questo punto, mi sento di affermare che i cittadini hanno accettato di considerare la dignità delle propria vita, del proprio lavoro e anche diritti e tutele costituzionali come una forma obsoleta che non si adatta alla società moderna. Una malattia senza alcuna cura. Almeno per due, tre generazioni.

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    1. " hanno paralizzato la Francia per protestare contro la riforma del lavoro, hanno inscenato scene di guerriglia urbana ai cortei sempre contro la riforma del lavoro,ma poi alla resa dei conti hanno votato proprio per ciò che avevano contestato cosi duramente, cioè per Macron. "
      E l'idea che chi manifesta contro la riforma del lavoro NON sia chi vota Macron? MAcron tra i lavoratori prende pochissimi voti, fa il pieno tra padroncini, quadri, dirigenti, ecc. Ovvero tra coloro che userano la legge Khomri contro i lavoratori.

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    2. non amando le polemiche estenuanti, inutili e interminabili sui blog, mi limiterò a rammentare, senza rispondere ulteriormente per non cadere nella spirale di cui sopra, solo i numeri, i quali ricordano a tutti che 20 milioni di francesi hanno votato Macron e le, a lui annesse, politiche liberiste contro il lavoro, pro precariato e pro flessibilità e naturalmente quelle pro globalizzazione ,pro banche e pro finanza, e dieci milioni Marine Le Pen, in quella tornata elettorale che era cruciale per le sorti dell euro e della UE e che PURTROPPO si è rivelata una vera e propria Caporetto dell antieuropeismo, una disfatta impossibile da occultare dietro la fallace idea che i padroncini( 20 milioni???) abbiano votato Macron, mentre i lavoratori la Le Pen. Fosse andata cosi la Le Pen avrebbe lei dilagato, emulando l'impresa di Donald Trump, che alla luce del voto francese appare oggi ancora più fantasmagorica e ancora piu irripetibile se non fra diue tre generazioni. Con cordialità e senza rancore :)

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    3. @disperata: è che si ricordano di questa storia, perché allora se ne discuteva, o la si subiva direttamente nella propria attività politica. La paura di oggi non nasce solo dall'ossessione mediatica o dal controllo delle coscienze causato dal tradimento della sinistra, ha una storia fin troppo reale che risale agli anni'70 e poi, su questioni diverse, a partire dalla fine degli anni'90.

      Mentre i fattori storico-economici più forti, quelli che hanno portato alla situazione odierna, cioè i cambiamenti strutturali degli ultimi trent'anni, sono nascosti o noti a pochissimi testardi curiosi. Oppure sono rifiutati perché l'azione sulla politica monetaria o la banca centrale viene ritenuta troppo compromessa con i comportamenti della borghesia davanti a un capitalismo "in crisi" (qui si tratta di sparute minoranze per cui il capitalismo è sempre in crisi quindi il sole sta sempre arrivando perché nel tal posto han fatto uno sciopero, cioè stiam parlando di gente totalmente fuori dalla capacità di giudizio storico sul reale).

      Ma non è impossibile neppure che la politica di destra, cioè tagli dei servizi pubblici, austerità, ossessione securitaria e quant'altro, convintamente praticata a livello locale dagli eletti FN negli ultimi trent'anni abbia pesato non poco tra chi era più "politicizzato" a sinistra in senso lato. Tali politiche assolutamente evidenti sono costate care ai meno abbienti, tra cui si contano i militanti di base della sinistra e hanno suscitato ovviamente rigetto ma soprattutto, oggi, diffidenza sulle reali intenzioni di Le Pen di perseguire una scelta diversa a favore dei ceti meno favoriti. Oggi Le Pen ha cercato di spostare il discorso sugli "stranieri", ovviamente quelli poveri, che approfittano dello stato sociale francese, dicendo che basterebbe evitare di spendere per loro per riportare il necessario rigoroso equilibrio nella spesa pubblica. Si cerca di sbarazzarsi confinandole in un angolo del dibattito di due ossessioni di destra, fatte saldamente proprie in passato dal FN ma che oggi avrebbero rischiato di bloccarne la penetrazione politica. Da un lato l'esigenza di "rigore", nata con l'accettazione in passato delle politiche economiche UE, dall'altro la questione immigrazione. Un tentativo abile ma che per molta sinistra non può suonare accettabile o convincente, per quanto sommessamente sia stato giocato.
      Lasciamo poi perdere avvolgendola in un pietoso oblio di silenzio un'altra tipologia, molto nostrana, i fantasiosi per cui bastano un accendino e lo sdegnoso rifiuto del rito elettorale a rivoltare la storia.

      Tornando a parlare di cose appena più concrete, la massima opposizione concepibile in questo contesto per tanti era l'astensione - e ci vuole persino coraggio in un certo ambiente a farlo, data la demonizzazione indegna cui chi non votava Macron è stato sottoposto in queste settimane.
      Scelta nobile quanto inutile, l'astensione, come nel 99,999% dei casi, dato che ha indebolito l'unica opposizione esistente al fascismo del gran capitale, cioè la UE. Poi sì, si metteranno a fare i caroselli telegenici che fan andare a letto tutti contenti la sera, ma alla fine la legislazione cambierà e un altro passo verso l'oblio dei diritti compreso il deprecabile (convintamente per la destra e per la fanta-sinistra, tra l'altro) voto, sarà compiuto, come ben spiega il post.

      [segue]

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    4. @disperata [segue] Ma teniamo anche conto che in Italia è esattamente una politica di destra simile a quella giocata dal FN degli anni'90, autoritaria e sostanzialmente mirante a aumentare gli svantaggi dei salariati, a aumentare oggi il consenso intorno a politiche antiUE da parte di un ceto ideologicamente reazionario e perbenista fin nel midollo e nelle ossessioni sui costumi, di livello economico medioborghese, che aspetta la rivincita elettorale sui governi non berlusconiani. (Nelle loro ossessioni costoro son capaci di vedervi ancora la sinistra!) Se le stesse cose le dicesse una sinistra che non le può dire perché s'è ormai venduta al grande capitale - diventando di fatto intrinsecamente fascista, come qui s'è spiegato, quanto più brandisce il preteso randello della democrazia antipopulista - questi stessi personaggi avrebbero un comportamento ben diverso, e griderebbero al lupo al lupo esattamente come gli altri. A livello economico, ad esempio, a costoro la lunga precarizzazione degli anni '90, con la docilità della manodopera anche intellettuale che ne derivava, stava benone: ci andavano a nozze e l'han sempre predicata e lodata. Con buona pace di qualche artt. Cost.

      Per quanto riguarda la Francia va ricordato infine un martellamento mediatico davvero sorprendente, da noi si sarebbe detto un tempo berlusconiano. Trucchetti veramente indegni di qualsiasi coscienza professionale, specialmente alla radio (la tv non la guardo).

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    5. Infine è molto ingenuo pensare che la loi travail non attacchi che i santi&sacri lavoratori doc quindi bbbuoni per definizione mentre tutti gli altri voterebbbero Macron quindi sò stronzi [pardon] anzi fascisti [fascisti? urca! ah no, i fasci so' quell'artri] e chissene. La loi travail riguarda tutto il lavoro dipendente. La disoccupazione di lunga durata, superiore a due anni e a volte senza nemmeno ammortizzatori come nel caso di un certo tipo di dirigenti, riguarda ormai esattamente anche quadri e dirigenti. Resiste il settore pubblico... Cioè ci si sta avviando verso una situazione sempre più simile a quella italiana come del resto è logico e inevitabile dato l'indebitamento estero privato francese (se ho capito qualcosa del lungo discorso che si fa da queste parti...).

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    6. Certo: il problema rimane sempre quello della credibilità quando, avendo incarnato a lungo il ruolo della destra economica, ci si presenta come anti-sistema e anti-oligarchia (non saprei se la Le Pen abbia mutato l'indirizzo per i governi locali rispetto alla linea del padre: il livello locale lo vuole comunque ridimensionare per centralizzare un intervento di spesa obiettivamente ampliato per fini occupazionali, stando al suo programma).

      Sta di fatto che, in definitiva, in Francia come in Italia, mancano le "risorse culturali" per contrapporsi all'ordoliberismo €uropeo.
      E questa desertificazione - che ha reso ormai elettoralmente superflua la sinistra anche nella sua versione riduzionista "cosmetica"- è GIA' un primo e consolidato effetto della prevalenza culturale e istituzionalizzata del neo-liberismo.

      Come suggerisce il commento di Lorenzo, il quadro di riferimento della contesa politica è ormai interpretabile come molto simile a quello di fine '800.
      Il che, tra l'altro, implicherebbe che la risposta democratica possa dover ripercorrere rivendicazioni e tempi analoghi.
      La cosa avrebbe dell'incredibile, ma solo se non si conosce la formulazione e l'origine ideologica dei trattati.

      Non c'è che dire: hanno compiuto il loro lavoro e l'hanno fatto bene.

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    7. Purtroppo è vero. Però a mio avviso un dato di fatto c'è. 20milioni Macròn, 10 Le Pen, 12 milioni astensioni (peggior risultato dal 1969). Aldilà di tutto, ci sono 22milioni di francesi, chiamiamoli così, anti-sistema, anche se magari chi si è astenuto proviene da un candidato tagliato al primo turno.

      In ogni caso, aspetterei giugno per le legislative... Macròn deve partire da ZERO, non ha una base elettorale "storica" (a meno che non lo si voglia associare ad Hollande, quindi ai Socialisti, da cui si è comunque smarcato dimettendosi da Min. Economia a metà 2016), e dovrà avere a che fare con una opposizione agguerrita. Certo la Le Pen forse ha sbagliato tattica nel secondo turno. Si potrebbe però vedere tutto ciò anche sotto un altro aspetto, e cioè di opportunità politica. Visti i discorsi economici (e macro) iscritti nel programma della Le Pen, dubito fortemente che dietro ci sia una manica di sprovveduti. Sanno che c'è qualcosa che bolle in pentola. Ricordiamoci che Macròn il 23 aprile o giù di lì in tv ha voluto richiamare più volte la parola "patriota" nei suoi discorsi. Sembra quasi che Melenchòn e Le Pen abbiano si giocato per il "titolo", ma alla fine forse la loro vittoria più importante non è stato lo scranno più alto, bensì il radicarsi delle loro idee fra la popolazione, lasciando al "suo destino" il nuovo presidente Macròn, ora costretto:
      a) o a implementare le politiche deflazioniste pro UE/BCE
      b) o rimangiarsi tutto ("io sono il nuovo") vivacchiando alla Hollande.
      Vedremo...

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    8. Parlando di cose italiane, ti rendi conto che in questo tuo secondo commento sei in contraddizione rispetto al primo (a margine dello splendido brano cit da Francesco)? :-)

      Poi, certo, anche il post adombra questo scenario e la contraddizione è nelle cose.
      Ma proprio per questo la situazione è vieppiù grave; proprio perché non per niente seria...

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    9. La mia è una ipotesi naturalmente, che a conti fatti può sembrare molto "campata per aria", me ne rendo conto. Però non la trovo contraddittoria rispetto al fatto che Macròn in ogni caso sarà spazzato via dall'incombere degli eventi... o forse ho capito male cosa intendi? :)

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    10. Mettila così: intanto che, tra qualche anno, verrà spazzato via, la sua mera elezione diviene il viativo per non fare prigionieri in Italia. Oltre che per tentare l'italianizzazione della Francia (almeno per il saldo CA).

      Il che per noi è esiziale: non ci rialzeremo più dal combianto tra Macron-filo merkeliano e zelo riformatore dei nostri governanti, per di più facendo il gioco della Francia, che, se fa le riforme del lavoro e della p.a., ha già detto Gabriel potrà continuare a godere di minor austerità fiscale...e quindi potrà compartecipare a pieno titolo alla colonizzazione italiana del residuo.

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    11. Ah sotto questo aspetto si, hai pienamente ragione. Il tempo perso non si recupera in quanto, a conti fatti, brucia sempre più risorse. Su questo non posso non concordare. Voglio però vedere cosa accadrà nei prossimi mesi, visto che En Marche! per ora è solo uno slogan...

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    12. Certo è che la prima cosa a cui metterà mano, secondo Sole24Ore, è la legge sul mercato del lavoro:
      Decentramento a livello aziendale
      Sul primo, Macron prevede sostanzialmente che i negoziati sull'organizzazione e l'orario di lavoro vengano realizzati in azienda (o al massimo a livello di categoria), con possibili deroghe (anche peggiorative) rispetto al quadro generale sulla durata dell'orario (35 ore settimanali, con straordinari a partire dalla 36ma ora), che non cambierà. In caso di opposizione sindacale su un accordo che ha ottenuto il consenso di almeno il 30% delle sigle più rappresentative, il datore di lavoro può organizzare un referendum dal risultato vincolante.
      Tetto alle indennità di licenziamento
      Sul secondo, Macron intende semplicemente riproporre quanto è stato costretto a espungere dalla legge sulle liberalizzazioni varata da ministro dell'Economia nel 2014 (e dalla cosiddetta “legge El Khomry” sul lavoro, di cui è stato l'ispiratore della versione iniziale), fissando dei tetti alle indennità di licenziamento che i giudici del lavoro dovranno rispettare. In modo da dare scenari certi alle imprese (ma anche ai dipendenti). Su ambedue le questioni Macron – che pure incontrerà le parti sociali già a fine giugno per parlarne – vuole andare in fretta. Con il rischio di scontrarsi con una forte opposizione sindacale. Sarà il suo primo banco di prova. L'altro tema che Macron intende affrontare subito e per decreto è quello della semplificazione burocratica per le imprese. A partire dall'introduzione di un “diritto all'errore”. Formale, ovviamente. Nelle intenzioni del nuovo presidente, spetterà all'amministrazione provare che l'errore è stato commesso intenzionalmente, o comunque in malafede. In caso contrario non ci sarà alcuna sanzione.

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    13. @48, grazie, come sempre. Ma non potevano permettersi di perdere la Francia e un banchiere d'affari non avrebbe mai perso... avrebbe forse potuto vincere peggio se LP fosse stata più costante e martellante sul discorso economico e antiUE, il che avrebbe sviluppato un maggiore consenso e una maggiore coscienza o quanto meno curiosità nel paese, sicuramente più efficace sul medio periodo che le oscillazioni verificatesi in campagna elettorale.

      Sul livello locale non ne so ovviamente più di te. Contrariamente all'Italia qui la decentralizzazione e soprattutto le regioni non sono viste come un fattore di progresso, ad esempio nella scuola (e per ragioni storiche evidenti, l'éducation nationale essendo qualcosa di cui andare fieri). Quindi il programma di MLP potrebbe trovare consensi, tutto sommato. Ma con il fiscal compact all'opera (e la parte del partito che incalza sulla questione immigrati) e la prevista ristrutturazione dell'ordinamento dei département (un'istituzione rivoluzionaria cui sono state recentemente sovrapposte le regioni in maniera piuttosto artificiale ma tu lo sai meglio di me) non è che si possa sperare di fare molto. L'unica cosa che forse funzionerebbe sarebbe dire a ogni taglio di servizi: "Vedete? Siamo costretti a tagliare per via delle scelte della UE che il nostro governo che noi combattiamo ecc. ecc.".

      Comunque la situazione ai miei occhi e nella mia situazione è tragica in prospettiva, altro che seria, per me a livello personale, per la mia famiglia e per un paese che amo per la sua storia e per la sua civiltà. Peggio che Waterloo, perché a Waterloo le cose erano chiare: una guerra (troppo continua), una sconfitta, un cambio di regime, i Borboni ritornano anche se non a Versailles. Certo Talleyrand fu abile, ma le cose erano chiare. Oggi apparentemente la restaurazione si nasconde nell'abbraccio materno della concordia UE. C'è il disorientamento, categorie interpretative, politiche o "di lotta" che appaiono ancora valide a uno sguardo ingenuo ma risalgono a un quadro strutturale keynesiano ormai abbattuto...

      Se la situazione economica sta ritornando effettivamente a quella di fine XIX secolo - come dubitarne dopo la lettura di questo blog? - forse non così quella politica. Allora in tutt'Europa (che soddisfazione poterlo scrivere per una volta come va fatto) c'erano forti partiti socialisti in crescita, più o meno rivoluzionari. C'erano molti esponenti ceti borghesi e anche altoborghesi spiccatamente filantropi, igienisti, ecc., c'erano analisi della realtà condivise e conosciute anche nei ceti bassi, c'erano programmi diffusi di rivendicazioni. C'era una sinistra, insomma. Oggi tutto questo non esiste più. Non c'è nessuna forma associativa né ideologica condivisa in questo senso non più di quanto ci sia il riconoscimento del nemico. Al massimo qualche idiota si limita puntualmente a augurarsi che si stia sempre peggio perché allora sì che ci ribelleremo (cadendo di fame, con la paura di non poter curare la propria famiglia, forse, sai che risultati si otterrebbero).
      E è questo che abbatte la speranza. (-:

      @disperata: guarda che Trump si è tirato indietro su tutto, malgrado il disperato consenso elettorale ricevuto. Stupisce che LP non abbia vinto? Pensiamo alla Grecia del 2015!

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    14. @Flavio: Oh cielo, ma vi pare che montavano tutto 'sto casino per poi piantarsi al momento del sostegno governativo? Ma è ovvio che l'hanno giocata e pensata prima! Su Le Monde del 28 aprile c'è già la lista dei P"S" e dei Républicains in trepida attesa di servire il Kaiser. Ma dove volete che siano andati i voti che non ha preso Hamon? A Mélenchon? Sì, vabbe'! e quelli che non ha preso Le Pen? Alle legislative tutti faranno finta di custodire gelosamente la propria identità per recuperare un seggio, poi sosterranno qualsiasi cosa Macron farà passare su ordine tedesco (oh, l'ha detto lui, per carità!) e bruxellese. Il personaggio è sufficientemente brutale per motivare gli indecisi e sufficientemente sgamato per compensare i propri esecutori trattando non più e non meno del necessario...

      Il governo mi pare proprio l'ultimo dei problemi, con un po' di tira e molla le riforme passeranno: ed è l'unica cosa che conti! Leggiamo piuttosto fino in fondo le 70 pagine del rapporto UE sulla Francia. è quella la guida per sapere cosa avverrà - perché avverrà - in futuro.

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    15. Mi hai convinto :-) (ma non sosteniamo cose sostanzialmente diverse).

      E aggiungo (elemento che mi hai fatto notare):
      sarebbe stato impensabile e ingenuo assumere che Macron, che (come Obama) è il terminale di un intero sistema adattativo delle elites economiche, non avesse già una prospettiva PRECOSTITUITA di governo non solo fattibile ma anche particolarmente forte.
      Rotschild riuscì a imporre la banca centrale indipendente in Francia 8 anni prima che da noi (che "facciamocome" e la Francia è la prima suggestionatrice del nostro establishment gauche caviar). Ergo, "scende in campo" sicura della sua immancabile riuscita.

      Se aggiungi ciò che deriva dal brano di Basso (citato da Francesco), in ordine al riflesso elettoral-politico della maggioranza dei francesi, ne ritrai che la "combine", con apparente frazionamento partitico, tra tutte le forze social-liberali (dove il sociale è cosmesi per gli esagitati), ANCHE IN VISTA DELLE LEGISLATIVE, deve ritenersi un risultato particolarmente verosimile.

      Ma ammetterai che i francesi non hanno ancora provato veramente la sferza del liberalismo?
      Questa restaurazione, in termini di incombente variazione peggiorativa della condizione delle masse, è più drammatica della grande depressione ventennale di fine '800.

      Melenchon sarà ampiamente superato dagli eventi, che non è attrezzato a fronteggiare con i suoi attuali strumenti interpretativi (piuttosto scarsi). O cambierà lui, e le sue strategie, o scomparirà in pochi anni (se non mesi).

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    16. mi sono dimenticato di un'altra categoria che ha votato monoliticamente per Macron, presa in prestito da Fillon: i pensionati, i quali della loi travail se ne fregano.

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    17. Infatti notoriamente "i pensionati" sono una categoria unitaria e omogenea, ovviamente ultragarantita e privilegiata, che in uno dei paesi con il più alto tasso di natalità d'Europa per decenni NON hanno figli, NON hanno nipoti e se ne infischiano, come no, anzi "se ne fregano", bei ricordi, delle condizioni di lavoro dei propri familiari.
      !!!

      Ecco, se per qualcuno ce ne fosse stato ancora bisogno, il chiaro anello di congiunzione con i montiani di casa nostra, e il loro sporco gioco su pretesi conflitti generazionali...

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    18. Sinceramente, e fino a prova contraria (che solo le legislative di metà giugno daranno), non posso fare finta che, o dover credere che, tutto in realtà sia già precostituito deciso e tutto andrà come qualcuno, a tavolino vuole. Certo, sono avvezzo pure io al pensare male (come ben afferma il detto), ma (a meno che non si vada a parare sui brogli) non sono io a dire che le legislative saranno il vero banco di prova: lo dice Sapir, lo dicono giornali italiani (Repubblica). Certo, la situazione è seria, ma credo che qui nessuno abbia detto il contrario. I risultati del primo turno possono dare una fotografia di quello che potrebbe essere la situazione alle legislative. Le operazioni transfughe sono già iniziate con Valls, ok. Dando però uno sguardo ai risultati del primo turno, io vedo più una Francia spaccata, come dice anche Liberation (nel cui articolo si dice che i comuni più “fortunati” in termini economici han votato Macròn), con una marcata frattura di classe. Macron al primo turno ha preso 8,656milioni di voti, Marine Le Pen 7,678. Macròn può allearsi solo con Fillon 7,213 e ciò che resta dei socialisti a questo punto, 2,29 milioni di elettori. Fa circa 18,6milioni di voti contando anche Lassalle. Se dovesse andare come i numeri del primo turno dicono. I 20 milioni della Sua candidatura al presidente della Repubblica contano una percentuale di transfughi che non ha votato per lui ma CONTRO il FN. Marine Le Pen troverebbe sponda negli elettori di Dupont Aignan (7,68 milioni + 1,7 milioni = 9,37milioni), poi ci sono Melenchon e la galassia di sinistra (7,7 milioni di voti circa). Più le astensioni e compagnia… Mi sbaglierò, ma a me la situazione pare ancora tanto tanto fluida, piuttosto che pre-costituita. Il rischio quindi di ingovernabilità a mio parere sembra in ogni caso molto ma molto alto. Mi sbaglierò.

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    19. Ecco una indagine demoscopica. Più che “per Macròn” il voto è stato sostanzialmente “contro Marine Le Pen”. E secondo me questo è un dato da tenere in grandissima considerazione. Ecco quanto dice indagine BVA: Degli elettori di Melenchon che sono andati alle urne, il 65% ha dato il voto a Macron, il 14% a Marine Le Pen, mentre il restante 21% ha votato bianco o nullo… Degli elettori di Fillon che sono andati alle urne, invece, il 61% ha votato Macron, il 23% Le Pen e il 16% ha votato scheda bianca o nulla… Di tutti coloro che ieri hanno votato per Macron, inoltre, solo il 20% ha dichiarato di averlo fatto per un'adesione al suo progetto, mentre il 50% ha giustificato il voto con la volontà di impedire il trionfo di Marine Le Pen”.

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    20. Appunto: ed anche le legislative funzionano col ballottaggio.
      E la riuscita di Macron di per se, potenziata da tale meccanismo, indica un necessitato schieramento senza precedenti di un PUO francese: con la partecipazione decisiva di Melenchonisti vari che, come attestano le statistiche, spostano sistematicamente la bilancia del ballottaggio a favore del PUO d'oltralpe (a fortiori nei ballottaggi di collegio).

      Propendo dunque per l'ipotesi di una mossa ben ragionata a priori, come suggerisce Pellegrina, rispetto al debut dell'attuale velino delle elites...

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    21. Non mi son spiegato bene. Anche io concordo su Macron come "straw man". Meno sul fatto che in blocco ed a tavolino socialisti e repubblicani hanno fatto un lavoro di facciata quando sottobanco invece puntavano all'elezione dell'"avversario" Macron. Il ballottaggio delle legislative è diverso da quelle presidenziali. Chi becca almeno il 12,5% dei voti passa al secondo turno. Visti i risultati delle presidenziali, Macròn, Fillon, Le Pen, Melenchon hanno le carte in regola per poter dire la loro fino in fondo. Melenchon ha già chiamato a raccolta i suoi elettori, se andasse ad allearsi poi con Macron si suiciderebbe politicamente, e non credo lo faccia... con questo voglio solo dire che aspetterei giugno per vedere come va. Ora come ora ogni discorso rimane puro esercizio di teoria a mio avviso.

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    22. 1) in un regime neo-liberista, sono assenti i partiti di massa (Rodrik docet) e non esistono differenze sostanziali, sul piano degli interessi "rappresentabili", se non come sceneggiatura cosmetica, per le formazioni che gravitano nell'area di (alterno) governo;
      2) l'unificazione degli interessi (oligarchici)rappresentati che ne consegue -a monte, a priori, e indipentemente da qualsiasi esito del processo elettorale-, rende particolarmente agevole accordi occulti (concertazioni razionalmente facilissime per le elites, come evindeziano Marx e sempre Rodrik) e quindi preventivi (autoconservativi) tra diverse fazioni di mandatari dell'elite; ciò può considerarsi come clausola naturale del mandato stesso;

      3) in Francia, e ringrazio Pellegrina per averlo fatto notare, la duplice esigenza di contrastare un elemento fuori quadro (e, almeno nella facciata, portatore di interessi considerati "irrapresentabili"), nonché di accelerare l'istituzionalizzazione ordoliberista, rende questo quadro particolarmente evidente.
      E il ballottaggio, anche se la soglia, come ben sappiamo, è posta al 12,5%, agevola l'efficacia di questa strategia;

      4) Infatti, Melenchon non HA BISOGNO di schierarsi pro-Macron: gli basta fare dichiarazione di neutralità come per le presidenziali e automaticamente ha operato una scelta che può risultare decisiva proprio tenendo conto della redistribuzione dei flussi, ai ballottaggi, dei partiti non ammessi.
      E ciò vale particolarmente CONTRO la Le Pen data la concentrazione territoriale e la tipologia sociologica dei collegi in cui è più forte. Eliminato il FN dai ballottaggi, OGNI ALTRO ESITO risulta ORMAI POTENZIALMENTE DI AREA GOVERNATIVA FILO-PRESIDENZIALE (già ora le dichiarazioni di tutti i rappresentanti di partiti PUO sono diffusamente in questo senso).

      Tra l'altro, a conferma empirica di ciò, richiamerei l'esito delle ultime elezioni regionali francesi e il relativo post...

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  3. Penso che sia Houellbecq che Pennac (scrittori qui intervistati e che ho letto e apprezzato, soprattutto il primo) non riescono a vedere e a capire - come quasi tutti gli intellettuali e giornalisti - quel che accade in Francia e in tutto il mondo occidentale ex-democratico.

    Però Houellebecq riesce almeno ad ammetterlo e la sua ammissione spiega l’essenza dell’odierno confronto elettorale francese, nascosta dalla propaganda dell’élite antidemocratica:
    “……la Francia periferica, che esita tra Marine Le Pen e il nulla, non la capisco, non la vedo, ho perso il contatto con essa. E questo, quando si vogliono scrivere romanzi, trovo che sia un errore professionale piuttosto pesante…..
    Perché non la vedo più, adesso faccio parte dell' élite globalizzata, esporto anche in Germania, è assurdo. Eppure provengo anch' io da quella Francia…... quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste. Quella Francia abita nelle zone periferiche, zone poco conosciute. A volte si ha un piccolo scorcio, per esempio qualche mese fa ho visto un documentario sugli artigiani e i piccoli imprenditori che si suicidano, le loro grane con l' Rsi (sistema di previdenza sociale dei lavoratori autonomi dell' artigianato e del commercio, ndr)…..
    ...Io non credo al voto ideologico, di fatto credo più al voto di classe. So bene che è un termine antiquato, ma c' è una classe che vota Le Pen, una classe che vota Mélenchon, una classe che vota Macron e una classe che vota Fillon. Sono facilmente identificabili, si riconoscono subito. Che io lo voglia o no, faccio parte della Francia che vota Macron, perché sono troppo ricco per votare Le Pen o Mélenchon, e non essendo un ereditiero non appartengo alla classe che vota Fillon……”
    Se le cose stanno così - e stanno così - , fossi stato nel giornalista (non de La Repubblica, certo, altrimenti mi sarei dovuto autocensurare), gli avrei chiesto com'è possibile allora che Macron venga votato da più del'2% della popolazione.

    I conti non tornano ma il resto lo mette la propaganda.

    Qui le interviste:

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/vieni-avanti-macron-pure-houellebecq-autore-soumission-147241.htm

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    1. "com'è possibile allora che Macron venga votato da più del'2% della popolazione."
      E chi ha deciso che i francesi ricchi sono solo il 2% della popolazione? Sono molti di più. Ma sono sempre una minoranza.
      AL netto della propaganda di regime per Macron, alla fine dei conti Macron prenderà più o meno gli stessi voti di Sarko (19 milioni), che però aveva 3 mlioni di elettori in meno nel complesso rispetto ad oggi.
      SOlo che Sarko han dovuto guadagnarsi quei voti in campagne elettorali in cui l'avversario non era demonizzato dai media, quindi ha dovuto convincere gli elettori di essee migliore dell'avversario, e non che doveva essere votato solo perchè l'avversario è il male assoluto.
      15 anni fa Chirac, nelle stesse condizioni attuali di Macron, prese una caterva di voti (25 milioni totali, 7 più di Mr Rothschild) in più di Macron.
      Se con l'avversario più comodo per la propaganda di regime non schiodano il limite abituale dei 19 milioni di voti (che su 48 milioni di elettori sono meno del 40%!), manca davvero poco per abbatterli per sempre.

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    2. Sì, la tua analisi è lucida. Dicevo 2% perchè mi riferivo all'"élite globalizzata" citata nell'intervista e non ai benestanti di Francia che sono sicuramente di più.
      Certamente, come in Italia, chi vive in condizione di benessere, ha più da perdere e da temere da scenari alternativi che vengono dipinti come catastrofici.
      In questo e in altri blog è sicuramente possibile trovare elementi per capire chi è veramente avvantaggiato dall'attuale assetto politico-economico.

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  4. Credo che la votazione tra due contendenti falsi l'analisi politica se si basa solo su questo. Credo che il primo turno sia la situazione reale, una buon 40% che non c'è la fa più, del restate 60% ci sono i ricchi e chi sta ancora bene. Ma sappiamo anche che se Macron implementerà le sue politiche la parte più povera aumenterà per forza, per gli stessi motivi per cui esiste questo blog. Tutte le politiche neoliberiste tendono a questo. Credo anche che bisogna capire una cosa, non esistono spallate. Ma una lunga e tortuosa via che forse porterà ad una opposizione seria e capace di fare qualcosa, naturalmente ci vorrà tempo. E nel frattempo nel tritacarne finirà la povera gente, ma credo anche che ad un certo punto, certa retorica di sinistra priva di sostanza ma ricca di fumo non possa vincere per sempre, altrimenti non si capirebbe perchè i partiti socialisti perdano e in certi casi si disintegrino. Parlavo con uno che era di sinistra estrema extraparlamentare (non centri sociali per intenderci) che non guarda con simpatia a Marine Le Pen, ma guardando ai voti, anche se non ha preso più del 40% anzi rimanendo molto sotto, nonostate tutto mi ha detto che lui considera questi voti sufficienti per dire che il ricatto sulla destra estrema da parte del sistema politico abbia perso molta influenza. Ho visto una intervista a Ilvo Diamanti su Repubblica (su Repubblica ehhh) è anche lui converge su questa analisi, la dediabolisation è riuscita. Per contro le schede bianche e nulle più l'astensione significa che le indicazioni di Melenchon hanno avuto effetto, quindi ha presa sugli elettori. E forse lo riconfermeranno alle parlamentari, magari non tutto il 20% preso al primo turno (poi è da vedere anche la distribuzione dei seggi con il sistema elettorale), ma almeno a sinistra c'è qualcosa anche se altalenante su certe cose. La guerra sarà lunga e non si concluderà domani, meglio mettere nel conto come minimo un decennio, a meno di rivolte stile 1789 (che personalmente non vedo).

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  5. Speriamo che la foto di apertura del post sia quella di Macron alla fine del tour e non la nostra alla fine della democrazia. Grazie 48!

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  6. Non condivido le analisi che stanno facendo alcuni lettori del blog, secondo cui avrebbero votato Macron i ricchi e quelli che stanno ancora bene. Fra gli elettori di Macron - oltre 21 milioni - ci saranno certo i ricchi e gli appartenenti all’establishment, ma, a spanne, non possono essere più di due/tre milioni, per il resto ci sono piccoli imprenditori, professionisti, impiegati, lavoratori privati e pubblici (che in Francia sono ancora numerosi, e che infatti Macron ha promesso di ‘tagliare’ largamente), tutte categorie che saranno duramente colpite dalle politiche euriste promesse dal nuovo presidente, e dovrebbero saperlo, ma sono stati abilmente indotti a concentrarsi sul pericolo nero. La manipolazione mediatico/culturale cui i popoli europei sono sottoposti ormai da anni, e che ben vediamo operare nel nostro paese, funziona perfettamente anche in Francia, tanto che il candidato dell’establishment si è spinto a chiarire il succo del suo programma (“metterò gli interessi della Germania al di sopra di quelli della Francia”) senza perdere neanche un voto. De Gaulle si sarà rivoltato nella tomba, ma la realtà è questa (come 48 ci spiega perfettamente da anni): la gente vota ormai contro se stessa, abboccando alla ‘narrazione’ scelta di volta in volta dai media (stavolta c’era da fare la diga antifascista contro la Le Pen). Si tratta di vera e propria collaborazione della vittima con il carnefice, che viene aiutato a trionfare sul presunto nemico esterno, per poi procedere a quanto i suoi mandanti gli hanno ordinato. Certo avranno tempo per pentirsi, e forse anche Macron subirà fra un paio di anni il crollo di popolarità già toccato a Hollande, ma intanto avrà fatto sufficienti danni, e sarà in fase di elaborazione qualche nuovo, efficiente personaggio cui affidare la prosecuzione del lavoro, da proporre al popolo. I leader europeisti vanno sostituiti spesso, come i modelli di auto, il mercato politico chiede di continuo volti nuovi, dietro i quali ovviamente ci sono sempre gli stessi burattinai.

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  7. Da quello che vedo e leggo, mi pare ormai accertata la tendenza del sistema ad escludere qualsiasi alternativa democratica e legale a se stesso.
    La Storia, tuttavia, ha dimostrato -e più volte- di trovare le alternative per altre vie. Sul punto, non posso non ricordare una citazione da me più volte utilizzata qui, ossia l'intervista di Giolitti del 1899 alla "Gazzetta del Popolo": "[ ... ] lasciando intatta la causa del malcontento e togliendo alle classi popolari ogni speranza di migiorare le loro condizioni per le vie legali, (ciò) creerebbe una situazione rivoluzionaria".
    Vorrei sperare di lasciare a mia figlia una speranza, ma credo che tutto ciò che potrò fare è cercare in ogni modo di metterla in condizione di lasciare l'UE. Una certezza, ormai, si sta materializzando: spero di essere smentito ma penso che una nuova 'cortina' sta sorgendo in Europa, e, stavolta, siamo noi a essere dalla parte sbagliata.....

    Le presidenziali francesi, non le commento.
    Dopo la disfatta del 1940, alla Francia fu imposto il collaborazionaista Petain. Oggi, la Francia ha scelto un nuovo Petain consapevolmente e 'motu proprio'. Credo che basti questo a spiegare tutto..... quando si pentiranno, sarà troppo tardi.

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    1. Quanto a Petain e Vichy, la maggioranza parlamentare a favore fu schiacciante (ma c'era stata una debellatio: Macron la deve ancora provocare anche se non ha gli strumenti per rendersene conto):
      "Il 10 luglio il Parlamento votò per l'approvazione dei pieni poteri a Pétain, mentre numerose figure politiche del Paese come Georges Mandel, Édouard Daladier, un senatore e 26 deputati dell'Assemblea Nazionale stavano fuggendo in Nordafrica a bordo della nave passeggeri Massilia. Su 544 deputati 414 votarono e su 302 senatori 235 presero parte al voto. 357 deputati e 212 senatori votarono a favore di Pétain, 57 deputati e 23 senatori votarono contro. In totale si ottennero quindi 569 voti a favore dei pieni poteri a Pétain e 80 contro, con 30 astensioni. Tale passaggio politico fu reso possibile dal fatto che la Terza Repubblica non aveva mai avuto una vera Costituzione a causa della dominanza delle destre monarchiche nei primi anni della sua esistenza dopo il 1870 e il sistema dei poteri pubblici era retto da meno rilevanti leggi costituzionali, modificabili semplicemente con il voto della maggioranza assoluta delle due camere.

      Oltre ai pieni poteri Pétain ottenne anche l'autorità formale per redigere una nuova Costituzione; quest'ultimo diritto non venne mai esercitato, tuttavia Pétain emise tra il 1940 e il 1942 dodici atti costituzionali.[2]

      I sostenitori della legittimità del governo di Vichy affermano che la formazione del nuovo Stato avvenne tramite regolare votazione della Camera e del Senato (in particolar modo è da sottolineare che la maggioranza dei deputati e dei senatori al momento della nascita del nuovo stato era presente al proprio posto), mentre i suoi detrattori, in particolar modo i seguaci di De Gaulle, sottolineano che la votazione avvenne in un momento di notevole disordine pubblico per la Francia e che non fosse conforme ai principi della Repubblica."

      Quanto a Giolitti, il suo "rimedio" fu il suffragio universale per gli...ultratrentenni maschi. Oggi, il suffragio universale è stato radicalmente ridimensionato dalle tecniche pop del controllo mediatico: basti pensare che i pensionati francesi si sono bevuti la storia che fuori dall'euro, le pensioni sarebbero tagliate del millanta %.

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    2. Da notare che la struttura istituzionale liberista-oligarchica della III Repubblica consentì a Vichy di nascere senza particolari contraddizioni "formali": il che ci riporta, oggi, in una curiosa analogia di effetti istituzionali, all'idea principale macroniana che il trattato sia la fonte suprema dell'indirizzo politico.

      Il problema dell'attuale Costituzione francese, infatti, è che non contiene una diretta incorporazione dei diritti fondamentali, e in particolare sociali, richiamandosi alle "dichiarazioni" del 1793-1795 per ossequio ad una storia che, una volta inserita l'unione europea nella costituzione formale (art.88-1), è facile far dimenticare agli elettori "cosmopoliti e globalizzati" dalla propaganda mediatica incessante.

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    3. Direi che, mutatis mutandis, la destra (economica) ha avuto sempre un certo fascino in Gallia:

      solo per una concessione alla comune retorica si può ancora parlare della Francia come della “patria della democrazia” , giacché in realtà la democrazia francese è in crisi almeno da mezzo secolo circa. Certo nessuno vuole negare i grandi meriti che la Francia ha acquistato con il suo passato verso la democrazia: la rivoluzione, il 1848 e anche la Terza Repubblica, nel suo periodo migliore, hanno dato un contributo di prim’ordine allo sviluppo della democrazia…

      Nella storia francese è profonda la tendenza antidemocratica e antiparlamentare…Anche quando non si manifestano, questi sentimenti sonnecchiano nell’animo di circa una metà dei francesi, per esplodere poi nei momenti di crisi.
      Così il boulangismo, come ha scritto Dansette “non trasforma i temperamenti, ma rivela a loro stessi dei temperamenti che si ignoravano”; così la Francia di Vichy fu esattamente quella “divina sorpresa” di cui parlava Maurras, la sorpresa di scoprire che il popolo francese era in gran parte con il maresciallo, cioè con l’antidemocrazia, con l’antiparlamentarismo, con la negazione del periodo aperto dalla rivoluzione dell’89.

      “Ecco dunque, scrive André Siegfried del regime di Vichy, un regime di circostanza, nato per via di calamità eccezionali, che fa scaturire alla luce del giorno dei getti sotterranei, persistenti benché invisibili, e che trovano quindi l’occasione di esercitare la loro azione alla superficie. O piuttosto, è la conseguenza eruttiva di un terremoto che libera un fuoco interno sino allora chiuso e contenuto”. “In queste condizioni, e non è certo il caso di vantarsene, Pétain rappresentava incontestabilmente, al 10 luglio 1940, la grande maggioranza del paese”.

      Poi naturalmente il popolo reagirà contro il regime di Vichy e passerà dalla parte della Resistenza, ma il primo istinto, almeno in una notevole frazione del popolo, è l’accettazione del nuovo regime, non solo per stanchezza ma per un’intima adesione. Del resto il caso di Vichy non è isolato: in tutta la storia recente, si può dire che il primo istinto del popolo francese di fronte alle situazioni critiche, dopo una guerra o una crisi economica o finanziaria, sia stato un istinto verso destra, verso le forze conservatrici, una sconfitta delle forze democratiche, come se la democrazia rappresentasse un’avventura o un pericolo.
      Dopo la crisi violenta del 1848, la Francia va rapidamente verso destra, anzi si precipita addirittura in dicembre nelle braccia di Napoleone; dopo Sédan, le elezioni dell’8 febbraio 1871 danno una maggioranza schiacciante (circa 400 seggi su 650) alle destre monarchiche, che non si ripeterà più in nessuna elezione fino alla prima guerra mondiale. Ma subito dopo la guerra, nelle elezioni del 1919, a differenza di quello che accade nella maggior parte degli altri paesi dove la guerra rappresenta una spinta a sinistra, in Francia si ha un’altra volta il trionfo della Destra, cioè un rovesciamento delle tradizioni democratiche che parevan consolidate da decenni.

      Più tardi, quando la crisi mondiale comincia a far sentire duramente la sua minaccia sulla Francia, si sviluppa anche qui la minaccia fascista con le leghe che il 6 febbraio 1934 tentano addirittura l’assalto a Palazzo Borbone e rovesciano Daladier per far posto a un governo Doumergue. L’avvicinarsi della seconda guerra mondiale accentua il ritmo dell’evoluzione a destra, sicché il crollo miserando della Terza Repubblica e l’avvento del regime di Vichy, non è che la naturale reazione dello spirito francese alla crisi e alla catastrofe
      ” [L. BASSO, La crisi della democrazia francese e le sue cause, in Problemi del socialismo, giugno 1958, n. 6, 407 ss.]

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    4. @48, chiedo scusa per la logorrea odierna, effettivamente qui mi dicono con gli occhi fuori dalle orbite quanto sono bravi gli Italiani che hanno avuto la scala mobile mentre loro no, grande conquista sindacale!... ma che le condizioni di vita non siano comunque paragonabili non gli entra in testa, né il calo della quota salari rispetto al PIL. E l'altro giorno parlavo con un bravissimo attore piuttosto preparato per quel che posso giudicarne, che ha messo in scena e recentemente ripreso questo spettacolo (ben fatto ma che di proposito evita le controversie, mi ha detto) che è rimasto stupefatto al sentire del diritto al lavoro con quel che segue: "Ma allora siete più avanti!" eh, insomma...

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    5. ma uscire dalla UE per andare dove lorenzo?

      i paesi rimasti fuori da questa piega degli eventi sono ormai pochissimi al mondo. e il loro numero decresce col passare degli anni.

      ad oggi per quanto ne so conto Norvegia, Danimarca e Svizzera.
      con piccole sacche di benessere in alcuni paesi...ma relative a realtà circoscritte.

      I lavoratori fanno fatica, fatica vera, dappertutto ormai. chi risparmia 100 euro in più d'accordo.

      Ma il mondo che molti hanno conosciuto è finito.

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    6. Per andare dove? Riconosco la fondatezza della domanda, come riconosco che, in ogni caso, 30 anni almeno di politiche sbagliate hanno un prezzo che dovrà essere pagato. Diciamo però che, dovendo scegliere tra essere schiavo e povero ovvero sempre povero ma libero, io sceglierei senza indugio la seconda opzione.

      Il mondo che si è conosciuto in passato sarà finito, ma quello che sta sorgendo al suo posto, a mio avviso, non durerà oltre un secolo. Il suo 'cemento' è costituito dalla brutalità economica e da una propaganda mediatica arrogante e vuota, non esiste una vera tavola di valori condivisi, il diritto che sta nascendo, incomprensibile da un lato ed incerto dall'altro, è semplicemente odioso, il suo codice morale (di natura progressista-radicale) presenta tante e tali contraddizioni ed aberrazioni da essere insostenibile..... Alla fine il regime ordoliberista collasserà, probabilmente in modo violento (vedi ex-URSS o ex-Jugoslavia). Poi, raccolti i cocci, forse (dico forse), si aprirà una nuova fase di riflessione critica.
      Sicuramente la Storia ha i suoi tempi e sono lunghi.

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  8. Numeri letti nel contesto 2002-2017 danno un'idea un po'diversa da quella di certi commenti.

    Sarkozy nel 2007 e Hollande nel 2012 presero al secondo turno più o meno gli stessi voti (Sarkozy 19 mln Hollande 18 mln, in proporzione il 53% e il 52% dei voti espressi, tutte le cifre citate sono arrotondate). Macron ne prende 20 mln 257 cioè il 66% e Chirac appena più di 25.5 mln cioè 82% dei voti espressi arrotondati. Il distacco fra Sarkozy e Royal e fra Sarkozy e Hollande era di un paio di milioni di voti in entrambi i casi (18-16 mln ca.) con percentuali dei voti espressi vicino al 50% per entrambi i candidati. Se si deve parlare di paese o quantomeno di elettorato spaccato in due questo è il caso. L’astensione è comunque alta, dal 16% del 2007 (Sarkozy) al 20% del 2002, (Chirac). Tra i precedenti, quindi, proprio il voto più simile all’attuale e più lontano nel tempo registrava già la più alta astensione quindici anni fa! Prova che l’unità nazionale non sempre e non necessariamente fa l’unanimità più di altre scelte e che, qualora ciò sia la principale e quanto mai elettoralistica preoccupazione di certi commentatori, i voti che mancano a Macron rispetto a Chirac non si possono riassumere nella - parziale - astensione di FI.

    Invece come nel 2002, nel 2017 lo stacco fra i due candidati è infinitamente superiore: 20 mln nel 2002 e 10 mln nel secondo tra i due candidati. Il che nei rapporti di forza conta appena appena un pochettino.
    In assoluto, MLP prende oggi la metà dei voti di Macron.
    Il voto per Macron come polarizzazione dell'elettorato è quindi molto più paragonabile a quello per Chirac che a quelli per gli altri candidati, benché siano in calo partecipazione (astensione dal 20% al 25%) e voti a favore e malgrado 5 mln circa di elettori iscritti aventi diritto al voto in più rispetto al 2002 (da 41 mln a 46 mln).

    Ma malgrado ciò la differenza tra i due non è di sette milioni(!) come qui sostenuto (eh, piacerebbe poterli spostare tutti su FI quei voti, che, guarda caso!! ha preso 7.060.885 suffragi, piacerebbe!) bensì di poco più di cinque (5.280.727 per l’esattezza).

    Gli astenuti e i nulli aumentano rispetto al primo turno, ma in Francia si va a votare meno che in Italia, e avvantaggiano il più forte cioè Macron: crediamo davvero che gli importi qualcosa delle percentuali di voto non espresso per applicare la politica economica dei propri committenti una volta avuto il sigillo di garanzia? Uno se butta pe’ tera e batte ‘ji piedi fino a dopodomani, come diceva il mio prof. di filosofia. Del resto Sarkozy se ne è fatto forse condizionare?

    Le Pen raddoppia quasi esattamente i voti rispetto al padre, il che è un buon risultato (da 5.525.034 a 10.584.646) specie per coloro che da trent’anni pretendono di fare argine al fascismo votando e accettando la qualunque purché non FN, ma non arriva a spaccare in due l'elettorato come avevano fatto gli altri e non certo per merito dell'astensione.
    [segue]

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  9. [segue] Quanto alle direttive o piuttosto alle non direttive di Mélenchon e della FI... il bravo ragazzo che tratta duro con la UE, eroico, stratega e sempre vittorioso, al primo turno ha preso 7 mln di voti mentre al referendum FI ha prevalso la direttiva dell'astensione o il voto nullo. Gli astenuti al primo turno erano 10,5 mln (10.577.572), al secondo turno meno di 11,5 mln (11.416.454 quindi 838.882 mila in più), i voti non espressi (bianchi o nulli) erano al primo turno 944.733 mila al secondo 4 mln circa (4.045.395, quindi 3.100.662 in più). In totale tra astensione e voti non espressi al primo turno 11.522.305, al secondo 15.461.849. Fra i due turni vi è quindi apparentemente un aumento di 3.939.544 unità di astensioni e voti non espressi.

    Nel referendum della FI i favorevoli al voto per Macron erano il 35% arrotondato, le astensioni il 29% e il voto nullo o bianco il 36%. I votanti al referendum però erano molti meno dei sette milioni presi da Mélenchon, (in tutto 243.128!). Ammettendo che un simile campione sia rappresentativo dei 7.060.885 voti raccolti dall'intera FI - ma lo è?
    - farebbero circa 2.471.309 mila voti per Macron e 4.589.574 per astensione o voto non espresso (ricordo che i valori sono arrotondati e sono proiezioni di un campione referendario). Sostanzialmente le astensioni sarebbero circa 500mila in meno dei voti b/n.

    Senza contare che al secondo turno possono esserci stati astenuti o non espressi che al primo turno non hanno votato Mélenchon e tra i non votanti al referendum possono esserci stati elettori che hanno poi scelto diversamente nelle urne (questo è sicuro almeno per quanto riguarda l’astensione) tra i 4.589.574 che rappresentano in teoria il comportamento di FI e i 3.939.544 voti non espressi e astensioni in più del secondo turno, ci sono, nell’ipotesi più favorevole alla disciplina di movimento, 650.030 voti di FI “in libera uscita”. Sempre secondo quest’ipotesi, nei 20.257.167 voti di Macron si sommerebbero forzatamente tutti i voti di Fillon, di FI proMacron, di Hamon e di qualcun altro (vi risparmio le cifre ma sono sul sito ufficiale): esattamente l'alleanza che non funzionerebbe più, secondo loro, lasciando quindi presagire la prossima distruzione del gran capitale! Bum! anzi Boum.
    [segue]

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  10. [segue]
    Si potrebbe ipotizzare che gli elettori di Mélenchon comunque non votano Le Pen in massa, cosa peraltro abbastanza ovvia e in questo senso obbediscono a Mélenchon che esclude questa opzione dalle consultazioni di voto (si tratta della nuova formulazione elettorale detta della democrazia perplessa o di un ritorno della democrazia stalinista) ed è l'unica cosa che in effetti conti per la sinistra dell'accendino o per i servitori patri del trattatista Mélenchon. Costoro riescono in qualche modo a pescare i mln di voti che “hanno seguito le indicazioni di voto al secondo turno” e quindi so’ contenti, po’relli, da bravi contabili elettorali già col pallottoliere ben oliato per le prossime elezioni in casa nostra e per le legislative in casa altrui. Basta dire che vai a trattare e qualche seggio lo porti a casa comunque senza tanti scandali, su su, tanto so’ fessi, je dici la Le Pen è fascia, basta questo. Anche a costo di ritrovarsi i carrarmati belgo-tedeschi sotto al letto, anche a costo di vedersi chiudere fuori dall'ospedale perché non possono pagarsi un'operazione di appendicite, ma finalmente siamo ben ben usciti dal fascionazionalismo, eh. O magari facciamo come in Grecia: un bell'astensionismo, un sacco di lucine in piazza e la UE paf!, volta le terga e fugge smarrita uggiolando scottata a morte nel proprio liberismo. Ma per le ricadute sulla situazione italiana e per rassicurare i caccia poltrone della sinistra tutto ciò va bene, benissimo, perché non li costringe a fare alcuna scelta realmente radicale e ad oggi funzionale: cioè decidersi a rompere con la UE e l'euro recuperando la banca centrale "senza se e senza ma".

    Eludere il conflitto sociale è ciò che perseguono con tutte le proprie forze da quasi mezzo secolo, anche a prezzo della distruzione del proprio elettorato e di una parte del loro stesso ceto.

    Bisognerebbe piuttosto capire chi sono gli astenuti, compito per cui servirebbero persone come questa anziché i commentatori, me inclusa, del blog.
    Infatti l’avversario di codesta cosiddetta sinistra non è il grande capitale ma sono coloro che non lo combattono come le loro trionfali scelte strategiche (per quelli che ancora fanno le viste di avversarlo) ritengono sia giusto farlo.

    Il compito politico di queste sinistre tutte è rendere innocuo il dissenso fino alla morte dei più poveri, fisica o morale, e fino allo spegnersi di ogni possibilità di esprimerlo che non sia il martirio masochista contro i manganelli degli sbirri. Un genere di eroismo molto trasversale, ma, si sa, sempre squisitamente eccitante.

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  11. [segue e fine, grazie per la pazienza]
    Quanto alla pretesa ricchezza dei francesi si potrebbe piuttosto parlare di un benessere diffuso a livelli molto maggiori che in Italia e di una maggiore mobilità sociale (prima della cura UE) che di vera e propria ricchezza. Sono quindi le vittime designate delle politiche di Macron, non certo i ricchi, ma il ceto medio che possiede una casa decente, fa un lavoro giustamente remunerato e ragionevolmente gratificante, può permettersi delle belle vacanze, non abita in periferie ghetto e fa studiare bene i figli che può permettersi di avere (due-tre per famiglia, non uno se...). Gli odiati "bovghesi", insomma, ma ricchi no davvero: piuttosto il risultato di politiche keynesiane e di un'idea del servizio pubblico qui molto più sviluppata e diffusa che in Italia, il che rende(va) la Francia un paese dignitoso... anche per chi guadagnava meno di costoro.

    "Manca davvero poco ad abbatterli per sempre?" Una risata vi ha già seppelliti, veniva da Macron, con "grazie mille!" questa è la ciliegina sulla torta de La Rotonde (che come ognun sa è pessima – la ciliegina, non la torta che non conosco - però ben ben rossa). Ma davvero ci perdiamo ancora tempo e consenso con costoro???

    P.S.: per ritornare infine ai più seri e utili discorsi svolti su questo blog, a integrazione e comparazione dello scenario italiano con quello francese si può suggerire sempre di François Denord [perché gli autori hanno anche un NOME!!!], Le néo-libéralisme à la française, histoire d'une idéologie politique, Agone, 2016, ma uscito nel 2007 con un titolo leggermente diverso, 15 euro. Il libro copre il periodo dal primo dopoguerra alla vittoria di Delors negli anni'80, colui che dieci anni dopo firma il rapporto Ue in cui raccomanda la riduzione dei salari medio-bassi e la ristrutturazione del welfare in tutta quella terra di latte e miele che sarebbe l'EUropa.

    Comunque tutti possono leggere perfettamente il francese, basta un minimo di concentrazione, non è una lingua difficile per chi padroneggia bene la grammatica e il lessico italiani. Anche l'altro libro di Denord è leggibilissimo - a volte più di 48 (-;.

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    1. Ce ne hai per tutti! :-)
      Ma perché te la prendi tanto coi commentatori?
      Fossero le interpretazioni dei flussi elettorali e della distribuzione per classi economiche dei francesi, per di più!, il problema!

      Comunque, il commento che più mi è piaciuto è il penultimo...

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    2. Perché non sopporto che si diano e accettino cifre personalizzate sapendo di farlo (dato che sono facilmente verificabili), pur non essendo io stessa certo capace del tuo rigore.

      E poi perché la questione non è tanto il flusso francese (sono le loro elezioni sempre e prima di tutto), ma il fatto che a "sinistra" si vuole, per quanto capisco di costoro, applicare qui ciò che si è fatto (vittoriosamente secondo loro) là, discorso euro incluso.

      E infine perché al cuore non si comanda e io amo la Francia con tutta me stessa, c'est mon pays de cœur (e non farmelo più dire ché sono timida (-: ).

      Ciò detto, grazie dell'apprezzamento, sono cose già dette tante volte.
      In buona parte (-:
      Io ho adorato la tua definizione di Macron come velino (che potrebbe suonare quasi come pergamena, o come veleno).

      D'accordo, torno a cifre più utili, come pesare le dosi per la torta da colazione della settimana e darti pace (-:. Grazie ancora per la pazienza.

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    3. Comunque a me Pellegrina questa Francia che tu descrivi sembra tanto quella di 20 anni fa. 10 al massimo...e poi e poi.
      Non certo quella degli ultimi anni.
      Non dubito che situazioni di benessere diffuso siano ancora presenti ma oramai sono anni che la povertà è ricomparsa anche lì.

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    4. @Luca: ho parlato fin troppo su questo post e questo è un argomento fin troppo complesso.

      Per fare un discorso serio occorrerebbe innanzitutto guardare dei dati ufficiali sulla ricchezza e la sua distribuzione, a partire dalla quota salari e dalla mobilità sociale, sapendoli paragonare ad esempio all'Italia e ad altri paesi eurozona e non, differenze di prezzi incluse. Sempre per essere seri, dico subito che non è nelle mie capacità, forse nelle tue? per cui qualsiasi cosa venga detta vale a titolo di esempio e di pista per un' indagine seria, non di più - e non di meno.

      Trovo particolarmente eloquente l'indicatore del coefficiente di Gini anche se oggi non va più di moda, che indica la mobilità sociale tra generazioni. Ne ha parlato anche Sapir tempo fa: quello francese, benché assai peggiorato, rimane comunque molto migliore di quello italiano. E non è poco, specialmente quando si sposa a un alto livello di istruzione della popolazione, quindi ad aspettative legittime di lavoro qualificato.

      Che la povertà fosse un tempo scomparsa dall'Esagono mi pare affermazione audace che non mi sembra avere mai fatto. Per arrivare rapidamente al recente passato, le politiche UE/delorsiane di compressione salariale hanno fatto danno anche qui, ovvio. Il primo segnale del loro effetto si può leggere nella rivolta delle banlieues del 2005; la mia impressione è che esse siano state il luogo pretesamente "altro" in cui far scaricare in un primo tempo la povertà indotta a passi felpati dalla restaurazione liberista. I tagli dei servizi e la liberalizzazione della circolazione delle merci che hanno immensamente danneggiato la piccola agricoltura francese e le comunità rurali sono state portati all'attenzione dal programma di Le Pen: si è trattato ancora una volta di confinare la povertà indotta nel "fuori", nel non visibile, nel periferico. (E si dev'essere proprio dei cialtroni alla Houellebecq per frignare di aver perso il contatto con costoro: alza il culo [pardon] e vai a vedere senza aspettare il FN, le bombe o dio sa cosa, sei un intellettuale è il tuo mestiere e le leggi te le fanno a Parigi mica si nascondono nel Massif per deliberare.) Il punto di arrivo di questa politica sta nella disoccupazione di lunga durata anche per quadri e dirigenti che ho visto espandersi in città come in provincia da circa tre anni a questa parte e di cui ho tra l'altro parlato in un commento precedente. Si può aggiungere la veloce trasformazione degli uffici per l'impiego in mediatori non di lavoro ma di formazione, spesso inferiore ai titoli già posseduti e che ancora viene percepita come un'assurdità, ma allo stesso tempo s'impone perché scelta obbligata, prefigurando la nuova forma di lavoro non remunerato descritta da 48.


      L'enorme differenza la fa ancora oggi il livello di partenza nei salari, nei servizi diffusi sia a livello di territorio che di ceto, l'istruzione vista come un valore nazionale da un secolo e mezzo, ecc., che malgrado i tagli garantiscono ancora livelli di servizi assolutamente lunari e impensabili per quel che è la situazione italiana, in mille campi, semplicemente perché da noi non sono mai nemmeno esistiti mentre qui si sperimentano e si vivono quotidianamente. Lo stesso per quanto riguarda i salari (e qui ci sono certamente dei dati su Goofynomics che mostrano come Hollande non li abbia ancora sostanzialmente toccati, si vedrà ora con la loi travail rinforzata da Macron a colpi di decreto, come sta scritto nel suo programma). O i diritti. Robe costituzionalmente indegne come le precarizzazioni parasubordinate qui non sono mai esistite (il che non significa che non esista la precarietà, facciamo attenzione). Se gli dici che non ti pagano i contributi per contratto pensano che tu stia contando fole come quei bouffons les italiens (no, non sono stata fatta oggetto di razzismo).

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    5. [segue...] @Luca n. 2
      Ma come scriveva 48 in risposta a un mio commento più su, i Francesi il liberismo che noi sperimentiamo da trent'anni lo han vissuto molto meno, o quasi per nulla. Tant'è vero che è ridiventata una terra di immigrazione per molti Italiani. Dalla sommelier che ho incontrato a Tolosa dieci anni fa che mi spiegava di avere lavorato senza contratto per cinque anni nei massimi ristoranti italiani per ritrovarsi solo lì a potersi permettere una casa e un futuro, a tutti gli italiani spuntati come funghi nei corridoi della BnF due mesi dopo l'approvazione della riforma dell'università, a chi fa lavori ben meno qualificati ma fino a pochi anni fa in condizioni dignitose. Ecco, la cosa che qui io ho trovato mentre in Italia (o forse dovrei dire in una parte dell'Italia, ci sono zone diverse a volte) no, anche quando un lavoro ce l'hai, sono la dignità e il rispetto dell'altro, malgrado tutto. E non è poco. Ma sono anche queste cose che vengono da un processo culturale, da certo tipo di benessere e da un certo tipo di istruzione e coscienza comune.

      Si entra poi in un terreno ancora più minato delle cifre. Bene o male, benché ci scherzino su dicendo che non ce ne sono affatto, le parole d'ordine della Rivoluzione qui gliele han martellate in testa, in modo retorico, patriottico, insopportabile perfino, sordo alla realtà dello sfruttamento coloniale, tutto quel che vuoi, ma qualcosa ne è rimasto, se perfino non so più quale gran carnefice Ue scrisse tempo fa che l'aspirazione all'eguaglianza dei Francesi è incompatibile con il rigore economico sottinteso UE. Per non parlare della laicità, che cambia profondamente la mentalità e l'approccio agli altri, a cominciare dalla "carità" vs i diritti, poco da fare.

      Questo non esclude che vi siano povertà sempre più diffuse, disoccupazione velata con mille trucchi contabili (perfetto, come sempre, un post di Sapir sull'argomento l'estate scorsa mi pare) e blocco della mobilità sociale (anche qui un bel post di Sapir) e manuali d'istruzione che spuntano come funghi su "come licenziare i propri dipendenti per riassumerli con contratti meno garantiti".

      Ma ancora non sono "usciti dal 1945" come si augurava il vicepresidente della confindustria locale, Kessler, giusto dieci anni fa.

      Noi, all'atto pratico, non ci siamo quasi manco entrati (vedi il terzo partito, come ben spiega 48) e non abbiamo nemmeno parole d'ordine così spiccate da ricordare.

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    6. P.S.: errata "quarto" e non"terzo" partito.

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    7. Boh....a me pare che in Italia non si stesse così male negli anni 80 se anche i miei nonni...che erano contadini senza terra e senza bestie (e che negli anni della guerra vivevano nei ruderi dismessi e han mangiato anche i gatti trovati per strada), oggi hanno casa di proprietà, non piccola, risparmi da parte, buona salute (le nonne che sono ancora al mondo) e figli che hanno studiato.
      Ma non è l argomento del post come hai già detto.
      Evidentemente si parla di zone di provenienza diverse.

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  12. Comunque come ho letto sul blog di Fiorenzo fraioli devo dire sembra piuttosto di essere nel 1940.

    non vi pare?

    La Germania ha conquistato la Francia e un protettore filotedesco vi è installato.
    L'Italia è considerata un alleato inferiore che deve solo eseguire gli ordini.
    La Spagna viene trattata meglio per convincerla a unirsi nello sforzo di rimodellazione del continente.
    I rapporti con UK sono andati a ramengo ed è diventato nemico ufficiale dell'europa tedesca.
    gli USA di trump, come allora, si lamentano ma non intervengono.
    I Rapporti con la russia proseguono forzatamente e con precarietà e con poca convinzione.



    PS: nell'analisi dei flussi elettorali non si può considerare quanto la società francese sia spaccata tra francesi e immigrati (o figli o nipoti) mai integratisi.

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  13. MOM ONCLE D'AMERIQUE

    Potrebbe tornare utile nella comprensione delle vicende galliche – e non solo – l'opera di Alain Resnais (1980), neppure troppo allegorica tra etica e pedagogia, sugli effetti neurobiologici prodotti dalle traiettorie percorse dalle “teorie” economiche del liberismo: “libero mercato”, globalizzazione e il funzionale svuotamento della democrazia.

    Disturbi psicosomatici elaborati e studiati da Henri Laborit indotti dall'inibizione all'azione prolungata nel tempo per sfociare in manifestazioni che vanno dall'aggressività (versante narcisistico), alla inibizione (versante depressivo), alla fuga (versante fobico).

    Eh .. si, cara zia Tina, gli ingredienti ci sono proprio tutti e non potrà – come evidenzia Arturo – che finire in un conflitto violento presentato “come inevitabile e ultimativo sistema di correzione”.

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  14. Segnalo il giudizio del Psichiatra Adriano Segatori sulla personalità di Macron. Nulla d'aggiungere. Macron è pericoloso.

    https://www.youtube.com/watch?v=sWMuwfwjI_c

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  15. La capacita' progettuale delle oligarchie occidentali e la determinazione ad applicarle è tanto formidabile quanto inquietante.Credono nel loro progetto come un Fedele in un Dio Superiore.Indicano i dissenzienti come degli 'eretici' da isolare e curare (le fobie si propagano islamofobia-xenofobia-eurofobia).Nessun singolo despota riesce a farlo altrettanto efficacemente se non per aree territoriali ristrette ma senza questa pervasivita' melliflua.Solo la Cina in Oriente col suo sistema capitalistico a conduzione totalitaria,puo' dare l’idea del modello governativo che si sta delinenado in Europa,ma non sofisticato come il nostro.La strumentalizzazione politica di ogni movimento,la mistificazione mediatica,l’assoldamento delle elite intellettuali e artistiche,la capacita' di scatenare gli opposti estremismi,di separare i gruppi sociali attraverso conflitti orizzontali sviando lo sguardo da quelli verticali e di proporsi come UNICA proposta seria e credibile di governo,di progresso,di BENE viene applicata e dimostrata.Nel 2011 sono state le crisi del debito provocate ad arte oggi quella migratoria.Credo che ci porteranno ad un livello tale di esasperazione sulla questione immigratoria che ‘dovremo’ implorare l'aiuto dell’€uropa che generosamente interverra' con danaro,diplomazia,polizia e truppe dimostrando plasticamente la nostra non autosufficienza in termini di difesa territoriale con la complicita' del nostro imbelle governo.E cosi' gia' alla fine di ques'anno avremo probabilmente il nostro secondo “8 Settembre 1943” con il quale cederemo,molto volentieri,alla richiesta di tornare ad essere provincia dell'Impero Teutonico in forma pseudodemocratica transnazionale.Il tutto col nostro consenso,s'intende,tacito. Non con l'imposizione dall'esterno,ne' con un voto popolare.In forza di fatti evidenti e di situazioni non affrontate per causare le reazioni progettate,ovviamente di tali dimensioni (sovranazionali) da richiedere una ovvia risposta (sovranazionale).La trojka come salvagente economico,la nuova struttura europea di difesa comune come salvagente militare.L'attuale governo debole ,ragionieristico,servile,si presta molto bene alla bisogna.Poi siccome questo suscitera' un sussulto d'orgoglio identitario ci lasceranno votare per un Nuovo Governatorato che fingendo di assecondare la frustrazione popolare con massicce dosi di metadone (leggi bonus a pioggia) calmera' la crisi d'astinenza economica e simulera' un 'Potere appartenente al Popolo' trasferito ad un Governante molto pragmatico che andra’ a battere i pugni (per finta) sui tavoli europei.Recuperata la (finta) dignita’ nazionale ci sara’ graziosamente concesso di entrare a far parte della fase finale delle Riforme Costituenti insieme ai Paesi che contano:l’agognata serie A.Un nuovo Parlamento,un Governo europeo Unico sara' il naturale sbocco formale per simulare un controllo popolare diffuso su strutture sovranazionali ormai autoreferenziali.Con frustrazione,credo che siamo alla fine di un ciclo storico che opporra' a questo disegno movimenti e partiti continuamente screditati (sprezzantemente appellati come fascisti e populisti) oltre che minoritari.Gli altri,i collaborazionisti,reagiranno alla Valls,alla Renzi,alla Tsipras proponendo il loro entusiastico supporto alla Nuova Era. Questi minipensatoi ininfluenti sulle masse resteranno la consolazione intellettuale di sparuti anticonformisti,la Riserva Indiana che non serve il Sistema,ma che permette di mostrarne il volto tollerante,persino di qualche “disturbatore in vena di divertenti complottismi”,da seppellire con la risatina sprezzante degli opinionisti ‘a la page’ e alla paga degli oligarchi.La vedo male anche per me,ma comunque non mi stanchero’ mai di ringraziarLa per quest’opera d’informazione e di ringraziare i commentatori per il loro acuto apporto intellettuale,
    per avermi aperto gli occhi sulla realta’.Grazie.

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    1. Il commento è interessante.
      Con la preghiera, per il futuro, (o per una riformulazione) di suddividerlo in paragrafi spaziati: avrà così molta più attenzione da parte dei lettori...

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