lunedì 22 maggio 2017

LA MIGLIORE SULL'EURO? QUELLA DEI KABARETTISTI

http://www.diariodecine.es/sscabaretfilm6.jpg


1. Come feedback all'articolo di Wolf appena commentato in questo post, sul FT di venerdì 19 (pag.10), compare questa lettera:

"...Martin Wolf (Comment, May 17) pone in luce l'influenza negativa dell'enorme surplus delle partite correnti della Germania nell'eurozona. E, come in altra occasione ha sottolineato Wolf, un'eurozona che cerchi di imitare nel suo insieme il surplus tedesco ha un'influenza malefica sulla crescita della domanda globale (ndr; growth failure da liberoscambismo mercantilista, per dirla con Joan Robinson, che conferma il ruolo di punta di diamante della globalizzazione incarnato dall'ideologia dell'euro, imperniato istituzionalmente su crescita export-led e riforme strutturali, smentendo, ancora una volta, l'idea dell'ital-grancassa mediatica che l'euro sia una forma di "difesa" dalla globalizzazione stessa).

Wolf esprime il dubbio, da molti condiviso, che possa mai verificarsi in Germania l'aumento dei salari necessario per il riallineamento della sua competitività.

Un meccanismo che potrebbe essere utilizzabile per promuovere un tale aggiustamento è una rivalutazione fiscale (ndr; ovviamente del tasso di cambio reale tedesco): ciò implica che la Germania aumenti i contributi sociali e assistenziali gravanti sui datori di lavoro e riduca le tasse sul consumo (come l'IVA...ndr; essendone l'aumento "preventivo e competitivo", invece, misura isomorfa a un contingentamento delle importazioni, in violazione dell'art.34 TFUE). Una tale politica può essere definita come fiscalmente neutra.

Si potrebbe immaginare un rivalutazione tedesca accompagnata da misure in opposta direzione da parte dei paesi che tendano a bilanciare il proprio deficit verso il pieno impiego.

Paesi come la Grecia o il Portogallo hanno già ricevuto pressioni in questa direzione, onde aumentare l'IVA mentre si riducono gli "oneri sociali" per i datori.

Sebbene i tentativi per via fiscale di imitare l'impatto delle variazioni dei cambi nominali siano ben lontani dall'esserne un perfetto sostituto, l'evidenza empirica ha suggerito che essi siano efficaci.

Lo step cruciale per l'eurozona, comunque, è di riconoscere la necessità della simmetria nell'aggiustamento.

La Germania dovrebbe convenire che aumenti del costo del lavoro per unità produttiva costantemente sotto il 2% fissato normativamente dalla BCE costituiscano un problema che esige una correzione esattamente come quelli dei paesi che hanno registrato costanti aumenti al di sopra di tale limite.

Malcom Barr,

Senior Western European Economist,

JP Morgan

London...UK".


1.1. Già: ma se i tedeschi non riconoscono questa "necessità della simmetria"? 

Beh, si porrebbe un altro interrogativo, della massima importanza polititica, ma non €uropea, quanto mondiale. E l'interrogativo è il seguente:

- se, permane un vincolo istituzionale immodificabile, per via dei "rapporti di forza" che governano l'applicazione dei trattati, e proseguisse l'influenza "malefica" sulla crescita della domanda globale, provocata da un'eurozona che funziona "nel suo insieme" secondo le imposizioni tedesche, non sarebbe piuttosto, l'imporre questa simmetria nell'aggiustamento, un affare del resto del mondo?

Per capirne un corollario, un'ulteriore domanda: se, come certamente non si può escludere, si verificasse una nuova crisi finanziaria globale, l'intero pianeta potrebbe permettersi che l'area che esprime la maggior percentuale di PIL al mondo, fosse soggetta a un'altra correzione basata sulla "austerità espansiva" (dunque pro-ciclica!), magari con una BCE governata da un Weidman (le due circostanze rischiano di sovrapporsi cronologicamente in modo inquietante)? 
ADDENDUM-QED. Per dire: questa, qui sotto, è la traiettoria attuale che può solo autoaggravarsi per via degli effetti sui conti pubblici della compressione ulteriore della domanda interna e può divenire tragica in caso di shock esterno come nel 2011. E tutto ciò, mentre il complesso delle forze politiche si preoccupa solo di una legge elettorale che consenta la formazione di un governo capace di sopravvivere alla impopolarità esiziale di una legge di stabilità con un volume di consolidamento senza precedenti dal 2011: cioè a 6 anni di distanza dal governo Monti che doveva risolvere facendo presto! :

NON FA SOSTA L’EURO-SUPPOSTA - IN ARRIVO DA BRUXELLES LE “RACCOMANDAZIONI” AL GOVERNO ITALIANO. VOLETE SAPERE QUALI? TASSARE LA PRIMA CASA E AUMENTARE L'IVA - L’EUROPA CI VUOLE MORTI: LA PRESSIONE FISCALE ITALIANA, SOMMANDO LA COMPONENTE TRIBUTARIA A QUELLA CONTRIBUTIVA, È AL 64,8% CONTRO MEDIA EUROPA 40,6%



2. In realtà, la proposta del gagliardo Barr (giovane 28enne laureato in marketing e già rugbysta di discreto successo nella nazionale di...Hong Kong), risponde a ipotesi ed analisi che ritrovate nel post di goofynomics sopra linkato (e, in generale, ne "Il tramonto dell'euro", nonché, anche qui, estendendo l'analisi all'assetto giuridico inderogabile dei trattati).

L'obiezione che svolgeva Alberto, al tempo (2012!), entro una polemica che gli anni hanno rivelato priva di oggettivo fondamento (appunto per l'irremovibilità tedesca), era la seguente:

"Ora ci dicono che loro sono virtuosi e che dobbiamo fare come loro. Cioè violare il Patto di stabilità, chiederà Pierino? No, Pierino, noi (noi) dobbiamo essere virtuosi....

Ma se il loro scopo non fosse stato quello di fotterci, perché, di fare le riforme, non ce l’hanno proposto mentre loro si accingevano a farle? 
Se lo scopo di queste riforme è vincere insieme la guerra santa contro la Cina (una delle due ossessioni degli ortotteri, l’altra essendo la castacoruzzzzzzionebrutto), perché, chiedo, perché i virtuosi alamanni non hanno voluto che le decidessimo insieme? Questo nessuno se lo chiede, perché la risposta a questa domanda che nessuno si pone (i Giannino, i Cruciani, gli Alesina, i Polito, i Gramellini) è tanto semplice quanto sgradita agli occhi degli errand boys e dei loro Castle hacks: perché chi picchia per primo picchia due volte (soprattutto se  l’avversario è bendato), e loro volevano fotterci. 
Bene: a queste persone che evidentemente volevano fotterci, ora tu vai a chiedere di aderire a uno standard retributivo? Suvvia... siamo seri!

Del resto, non so se noti il paradosso.

Il paradosso consiste nel fatto che noi dovremmo costringere i custodi europei dell’ortodossia e del libero scambio a fare quello che naturalmente accadrebbe (rivalutare in termini reali) se essi lasciassero liberamente agire le forze di mercato, che invece reprimono. Perché col culo degli altri son tutti (libero)scambisti. Chiaro, no? Qui ovviamente non ci può essere buona fede."



3. Le obiezioni che, in questa sede, abbiamo mosso alla soluzione consistente nella rivalutazione "reale" tedesca (proponibile in svariate modalità), sono, sul piano giuridico, perfettamente in linea con quella logico induttiva basata sui fatti concludenti; tali obiezioni, risultano, ci permettiamo di dire, giuridicamente assorbenti

i) (qui, p.5): Per poter ottenere un qualche risultato in questa direzione, occorrerebbe che il sistema sanzionatorio attuale, praticamente a effetti nulli, fosse profondamente rivisto: invece della procedura avviata, nel 2013 (!) dalla Commissione per lo squilibrio eccessivo dei conti esteri tedeschi non s'è saputo più nulla e la Germania continua imperterrita nel suo atteggiamento mercantilista. 
Il quadro attuale, fondato sugli artt.articoli 119, 121 e 136 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), conduce al massimo, e senza alcuna garanzia che ciò debba essere portato a tali conseguenze, alla comminatoria di un deposito infruttifero, trasformabile in equivalente sanzione, dello 0,1% del PIL a carico della nazione che inadempia a piani di correzione e reiterate (negli anni!) raccomandazioni. In pratica, il quadro legale europeo, sugli squilibri da avanzo eccessivo delle partite con l'estero, è un mero palliativo sprovvisto di qualsiasi persuasività normativa. 
Questo quadro di soft-law, cioè di giuridicità incompleta derivante dall'inesistenza, nonché dalla mancata e perdurante inapplicazione, di sanzioni dotate di effettività, non è casuale o episodico: è parte di un assetto consolidato, coerente e corrispondente alla politica della forza che caratterizza, storicamente, i trattati liberoscambisti-


ii) Va poi precisato che, se non si può intaccare questo pseudo-sistema di inefficace correzione del più anticooperativo degli squilibri macroeconomici (ed anche il meno conforme alla funzione, teorica, di un trattato economico dichiarato federalista e unionista), cioè arrivando a una revisione dei trattati e delle fonti da esso derivanti (in particolare del regolamento concernente la Macroeconomic Imbalance Procedure — MIP), l'Italia non ha, e nemmeno Macron, se per questo, alcun speranza di vedere accolta la proposta avanzata, anche di recente,  di "avere margini di flessibilità per tagliare l’Irpef e per effettuare (i mitici) investimenti".

Una tale pretesa, infatti, allontanerebbe l'Italia dalla strada della correzione svalutativa interna imposta dal bench mark della produttività reale e del CLUP tedesco, portando l'Italia stessa, e non la Germania, a reflazionare e, quindi, a subire ancora di più la pressione competitiva dei prodotti tedeschi (e non solo) sul nostro mercato interno, rimangiandosi, mediante un ritorno al disavanzo estero, la poca crescita che tali misure, comunque molto limitate nelle dimensioni che sarebbero consentite, potrebbero innescare. Per la Francia...idem (e a fortiori);


iii) anche ammettendo che "il riconoscimento di un'esigenza di ripristino della simmetria" (con rivalutazione fiscale autonomamente promossa), da parte della Germania, sia ragionevolmente sostenuto da molta parte degli economisti (cosa che neppure rispetto alla sua attuale forma tardiva è pacificamente affermabile), rimangono sul tappeto tutte, e proprio tutte, le ragioni sui presupposti fondamentali, di natura ideologica, dei trattati e sui loro contenuti.
Presupposti e ragioni "graniticamente" avallati dalla Corte di giustizia UE (che ha sempre evitato di prendere in esame una possibile violazione tedesca dei trattati, interpretandoli in un modo che ne prescinde e si adegua alle loro "esigenze"), e culminanti in questo fuoco di sbarramento giuridico (p.14). Si tratta di una diatriba "riformistica" di lunga data, sempre infrantasi sull'effettivo costo della solidarietà fiscale per la Germania (e gli altri Stati in forte surplus dei conti con l'estero), stimato realisticamente da Sapir ad esempio. 


3.1. Ed infatti, a questa ormai poco convinta rivendicazione "solidale" viene opposto (con successo): 

a) il pacta sunt servanda, cioè l'irrevocabilità (più o meno correttamente sostenibile sul piano delle regole del diritto dei trattati) di vincoli assunti volontariamente dagli Stati, per quanto onerosi possano poi rivelarsi; 

b) ai fini di adozione di regolamenti o "risoluzioni" (v. ad es; l'OMT, cioè il whatever it takes annunciato da Draghi) che introducano la flessibilità e/o la "solidarietà", si eccepisce l'essenzialità stessa delle clausole sul divieto di solidarietà fiscale, che giustificherebbero, comunque, la legittimità del richiamo tedesco alla teoria della "presupposizione"; e quindi alla nullità di ogni modifica dei principi dei trattati che ne costituiscono Voraussetzungen: cioè presupposti essenziali della stessa conclusione del trattato, tali da risultare invocabili davanti alla stessa Corte GUE, e, prima ancora, davanti alla Corte costituzionale tedesca, per sancire la nullità/inefficacia dell'introduzione di ogni meccanismo solidaristico di tal genere; 

c) l'esigenza dell'unanimità per poter comunque introdurre una sostanziale modifica del trattato UE e FUE (a prescindere dall'invocabilità della procedura ex art.48 TUE, in forma ordinaria o semplificata)".

4. Ma probabilmente, il miglior contributo al dibattito sulla sostenibilità dell'euro e sulle ragioni, culturali prima che economiche, della sua irriformabilità, viene proprio dalla Germania; e non lo diciamo ironicamente. 

Anzi, la realtà dei fatti (economici, storico-ideologici e istituzionali) emerge con chiarezza proprio dalla viva voce della parte non...elitaria del popolo tedesco, cioè da dei kabarettisti, dei comici, che esprimono una chiarezza di idee anzitutto impensabile da parte dei propri omologhi italiani ma che, più ancora, non supererebbe neppure il filtro implicito (e censorio della realtà) che viene imposto da decenni sulle televisioni italiane:




5. Allo "stato dell'arte", questo video rappresenta il condensato della miglior comunicazione di massa raggiunta in argomento (tranne, forse, per il "credito" attribuito, con un ottimismo un po'....prematuro, alla ragionevolezza delle richieste di Macron): si può ridere o sorridere, ma senza dimenticare che sottostante a tutta la "scenetta" c'è un senso di disperazione, di impossibilità ad indurre alla ragione, che fa onore ai suoi autori. 
Ma che mostra anche che la insostenibilità dell'ordoliberismo mercantilista, a guida tedesca, consente risposte che si limitano alla tragica risata del popolo che per primo la subisce e che, in definitiva, si appella alla "intelligenza" di tutti gli altri popoli coinvolti. Ma anch'essi disperati...

venerdì 19 maggio 2017

"L'ANTISOVRANO" HA PAURA DELLA SOVRANITA' POPOLARE PERCHE' NON VUOLE LA DEMOCRAZIA

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/0/06/CES_Anticristo_1924.jpg

UN PERCORSO CRITICO SULLA TEOLOGIA DEL LIBERISMO (tra "spesapubblicaimproduttiva" e meritocrazia autoproclamata)


1. Il titolo di questo post è agevolmente comprensibile, direi autoesplicativo, per chi segua questo blog.
Ma non si può ignorare il fatto che, specialmente a seguito della vittoria di Macron (quale che ne sia l'effettiva tenuta, alla luce degli eventi che egli stesso non potrà evitare di determinare), in quanto principalmente interpretata come una sconfitta di Marie Le Pen, nel dibattitto politico-mediatico, si registri la tendenza a considerare il "sovranismo" come un concetto programmatico in arretramento. E, dunque, proprio presumendosi la sua subentrata scarsa presa elettorale, in via di ridimensionamento nel linguaggio à la page, cioè elettoralmente remunerativo.
Inutile dire che questo ridimensionamento viene con immediatezza, e quindi molto frettolosamente e in base ad analisi delle effettive propensioni al voto piuttosto rozze ed emotive, legato alla questione dell'opposizione alla moneta unica.

2. Ma questa equazione implicita tra sovranismo e critica all'euro, se si fa attenzione al "non detto" (o al "detto male" e con poca consapevolezza) che essa contiene, dimostra proprio il vero punto debole lasciato scoperto dalle forze che, in Italia come in Francia, sono variamente definite sovraniste (spesso unilateralmente dalla parte politica opposta, cioè filo€urista, e con intenti denigratori avallati dai media mainstream, in un'autentica orgia di acritici luoghi comuni sull'internazionalismo della pace); tanto che, proprio per aver compiuto un percorso incompleto (o, peggio, contraddittorio) sul concetto di sovranità, oggi, c'è chi, all'interno di queste correnti politiche,  potrebbe essere sopraffatto dall'impulso di tentennare e ritornare sui propri passi.
Il fatto è che l'identificazione tra sovranità legata alla democrazia sostanziale del lavoro e opposizione alla moneta unica, e ai suoi effetti, è molto più chiara ai propugnatori di quest'ultima che ai c.d. "sovranisti" (attualmente al centro delle vicende politiche).
  
3. Abbiamo speso molte pagine di questo blog nell'evidenziare come l'euro sia, per i paesi dell'eurozona, una riedizione del gold standard, nel suo riversare ogni aggiustamento degli squilibri commerciali e della competitività relativa tra paesi UEM a carico del lavoro. 
E abbiamo anche illustrato che per "lavoro" non deve intendersi solo la classe operaia in senso novecentesco, quanto piuttosto tutta la parte preponderante della società, inclusi i c.d. "ceti indipendenti", che non è "agganciata" al capitale finanziarizzato e liberalizzato e che ricerchi (artt. 4,  35 comma 1, 45, comma 2, e, riassuntivamente, 47, della Costituzione), l'apprezzabile identità e dignità della propria persona con lo svolgere attività lavorative che, essenzialmente, si fondano sulla crescita della domanda interna (e non dell'esportazione, e quindi sull'aggressività anticooperativa inevitabilmente portata a detrimento delle società appartenenti ad altri Stati visti, nella logica principale dei trattati, esclusivamente come concorrenti da battere). 

4. Lelio Basso, il cui bagaglio concettuale era espresso in una situazione in cui dirsi "socialisti" e rivendicare l'interesse prioritario del proletariato non era ancora ridicolizzabile e etichettabile come un "quasi-reato", era però, anzitutto fedele al modello della Costituzione che egli aveva così tanto contribuito a costruire, facendo del principio di eguaglianza sostanziale, e del compito di redistribuzione ex ante (nel senso precisato da Rawls, qui p.10) assuntosi dallo Stato, il perno della democrazia sostanziale: Basso era perciò ben conscio dell'intero spettro di classi sociali che era chiamato a sopportare il totalitarismo cui tende inevitabilmente l'ordine internazionale del mercato neo-liberista (cfr, p.2):
"...oggi il settore monopolistico (usiamo questa espressione nel senso che essa ha oggi assunto nella polemica politica e non in senso rigorosamente tecnico-economico che suggerirebbe piuttosto l’espressione di ‘oligopolio concentrato) non soltanto si appropria del plusvalore prodotto dai suoi operai, ma, grazie al suo forte potere di mercato, che gli permette d’imporre i prezzi sia dei prodotti che vende che di quelli che compra, riesce ad appropriarsi almeno di una parte del plusvalore prodotto in tutti gli altri settori non monopolistici: sia in quello agricolo, sia in quello del piccolo produttore indipendente, sia anche in quello delle aziende capitalistiche non monopolistiche, dove il tasso di profitto è minore e spesso, di conseguenza, anche i salari degli operai sono più bassi proprio per il peso che il settore monopolistico esercita sul mercato. 
Ridurre quindi, nella presente situazione, la lotta di classe al rapporto interno di fabbrica, proprio mentre la caratteristica della fase attuale del capitalismo è la creazione di questi complessi meccanismi che permettono di esercitare lo sfruttamento in una sfera molto più vasta, anche senza il vincolo formale del rapporto di lavoro, è perlomeno curioso...
Una seconda tendenza destinata ad accentuarsi sempre più in avvenire è quella relativa all’interpenetrazione di potere economico e potere politico, cioè, praticamente, all’orientamento di tutta la politica statale ai fini voluti dal potere monopolistico..."

5. Ora il punto ulteriore che si collega alla evidenziata incompleta comprensione, proprio da parte delle forze sovraniste (reali, cioè concretamente manifestatesi nell'attuale agone politico), - ma non da parte delle forze oligarchie che gli si oppongono-, della stretta connessione tra sovranità popolare, e dunque "democratica", e opposizione all'assetto sociale cui vincola, senza alternative, la moneta unica, è che intanto è possibile che si verifichi un "ripensamento" della linea che valorizza la sovranità, in quanto non sia chiaro il concetto di sovranità e, in definitiva, del tipo di Stato nazionale a cui ci si richiama.
Questa mancanza di chiarezza è, in fondo, il segno di un percorso incompiuto: non si è chiarito a se stessi in cosa consista la sovranità popolare, proprio perché, in una qualche misura, non ci si è liberati completamente dell'armamentario tossico degli slogan diffusi dalla cultura antidemocratica del mercato che si è rivolta contro lo Stato democratico (pp.2-3), pretendendo di identificarlo in una forma di totalitarismo "comunista" o "collettivista" (contro ogni evidenza storica e contro ogni corretta identificazione del problema dell'autoritarismo). 

6. Il punto è, nel diritto costituzionale e nella teoria generale dello Stato, certamente complesso e non si può pretendere che il "comunicatore" politico lo padroneggi e sia in grado di riassumerlo con la padronanza che ne consente la semplificazione a giovamento del c.d. "elettore medio".
Ma, il concetto di sovranità, - una volta proiettato nell'attuale momento storico che configura una fase finale di restaurazione del capitalismo sfrenato e del suo pseudo-Stato di diritto, che si cura solo delle norme provenienti dalle organizzazioni internazionali che applicano le Leggi naturali del mercato, e giammai della legalità costituzionale (su cui si veda la chiara distinzione precisata qui da Luciani, pagg. 2-4)-, diviene, proprio ora, più agevolmente ricavabile a contrario da ciò che incarna "l'antisovrano", imposto dalle oligarchie dei mercati, e che trova nell'euro la sua perfetta espressione di perfezionamento (in quanto ripristinatore dell'assetto sociale "consono" al gold standard).
Il sovranismo non ha nulla a che fare con..."la monarchia" (o qualsiasi forma di autocrazia), a meno di voler insinuare confusione anche solo a scopo di (sterile) polemica politica: piuttosto è vero l'opposto, cioè che la de-sovranizzazione degli Stati corrisponde immancabilmente ad una immanente ostilità delle oligarchie capitaliste e cosmopolite (sempre Basso, cfr; p.2) verso il suffragio universale e la sua intrinseca proiezione territoriale, cioè la democrazia pluriclasse delle comunità nazionali

"L’idea moderna di sovranità è infatti intimamente legata…a due precondizioni – la concezione ascendente del potere e l’idea di nazione – che sono entrambi assenti nella nuova politica
Per sussumere in una sola etichetta i nuovi fenomeni potremmo invece parlare del tentativo di creazione di un antisovrano, e cioè un quid che in tutto e per tutto si contrappone al sovrano da noi conosciuto (ndr; enfasi in forma di elenco da me aggiunta per una indispensabile focalizzazione):  
- non è un soggetto (ma semmai una pluralità di soggetti, oltretutto dallo statuto sociale altamente differenziato, che ben difficilmente potrebbero candidarsi a detenere il monopolio del potere sovrano); 
- non dichiara la propria aspirazione all’assoluta discrezionalità nell’esercizio del proprio potere (cerca anzi di presentare le proprie decisioni come logiche deduzioni da leggi generali oggettive quali pretendono di essere quelle dell’economia e dello sviluppo); non reclama una legittimazione trascendente (che sia la volontà di Dio oppure l’idea dell’uguaglianza degli uomini), ma immanente (l’interesse dell’economia e dello sviluppo, appunto); 
- non pretende di ordinare un gruppo sociale dotato almeno di un minimum di omogeneità (il popolo di una nazione), ma una pluralità indistinta, anzi la totalità dei gruppi sociali (tutti i popoli del mondo, o almeno tutti i popoli della parte di mondo che ritiene meritevole di interesse);  
- non vuole essere l’espressione di una volontà di eguali formata dal basso (si tratta infatti di un insieme di strutture sostanzialmente e talora formalmente organizzate su base timocratica).

L’opposizione è dunque polare, tanto che potrebbe ricordare …quelle evocate dalle figure dell’antipapa e più ancora dell’anticristo
Come l’antipapa, per il codice di diritto canonico del 1917, rientra fra i soggetti che si oppongono all’autorità del pontefice legittimamente eletto, così l’antisovrano si arroga un potere senza averne legittimo titolo (senza investitura democratica). 
E come l’anticristo, è detentore di un potere che (aspira ad essere) universale, ed è l’agente che determina la crisi del mondo (del mondo democratico)
Un antisovrano, dunque, dal punto di vista concettuale, ma inevitabilmente un antisovrano anche dal punto di vista pratico, perché l’affermazione del suo potere presuppone proprio che l’antico sovrano sia annichilito” [M. LUCIANI, L’antisovrano e la crisi delle costituzioni, in rivista di diritto costituzionale, Torino, 1/1996, 164-166]".

8. Ora la definizione di sovranità che si ricava "a contrario" dall'aggressivo attacco delle oligarchie del mercato, €uroconnotate, agli ordinamenti costituzionali democratici è quella che, giocoforza, discende dalla unitaria opposizione, a livello inevitabilmente nazionale, del mondo del lavoro (non strettamente ausiliario al dominio oligarchico del capitalismo oligopolistico) alla sua stessa svalorizzazione, se non distruzione, come valore sociale, in precedenza posto al centro della società (democratica). 
Un valore del lavoro che si era affermato, ovunque in Europa e nello stesso ius cogens del diritto internazionale generale (non da "trattato", dunque), in nome della legalità costituzionale, e quindi in nome del diritto-dovere proprio di ogni cittadino di svolgere un'attività lavorativa.
La sovranità democratica era una salvaguardia giuridica che aveva un diretto, (quanto inviso alle elites) effetto economico "di sistema": il cittadino-lavoratore non era più tenuto, per conquistare la propria pari dignità  sociale e politica, in quanto essere umano, a perseguire o conservare rendite e privilegi derivanti dalla proprietà del capitale, acquisita per nascita o per meccanismi inevitabilmente sprezzanti della dannosità per il resto dei consociati...ovvero a soccombere. 
Ogni cittadino, in base alla propria Costituzione, poteva rivendicare la conquista normativa della propria dignità sociale.

9. Per un certo periodo, la cui fine coincide non casualmente con l'affermarsi della costruzione federalista €uropea, questa è stata la legalità suprema, appunto, sovrana in quanto "superiorem non recognoscens". 
E' solo tale concetto di sovranità che legittima e tutela la sua titolarità anche individuale (e non solo astrattamente ed ambiguamente collettiva), che è poi un modo di dire che ogni cittadino possa esprimere, in un sistema istituzionale, la propria libera volontà alla pari di chiunque altro: risultato realizzabile, come deve ormai apparire evidente, solo in un contesto nazionale (qui, pp. 6 e 7, ove non bastasse il famoso "trilemma" di Rodrik). 
Lo Stato nazionale, come unico ente rappresentativo storicamente possibile di questa sovranità popolare, intanto può assolvere al suo obbligo di tutelarla in quanto sia obbligato a garantire, in modo effettivo e non solo apparente e formale, questa parità di espressione della libera volontà di ogni cittadino.

10. Ma questa volontà dei cittadini, sia sommati in corpo elettorale, sia in quanto concretamente equiparati nell'aspirazione a divenire titolari delle cariche di governo elettorali, è esattamente la democrazia (sostanziale): la legittimità della sovranità popolare dei lavoratori che ne il presupposto, è evidentemente contrapposta allo schema arrembante dell'antisovrano, abilmente camuffato nelle vesti dell'internazionalismo mercatista e nella sua "naturalià" scientifica.
E, come abbiamo visto, poiché tale partecipazione paritaria al governo delle istituzioni è necessariamente legata all'attribuzione di una, altrettanto paritaria (in termini di legittimità), frazione del potere economico e quindi politico, a ciascun cittadino, ne discende una generalizzata sovranità popolare contraddistinta dalla paritaria dignità politica, prima ancora che sociale (che potrebbe essere un mero enunciato cosmetico del politically correct), dell'attività lavorativa svolta.
Ma la pari dignità politica di ogni possibile attività lavorativa, indipendentemente dal potere economico di fatto che la proprietà del capitale attribuisce, conduce ad un concetto di sovranità popolare coincidente con quella di sovranità democratica dei lavoratori (intesi nel senso allargato cui allude i passaggio di Basso sopra riportato): e proprio dei lavoratori che reclamano il fondamento costituzionale della protezione di "tutti" dall'arbitrio illimitato dei pochi, che intendono istituzionalizzare il potere economico di fatto che posseggono attraverso sia il controllo mediatico che dei processi decisionali dello Stato, realizzato in nome delle leggi naturali del mercato e del ricatto occupazionale che consegue all'applicazione delle stesse.

11. Ora questa accezione, che scaturisce dalla contrapposizione all'antisovrano, non ha neppure bisogno di essere espressamente postulata, come pure avviene nel nostro ordinamento nell'art.1 Cost.,  poiché ove non la si considerasse comunque implicita in ogni Costituzione moderna, verrebbe meno la stessa sostanza "minima" della democrazia, alla cui espressa realizzazione esse sono rivolte. 
Ciò sul presupposto, questo realmente senza alternative (almeno nel corso della reale evoluzione storica dell'economia c.d. capitalista), che non si possa garantire la pacifica coesistenza tra cittadini negando alla maggior parte di essi la dignità del proprio esistere, sia escludendoli dal potere politico per mezzo di trattati internazionali di natura economica, sia, ancor peggio, privandoli dell'occupazione a proprio piacimento, sulla base dell'idea, autoproclamata da un'oligarchia capitalista, della immanenza delle leggi "naturali" del mercato, fonti della razionalità e, come tali, non discutibili razionalmente (v. qui, p.11, per la sostanziale teorizzazione di Hayek). 

11.1. Questa interconnessione di elementi che contraddistinguono la democrazia, rende chiara un'ulteriore prospettiva: la sovranità popolare intesa come sovranità democratica dei lavoratori è una difficilissima realizzazione
Ma, per questo esistono le Costituzioni: affinché la tensione alla democrazia sostanziale non sia mai rinunziata, consapevoli del continuo agire delle potentissime forze reazionarie del mercato per riconquistare il proprio potere "naturale", facendo leva sulla (neo)teologia instaurata dal liberalismo, (per  sostituirla alla teologia che fondava il potere delle aristocrazie feudali dell'ancien regime).
Il concetto di sovranità popolare, ove sia (inevitabilmente) legato alla democrazia del lavoro, è dunque un concetto inscindibile dalla difesa delle Costituzioni che, appunto, intendono risolvere il conflitto tra le classi, coscienti delle finzioni del passato (quelle delle costituzioni "liberali" ottocentesche e costantemente travolte dalle forze conflittuali espresse dal mercato).
Sostenere oggi la sovranità popolare è dunque un esercizio obbligato di difesa della democrazia: al punto attuale di degenerazione, appropriativa del potere politico nazionale da parte delle elites cosmopolite, e delle loro istituzioni internazionali esclusivamente autorappresentative, si tratta in definitiva di vedere se si riuscirà, o meno, a preservare la stessa istituzione del processo elettorale e la possibile rappresentazione degli interessi generali nell'attività di governo.
Ma finché rimanga in vita il processo elettorale previsto dalle Costituzioni democratiche, coloro che si richiamano alla sovranità democratica del lavoro non possono che vincere: è solo questione di avere le idee chiare e di saperle chiaramente comunicare credendoci, senza ambiguità e compromessi (che hanno sempre travolto chi pensava, da "mosca cocchiera", di riuscire a volgerli a proprio vantaggio, ignorando l'inesorabile esito del conflitto di classe). 

mercoledì 17 maggio 2017

IL "PIANO" DI MACRON? E' IL PIANO FUNK, L'UNICO €URO-FUTURO PRATICABILE (con addendum)



La tattica più efficace di conservazione dell'assetto capitalistico neo-liberista, è appunto quella di trovare in ogni maniera una (almeno) formale differenziabilità di interessi socio-economici, pur in concomitanza della scomparsa dei partiti di massa (e quindi della democrazia sostanziale), da tradurre in una facciata di pluralismo politico.
Anzitutto, ai suoi occhi, occorre conservare ad oltranza una parvenza di dialettica destra-sinistra, tutta svolta sul piano ideologico-cosmetico, proprio perché meglio capace di dissimulare l'esistenza del conflitto scatenato dal capitalismo per poterlo portare a compimento in modo più discreto ed efficiente

2. Wolf perciò tenta costantemente di trovare delle soluzioni ai problemi politico-economici del nostro tempo che possano tenere in gioco, come stabilizzatore in apparenza mediatorio o almeno ritardatore, quella "terza forza" dei perdenti (senza coscienza morale di classe che), però possono pur sempre votare
Egli ha quantomeno il pregio di ammettere che, in assenza di questa interposizione della classe media, e della graduazione per fasi e per prudenti diluizioni nel tempo del disegno elitario, le cose possono finire male, temendo il dover ricorrere al c.d. "effetto pretoriani" che ad ESSI non ripugna per i mezzi usati, quanto piuttosto per il rischio di perdita del controllo già sperimentato col nazifascismo e le varie dittature "latino americane".

3. Ecco perché è interessante vedere premesse e conclusioni finali dell'analisi che, sul FT di oggi (pag.9), egli dedica alla situazione dell'eurozona, sotto il significaitivo titolo "Macron e la battaglia per l'eurozona". 
Diciamo subito che persino un infaticabile mediatore come Wolf denuncia oggi che la situazione politica dell'eurozona  è andata troppo oltre per poter consentire qualsiasi previsione ottimistica.
A livello inconscio (almeno in parte, si deve presumere), Wolf attribuisce all'eurozona il carattere di "istituzione" caratterizzata da un equilibrio instabile; essa non collassa esclusivamente per la paura, ma Wolf non può nascondere a se stesso che l'eurozona versi in una situazione di conflitto continentale tra le Germania e il resto d'€uropa. 

3.1. E infatti, in apertura, Wolf cita Pisany-Ferry (economista e politico "di governo" francese, di sicura fede europeista tecnocratica, bruegeliana, nonché vicina a Delors e Padoa-Schioppa), che ha la peculiarità di insegnare in Germania e che, dunque, da conoscitore del punto di vista tedesco, può ben permettersi di dire: 
"La sopravvivenza dell'euro allo stato si fonda più sulla paura delle terribili conseguenze di una rottura che sulle aspettative che esso porterà stabilità e benessere. Questo non è un equilibrio stabile".
Col che sono serviti, da una fonte che più euro-istituzionale non si può, gli italici rigurgiti, anche molto recenti, sui vantaggi, i dividendi e lo sviluppo, determinati dall'appartenenza all'eurozona. E sono servite pure le immancabili diagnosi sulla nostra mancata crescita, con cui l'euro non c'entra nulla, invariabilmente incentrate sulla "legge dell'offerta e dell'offerta".

4. Posta tale autorevole ed epigrafica premessa, Wolf riassume le proposte che Macron starebbe tentando di concordare con la Merkel per rimediare alla "fragilità" politica ed economica dell'eurozona. Queste consistono nel solito abecedario agitato stancamente da anni (rammento una conferenza stampa di sorrisini e sottintesi ammiccanti tra Letta, presidente del consiglio, e Hollande, nel 2013, dove si dava per avviato un dialogo su punti praticamente coincidenti):  una più profonda integrazione fiscale, con un bilancio federale europeo, un ministro delle finanze e una supervisione parlamentare (€uropea), insieme al completamento dell'unione bancaria.
Persino per un compromissorio favorevole alla sedazione del conflitto come Wolf, (via associazione della classe media all'interesse delle elite capitaliste), queste proposte sono ormai viste come una soluzione "né sufficiente né necessaria".
E Wolf spiega perché, prima di tutto a...Macron e poi, indirettamente ma non di meno, alla classe dirigente italiana (che credo legga il FT, ma forse non i commenti politico-economici...): 
"anche il federalismo non è una risposta sufficiente perché anche una federazione si rompe. E, quel che è più importante, dentro una federazione le regioni depresse possono finire a vivacchiare per sempre emarginate. E ciò sarebbe terribile per l'eurozona". 
Wolf si astiene dal dire che, però, questo è esattamente il massimo, meramente ipotetico per di più, che la Germania è disposta forse, in futuro, a contemplare: Pisany-Ferry glielo potrebbe spiegare, se volesse.

5. Prosegue Wolf: 
"il federalismo è necessario ma per un effetto limitato. Per comprenderlo dobbiamo considerare i difetti strutturali dell'eurozona, e cioè... (ndr; struttura ad elenco aggiunta per enfasi):
- risk-sharing inadeguato;
- inattitudine a perseguire politiche macroeconomiche appropriate;
- e aggiustamenti interni asimmetrici. 
Quando si verifichino delle perdite, occorre che siano  suddivise tra creditori e debitori. Il modo migliore per farlo è attraverso meccanismi di mercato, soprattutto tramite istituzioni finanziarie e mercati azionari condivisi in tutta l'eurozona. Perciò sono importanti le unioni pianificate, per tutta l'eurozona, dei sistemi bancari e del mercato dei capitali. Importante è anche l'esistenza di  meccanismi per la cancellazione dei debiti impagabili".
E qui, solo sul problema bancario-finanziario (commerciale), dell'eurozona il nostro Wolf si sarebbe già arenato su misure che, agli occhi della Germania, cioè della sua elite capitalista e di governo nonché, comunque, della sua stessa base sociale-elettorale, sono assolutamente e, direi, crescentemente, inaccettabili.

6. Prosegue Wolf: 
"Il modo migliore per attutire gli shock ciclici specifici di un singolo paese dell'eurozona, è attraverso le politiche fiscali nazionali, supportate, ove necessario, da fondi €uropei di emergenza. Abbiamo imparato dalla crisi dell'eurozona che la banca centrale deve essere pronta ad agire come prestatore di ultima istanza sui mercati del debito pubblico dei paesi in crisi. Altrimenti, l'illiquidità provocherà dei default invece evitabili."
"Abbiamo anche appreso che la politica monetaria può fallire nel compensare gli shock negativi interni all'eurozona. Dunque è necessario che si accompagi ad una politica fiscale attiva..."
"Il mio collega Martin Sandbu, ritiene peraltro che il federalismo fiscale giochi un ruolo modesto nel limitare l'impatto degli shocks, persino negli USA.
Per contro, il grado di integrazione fiscale richiesto per gestire la condivisione del rischio finanziario è piuttosto modesto: una garanzia assicurativa per i depositi bancari (ndr; ma vedi qui pp. 5-6) e una quantità limitata di obbligazioni pubbliche inattaccabilmente sicure.
D'altra parte, il livello del bilancio federale occorrente per stabilizzare l'eurozona risulta irrealisticamente elevato. L'alternativa sarebbe allora di usare i bilanci fiscali nazionali in concertazione tra loro."

7. Ma ecco che, giganteggia, anche nella visione di buon senso richiamata da Wolf - che già in precedenza tace, per carità di..."patria", su quanto sia forte l'opposizione alla creazione di una garanzia europea per i depositi bancari, tanto per dire, e sulle condizionalità  pesantissime, specie per l'Italia, che i tedeschi hanno irremovibilmente già opposto come "patto leonino" di scambio- il problema Germania: 
"Ahimè, l'opposizione della Germania alle policies fiscali anticicliche risulta escludere tali proposte nella loro totalità.
Il maggior pezzo mancante nell'eurozona, non è nè l'assenza di politiche fiscali attive (ndr; in pratica: il fiscal compact per i paesi interessati dagli aggiustamenti asimmetrici), nè il supporto fiscale di lungo termine, ma (proprio) gli aggiustamenti.
Un recente paper del Bruegel Group rileva la portata e l'impatto dei cambiamenti di competitività nei tre maggiori paesi dell'eurozona - Germania, Francia e Italia- dalla creazione dell'eurozona. 
E mostra l'enorme miglioramento tedesco in forma di caduta dei costi relativi per unità di lavoro. 
Questo è accaduto perché il compenso dei lavoratori è cresciuto in Germania molto più lentamente della produttività (ndr; e questo lo stra-sappiamo, ma è rilevante che Wolf lo ritiri fuori ora, in piena revanche dell'€uropeismo post-elezione di Macron), più o meno alla stessa velocità in Francia e più velocemente in Italia. Come risultato, l'incidenza del costo del lavoro rispetto ai redditi del settore d'impresa in Germania è caduta drasticamente, mentre è cresciuta in Francia e Italia. 
La combinazione di accresciuta competitività  e alti profitti (e perciò risparmi) ha condotto all'enorme surplus delle partite correnti della Germania".

8. E quindi Wolf solleva un punto del tutto trascurato, almeno in Italia
"Dalla crisi, queste divergenze di costo del lavoro hanno cessato di crescere, ma non si sono invertite.
Ciò significa che se la domanda interna in Francia o in Italia fosse abbastanza forte da eliminare la parte di disoccupazione dovuta alla compressione della domanda, i loro saldi correnti con l'estero tornerebbero in deficit significativo. Ndr; la qual cosa è anch'essa stranota, tranne che alla ital-grancassa mediatica e a Confindustria, che non paiono curarsi delle conseguenze della crescente disoccupazione e sottoccupazione connesse all'aggiustamento, nonchè, simmetricamente, delle conseguenze politiche del mancato riassorbimento della disoccupazione/sottoccupazione: ma il fatto che sia Wolf, perlomeno ora, a segnalarlo, dovrebbe indurre serie riflessioni.
"Se poi devono anche ottenere bilanci fiscali in pareggio, i loro settori privati dovranno anch'essi sostenere deficit sostanziali (eccesso di spesa rispetto ai redditi; ndr; cioè risparmio negativo). 
Ma i settori privati francesi e italiani hanno registrato costanti surplus (ndr; Wolf trascura sia la differenza del volume di correzione del deficit pubblico occorsa in Italia rispetto alla Francia, sia l'effetto re-distributivo, verso l'alto, di drastici consolidamenti fiscali),  anche con gli attuali bassi tassi di interesse. 
Perciò una sostanziale stretta fiscale determinerà probabilmente un rallentamento della crescita (ndr; è pura aritmetica dei saldi settoriali, che il Bruegel group è ormai diposto a riconoscere, ma che i fautori italiani della legge dell'offerta e dell'offerta continuano a ignorare persino "risentiti")
Ndr-bis; ma diciamo pure, in luogo di "rallentamento della crescita", una più che probabile recessione...

9. Ed ecco il gran finale che liquida di prepotenza (tedesca e anticooperativa) ogni velleità, più che di Macron, degli spaghetti-liberisti-offertisti:
"La soluzione alle divergenze di competitività che propone la Germania (ndr; e che piace agli spaghetti-liberisti sopra ogni altra cosa), è che ognuno segua il suo modello
Nel 2016 tutti i membri dell'eurozona hanno così conseguito, eccetto la Francia, un surplus delle partite correnti (ndr; problemino non da poco...per Macron e la popolarità che ne ricaverebbe ove volesse accodarsi agli altri). 
Il saldo corrente complessivo dell'eurozona è passato da un deficit dell'1,2% nel 2008 ad un surplus del 3,4% nel 2016 (ndr; complice un dollaro forte che, però, dopo un transitorio effetto elettorale "Trump", sta tornando sui suoi passi)."

9.1. E dunque? Ecco: 
"Se la Francia fosse indotta in una prolungata deflazione competitiva, Marine Le Pen diverrebbe presidente alla prossima tornata
Macron deve chiedere ad Angela Merkel se la Germania sia disposta a rischiare questo risultato. Le "riforme" (ndr; del mercato del lavoro, beninteso) in Francia sono essenziali. E così lo sviluppo di istituzioni di condivisione del rischio (ndr; nella migliore delle ipotesi e al netto delle condizionalità  giugulatorie volute dai tedeschi, da realizzarsi al più nel 2024, a "Macron" ormai giubilato). 
Ma l'eurozona ha bisogno di un grande salto in avanti nelle retribuzioni dei tedeschi. Potrà accadere? Ho paura di NO."

10. E con ciò mi pare che ogni discorso ragionevole e in buona fede sulla sostenibilità sociale e politica dell'eurozona, prima ancora che economica, - ed ormai specialmente per la Francia- dovrebbe essere chiuso. 
Ma non c'è più nulla di ragionevole in tutto questo.
Ferma la "irrealistica" praticabilità di un adeguato bilancio fiscale federale, il massimo che si tenterà di fare, e che Macron è predisposto ad accettare per sua "forma mentis", è un inadeguato bilancio di tal genere: cioè composto con risorse fornite, da tutti i paesi dell'eurozona, in proporzione maggiorata in rapporto al PIL, rispetto all'attuale contribuzione, ma senza alcun intervento solidale-compensativo a carico della Germania. Questo pseudo bilancio federale (che non avrebbe alcuna funzione di riequilibrio delle asimmetrie interne, ma solo la veste di un'esosa esazione aggiuntiva aggravante la situazione fiscale dei paesi in crisi di competitività), sarebbe semmai, in più, farcito di un ESM trasformato in trojka permanente, intenta a "sorveglianze" di bilancio direttamente sostitutive delle politiche fiscali residue dei paesi dediti all'aggiustamento (quindi moltiplicando il "trattamento Grecia" per chiunque non correggesse di qualche decina di punti percentuali il costo del lavoro, tramite il dilagare della disoccupazione e la distruzione del welfare) e con un ministro euro-finanziario fantoccio della "guida" tedesca.

11. E questo con buona pace di De Grauwe, che pensa che il problema italiano siano le "deboli istituzioni".
Qui il problema è che non solo si dissolve la sovranità, poichè nessun Stato dell'eurozona avrà più l'attitudine a perseguire incondizionatamente i propri fini costituzionali volti al benessere dei propri cittadini, ma si sbriciolerà anche ogni traccia di consenso per chi vorrà, in definitiva, contrabbandare la sovranità "trasferita" all'€uropa come qualcosa di diverso dalla sovranità della oligarchia tedesca (neppure del popolo tedesco che è il primo ad aver subito la compressione salariale irreversibile e incessante dei propri redditi).
Insomma, come unico futuro praticabile, almeno nella traiettoria che vede l'entusiastica aspettativa creata dall'elezione di Macron, il Piano Funk,  ritentato con maggior successo in nome della "pace" federalista: €uropea (e della legge dell'offerta e dell'offerta).
Alla fine alla Le Pen e a tutti i populisti, xenofobi e quant'altro, non occorre fare nulla: basta attendere e lasciare che ESSI diano sfogo alle loro migliori escogitazioni (mediatiche e espertologiche). 
Per tutti gli altri che credono alle favol€, o forse no, ma comunque fanno calcoli di sopravvivenza politica, rimarrebbe solo l'opzione del Truman Show in attesa di abolire il suffragio universale. Dicendo che lo vuole l'€uropa...

ADDENDUM: mi rammentano dalla "banca dati" che una chiara anticipazione del senso politico dell'euro l'aveva già data Mundell, per l'appunto scovato da Bazaar, in questo post, ove occorre andare alla nota 12 per trovare il punto. Ve lo richiamo:
[12]    Otto anni dopo, nel 2012: «La mia visione è semplice – dice Mundell – abbiamo bisogno di una valuta globale, o di quanto più vicino ci possa essere a una valuta globale. L'euro è un pilastro di questo nuovo ordine monetario insieme al dollaro e allo yuan. Oggi l'economia globale poggia ancora su un ordine monetario che fa punto di riferimento sul dollaro. Ma è chiaro che è un sistema che riflette il passato, oggi siamo in un equilibrio economico molto diverso con un peso specifico dell'America sull'economia globale già molto ridimensionato».  
Mundell dunque vede delle ragioni strutturali e politiche che vanno al di là dell'Europa per la sopravvivenza dell'euro. Ma lo stesso vale per l'Europa: «La scelta di creare l'euro fu una scelta politica. Non fu l'evoluzione naturale di un fenomeno economico. E le ragioni politiche e storiche prevalgono. L'Europa ha costruito il suo futuro sull'euro. Ci sono litigi e differenze per come ci si posizionerà guardando in avanti. Ma mi colpisce la miopia dei mercati, o di coloro che parlano di caduta dell'euro: qui non stiamo parlando di numeri o di statistiche, stiamo parlando di una visione politica [il Fogno al cubo, ndr]. Chi scommette contro l'euro lo fa a suo rischio e pericolo»
 
Ma se il punto è questo, perché "aprire un dibattito" per ribadirlo, dopo aver inscenato un confronto scientifico che trascolora in contraddizioni superabili soltanto col richiamo a "visioni politiche"...che si conoscono già e si sono già chiaramente enunciate e condivise?