sabato 29 aprile 2017

ONG: CHI LE FINANZIA VERAMENTE? E PERCHE' HANNO QUESTE E PROPRIO QUESTE PRIORITA'?


https://www.precisioneffect.com/wp-content/uploads/2017/01/keep-calm-and-follow-the-money.png

1. Nessuno si interroga su quanto costi esattamente armare delle navi - che magari in precedenza erano addette al trasporto di merci ricavandone un corrispettivo- e dunque, rinunciando ai precedenti noli commerciali, per tenerle continuamente in navigazione, pagando i  relativi carburanti, il personale di bordo delle varie qualifiche e quello di terra per il supporto logistico/tecnologico e per il disbrigo delle pratiche portuali di ormeggio e rifornimento. 
Allo Stato, a cui non si perdona nessuno spreco, - che poi consiste nel fatto stesso che non affida al mercato privato ogni suo possibile compito-, costa(va) tanto: la "versione" Mare Nostrum, delle operazioni di salvataggio (previo pattugliamento), costava allo Stato italiano 9,5 milioni al mese; quella Frontex, e Triton, in apparenza notevolmente di meno, cioè circa 2,9 milioni al mese.

Almeno stando al livello di finanziamento apprestato dall'UE: ma dato il "volume" incrementale di sbarchi in Italia, nel corso degli ultimi anni, questo finanziamento UE deve necessariamente essere pro-quota e quindi non sufficiente a coprire gli interi costi dell'operazione: e ciò, includendo, appunto, l'attuale apporto di navi mercantili, cioè di armatori privati (che dovrebbero essere prescelte dall'UE in base a criteri che si devono presumere trasparenti e conseguenti ad accertamenti sui requisiti finanziari e di capacità tecnica degli armatori interessati). 

2. Poiché il volume di "salvataggi" si è addirittura incrementato rispetto alla fase Mare Nostrum, se ne deve dedurre che il costo differenziale che sostiene l'iniziativa privata, rigorosamente no-profit, sia quantomeno, per approssimazione, superiore ai 6,5 milioni al mese
Questo intervento al Senato dell'onorevole Arrigoni, precisa le ipotesi appena fatte, supportandole coi dati ufficiali resi disponibili dal governo e delineando lo scenario complessivo, di tenuta del sistema finanziario pubblico e del tessuto sociale, che ne consegue:
"Vorrei descrivere il fenomeno in Italia. 
Nel triennio 2014-2016 gli ingressi e gli sbarchi sono stati 505.000, ma - attenzione - solo via mare. A questi dovrebbero aggiungersi le migliaia di persone che entrano via terra, dall'Austria e dalla Slovenia in particolare, cioè da Paesi dell'area Schengen, dove noi non imponiamo il diritto di Paese di primo ingresso.
Dall'inizio dell'anno al 20 marzo 2017 sono già entrate via mare più di 18.000 persone, pari a oltre il 32 per cento (in più) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Perché do i dati dell'ultimo triennio? 
Dalla fine del 2013, anno in cui si sono registrati 42.330 ingressi, c'è stata un'impennata degli sbarchi grazie - lo sottolineo - alle operazioni Mare nostrum (introdotta dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013) e, poi, Triton. 
Negli obiettivi, quelle missioni internazionali avrebbero dovuto costituire un deterrente per gli scafisti e diminuire le morti in mare
Come i dati dimostrano, i risultati hanno invece visto un aumento esponenziale degli ingressi, a maggior ragione dopo l'attività delle navi delle organizzazioni non governative da settembre dello scorso anno.
In secondo luogo, si sono incrementate - e di molto - le morti in mare
Do alcuni dati forniti dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni. Dal 1990 al 2012 (ossia in un arco di ventitré anni) sono state registrate 2.711 morti nel Mediterraneo. Nel 2013 il numero è stato pari a 477 (comprese le 388 morti nella strage di Lampedusa del 3 ottobre). Dopo l'operazione Mare nostrum il numero delle morti si è innalzato: nel 2014 è stato pari a 3.270, nel 2015 a 3.771 e lo scorso anno a oltre 5.000. Nei primi due mesi del corrente anno i morti sono già oltre 500.

Veniamo alle organizzazioni non governative, di cui questa mattina ha parlato il procuratore della Repubblica di Catania Zuccaro in sede di Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen. 
Dal settembre 2016 appartenenti a una decina di organizzazioni non governative non italiane, la metà con sede in Germania, spuntate come funghi - come dice Frontex, non collaborano con le attività di polizia e di intelligence - dispongono di 13 navi battenti bandiera di Paesi poco collaborativi con le nostre magistrature che stazionano stabilmente - h24 - al limite delle acque libiche e si fanno notare da facilitatori scafisti, che così inviano verso di loro gommoni precari, di produzione cinese, carichi di immigrati che vengono salvati e trasportati in Italia.
Nel complessivo anno 2016, queste organizzazioni non governative hanno compiuto, da sole, il 30 per cento dei soccorsi in mare nelle aree di ricerche e soccorso. Nei primi due mesi del 2017, operando a pieno regime, hanno svolto il 50 per cento dei soccorsi e, in barba a quanto previsto dalla Convenzione dell'ONU sul diritto del mare, se ne guardano bene dal portare i migranti salvati nel porto più vicino e sicuro, di Zarzis, in Tunisia, ma si dirigono direttamente in Italia.
Queste navi, super equipaggiate e dotate di droni sofisticati, hanno dei costi di navigazione elevatissimi, stimati in circa 10.000 euro al giorno cadauna
Chi finanzia tutto questo? 
È questa un'invasione pianificata a tavolino?... È inaccettabile che dei privati si sostituiscano allo Stato per realizzare, di fatto, un corridoio umanitario verso il nostro Paese. Ci domandiamo se queste organizzazioni non governative favoriscono l'immigrazione clandestina in Italia. 
Esse dovrebbero essere indagate non solo ai sensi del cosiddetto articolo 12 della legge Bossi-Fini, per favoreggiamento del reato di immigrazione clandestina, ma anche per omicidio colposo.
Anche la procura di Catania correla le attività di queste ONG con l'aumento delle morti, visto che le organizzazioni criminali ricorrono a gommoni sempre più inadeguati (gommoni cinesi dove si muore persino per schiacciamento) mettendo alla guida non scafisti, che si sono fatti furbi, ma gli stessi migranti, dotandoli semplicemente di bussola e cellulare, per i quali non è nemmeno configurabile il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Dopo gli ingressi, veniamo al numero delle richieste di asilo nell'ultimo triennio: sono state "solo" 300.000 contro i 500.000 ingressi. 
Dove sono andati i 200.000 che non hanno fatto richiesta di asilo? Nel triennio, di questi 300.000 richiedenti, solo 220.000 sono state le richieste esaminate dalle Commissioni territoriali. Nel 2016 le richieste di asilo sono state 123.600 (il 50 per cento in più rispetto al 2015) e nelle prime settimane del 2017 registriamo un aumento del 60 per cento rispetto al pari periodo del 2016. Sempre lo scorso anno sono state "solo" 91.100 le richieste esaminate, e di queste il 60 per cento sono state respinte. Dunque, nonostante l'aumento delle commissioni territoriali (che da diciotto mesi sono state elevate a 48) cresce costantemente la coda delle persone in attesa di esame della richiesta di asilo: al 10 marzo - lo dice il presidente della Commissione nazionale per il diritto d'asilo, il prefetto Trovato - le pendenze in ordine alle richieste di asilo sono 120.000.

Analizzando tali richieste si scoprono, poi, cose davvero interessanti. 
Le nazionalità più numerose che chiedono protezione internazionale in Italia non sono quelle che hanno effettivamente bisogno di protezione internazionale (soglia che la UE stabilisce nel 75 per cento). 
La prima nazionalità a fare richiesta d'asilo è la Nigeria con l'otto per cento di riconoscimento di protezione; la seconda è il Pakistan con il 23 per cento; la terza il Gambia con il cinque per cento; la quarta il Senegal con il quattro per cento; la quinta la Costa d'Avorio con l'otto per cento; la sesta l'Eritrea con il 74 per cento (di richieste accolte). 
Insomma, per quantità di richieste di asilo bisogna arrivare al sesto posto per trovare gli eritrei e addirittura all'undicesimo per trovare gli afghani, entrambe nazionalità che hanno effettivamente bisogno di protezione internazionale, ma che registrano numeri bassi.
Prime riflessioni. Questo spiega perché negli ultimi due anni la percentuale di rifugiati media è del cinque per cento, mentre quella di coloro che ottengono protezione sussidiaria è del 14 per cento; cioè a meno del 20 per cento (uno su cinque) degli esami delle richieste di asilo si riconoscerà la protezione internazionale. I dati dimostrano, dunque, che la gran parte di coloro che chiedono asilo sono migranti economici, dunque irregolari, clandestini... Questi sono messi nel sistema di accoglienza per anni.
Tra le nazionalità di migranti in ingresso balzano all'occhio i pakistani, che ottengono il tre per cento di stato di rifugiato e il cinque per cento della protezione sussidiaria, e che dunque sono prevalentemente migranti economici, dunque clandestini. I numeri ci dicono che i pakistani sbarcati nel 2016 sono molti meno (il 20 per cento) rispetto a quelli che hanno chiesto asilo: 2.770 sono sbarcati, 13.510 hanno richiesto asilo nel 2016. Sono forse stati paracadutati nel nostro Paese? No. Qual è allora la motivazione? Percorrendo la rotta dei Balcani - che quindi non è totalmente interrotta, nonostante noi Europa, noi Italia, diamo sei miliardi al sultano Erdogan per bloccarla  - i pachistani e altri migranti, venendo dal Medio Oriente, passano attraverso i confini terrestri, soprattutto austriaco e sloveno, che sono Paesi di area Schengen, che dunque non sono controllati.
Dove emerge con tutta forza il lato più significativo dell'emergenza? 
È nel sistema di accoglienza, che registra una situazione che diventa ogni giorno sempre più esplosiva. Elevati ingressi più foto segnalamenti a tappeto che ci ha imposto l'Europa , hanno determinato un'esplosione dei numeri che sta facendo collassare il sistema di accoglienza dove vengono assistiti i sedicenti profughi. 
Alla fine del 2013 erano 22.000 nel sistema di accoglienza; a fine 2014 erano 66.000, a fine 2015 erano 104.000, alla fine dello scorso anno 176.000, con spese enormi a carico del nostro Paese; spese passate da 1,6 miliardi del 2013, con un contributo dell'Unione europea di soli 100 milioni di euro, a 4 miliardi del 2016, con soli 112 milioni di contributo dell'Unione europea: un contributo che non si avvicina neanche a meno del 3 per cento del costo complessivo. 
L'impatto fiscale dell'emergenza migranti tocca quasi lo 0,3 per cento del nostro PIL; oltre il 60 per cento di questi 4 miliardi è speso per l'accoglienza: un esborso con spreco enorme di risorse. È una follia. 
Assistiamo al fatto che per un periodo medio di due o tre anni (a volte anche quattro) ci sono molte persone che per l'80 per cento non hanno diritto alla protezione internazionale, con l'automatica conseguenza che l'80 per cento dei posti nel sistema di accoglienza (quasi 140.000) è dato da strutture temporanee, case private o condomini, alberghi, resort gestiti da cooperative in odore di affari o da albergatori falliti, spesso individuati dai prefetti che scavalcano i sindaci. Tutto ciò avviene con costi economici e sociali enormi, incombenze enormi per i Comuni".

3. Insomma: nella "filiera" industrializzata della importazione di immigrati, che all'80% compiono accessi illegali nel nostro territorio, i costi, sono altissimi: certamente nella fase di trasporto via mare, che viene generosamente privatizzata da organizzazioni che prescelgono la destinazione-Italia, a prescindere dai presupposti effettivi e dalla corretta applicazione dello sbandierato "diritto del mare".
Se mi muovo su segnalazione di chi si è posto in navigazione, entro le acque sovrane libiche, già sapendo che non sarà in grado di navigare fino alla (unica) destinazione prescelta, l'Italia, si tratta visibilmente di un espediente. 
Non è salvataggio, ma l'utilizzazione programmatica di più vettori, in oggettivo coordinamento tra loro, per una destinazione predeterminata e avulsa dalle regole del diritto del mare: le mete portuali più prossime, Tunisia e Malta, paiono infatti ignorate dai "salvatori-secondo-il-diritto-del-mare"che navigano allo scopo esclusivo, e dichiarato, di andare a raccogliere chi si mette in mare solo per finire in pericolo e essere "salvato"!
E questo meccanismo, dunque, nulla ha a che fare coi criteri di accidentalità del soccorso da apprestare in mare, e tantomeno coi criteri di prossimità in cui si sviluppa normalmente il soccorso "accidentale" e non predisposto; è, cioè, un "soccorso" apprestato da parte di chi abbia, come privato, un'unica ragione per navigare: quella di stazionare nei pressi delle acque territoriali libiche per completare la tratta illegalmente intrapresa e segnalata dagli scafisti o, per essi, dai passeggeri "addestrati" dei gommoni! 

3.1. Ma il fatto saliente, al di là della totale anomalia del meccanismo di trasporto di massa chiamato forzatamente salvataggio (se si ha riguardo alle invocate regole dei "diritto del mare"), è che, solo per il segmento della fase di entrata-trasporto entro il territorio nazionale, dal mare, dei soggetti privati sostengono costi altissimi. 
E quindi, posto che il finanziamento ufficiale UE copre, a malapena, meno di un terzo dei costi complessivi, e che ragionevolmente appare esclusivamente un (limitato) cofinanziamento della spesa sostenuta dal nostro Stato, chi li finanzia?
E' credibile che, in un'€uropa afflitta dalla disoccupazione strutturale più alta dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla deflazione salariale che l'accompagna in termini di calo dei salari e della capacità di spesa della maggior parte della popolazione, questi finanziamenti siano attinti da spontanee, costanti e ragguardevoli microdonazioni di cittadini privati?

4. E poi: non è strano che, registrandosi all'interno dell'€uropa, un un crescendo preoccupante di povertà assoluta, i cittadini comuni, pur impoveriti (tranne una fascia di elite sempre più ristretta e ricca), sentano la spinta umanitaria soltanto per coloro che risiedono in altri paesi e considerino con indifferenza la povertà di chi gli sta accanto e condivide, con loro, l'appartenenza alla stessa comunità sociale e territoriale?
Ma se non appare verosimile che siano le spontanee e straordinariamente costanti donazioni dei cittadini privati a garantire l'altissimo livello di finanziamento delle operazioni navali delle ONG, almeno finchè non sia compiuta un'operazione di oggettiva e doverosa trasparenza sui loro bilanci, la domanda è non tanto "chi veramente le finanzi", ma "perché le finanzi".

5. Se la finalità delle ONG nord-europee,  come per lo più risultano essere, fosse umanitaria, cioè di sollievo della condizione di povertà, anche considerata in chiave internazionale, avrebbero come logico e immediato scenario quello di soccorrere la massa crescente dei poveri assoluti che si sta inarrestabilmente stabilizzando in €uropa, (e proprio in paesi (€uropei) diversi da quelli in cui hanno sede le ONG, le ONLUS e le associazioni internazionaliste della "solidarietà"). 
Magari, se queste attivissime protagoniste del tanto vagheggiato "terzo settore", avessero pure un'etica incline all'analisi veritiera dei fatti, non farebbero solo azioni assistenziali sugli effetti della povertà, ma si attiverebbero per rimuoverne le cause; cioè, denunziando l'austerità fiscale che disattiva il welfare pubblico, mediante la riduzione dei deficit pubblici e della relativa spesa, considerata, dalle istituzioni UE e dai governi ad esse obbedienti, improduttiva; una riduzione che è alla base di questa stessa dilagante povertà.

6. Ma né questa azione assistenziale riguardante i cittadini poveri €uropei, né questa denunzia delle sue cause notorie ed oggettive, appaiono minimamente interessare l'azione delle ONG "umanitarie".
Forse i diritti umani, prima di tutti quelli all'esistenza libera dalla miseria che, un tempo, in €uropa si connetteva alla dignità del lavoro, non pertengono anche ai disoccupati degli Stati mediterranei coinvolti nell'eurozona e ai loro figli (ammesso che non ci si debba curare delle cause, altrettanto chiare, per chi vuole spiegarsele, della crisi demografica €uropea, v. p.2, dopo 30 anni di feroci politiche deflazioniste e di liberalizzazione del mercato del lavoro)?

6.1. Eppure la situazione della povertà assoluta, in €uropa, non può non essere definita allarmante, per chi avesse qualche minima razionale preoccupazione per le popolazioni che gli vivono accanto:

"L’Europa delle povertà

Uno dei misuratori indiretti della crisi in corso e delle diseguaglianze in crescita da decenni è senz’altro quello delle povertà.
Guardando agli ultimi dati Istat, in Italia balza agli occhi il livello raggiunto dalla povertà assoluta. Che è poi quella povertà più radicale, perché se quella relativa si misura sul reddito medio, quella assoluta ha a che fare con i beni essenziali per la vita e la sopravvivenza. 
Negli ultimi dieci anni mai si era registrato un dato simile in relazione ai singoli individui: nel 2015 sono 4.598.000, il 7,6% della popolazione, erano il 6,8% nel 2014. Sotto il profilo della povertà relativa, la cui soglia nel 2015 è attestata su 1.050,95 euro per due persone, i dati non sono più confortanti: anche qui crescono proporzionalmente di più i singoli delle famiglie, rispettivamente 8.307.000 (il 13,7% del totale, era il 12,9% nel 2014) e 2.678.000 famiglie, il 10,4% (era il 10,3%).
Una disamina approfondita delle povertà in Europa e in Italia è contenuta nel nuovo Rapporto sui diritti globali.
Il Rapporto sui diritti globali, realizzato dalla associazione Società INformazione e dalla sua redazione, promosso dalla CGIL, nel suo ultimo volume, il 14°, giunto da poco in libreria, contiene come sempre un capitolo dedicato al tema delle politiche sociali, curato da Susanna Ronconi. Il Focus del capitolo quest’anno è dedicato alle diseguaglianze nella salute.
Proponiamo qui un estratto dalla sezione del capitolo Il Contesto.
Qui scaricabili l’indice generale del volume, la prefazione di Susanna Camusso e l’introduzione di Sergio Segio.
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L’economia non decolla, il welfare non tutela
Con buona pace per l’obiettivo di lotta alla povertà della strategia comunitaria Europe 2020 – ridurre di 20 milioni il numero degli europei a rischio povertà ed esclusione entro lo scadere del 2020 – il trend è sostanzialmente stabile, il minimo decremento medio dello 0,1% registrato nel 2014 rispetto all’anno precedente viene infatti dopo la netta e costante crescita nel periodo 2009-2013, e non riesce a recuperare i valori pre-crisi: nell’Unione Europea con 28 Paesi membri (UE28) è povero (in relazione a tutti e tre gli indicatori AROPE, rischio povertà, deprivazione materiale e bassa intensità lavorativa) il 24,4%, 122 milioni di persone, nel 2008 era 23,8%.
I dati più negativi sono in Romania (40,2%), Bulgaria (40,1%) e Grecia (36%), tuttavia mentre i primi due Paesi hanno un tasso elevato ma in calo rispetto al 2013, la Grecia – sottoposta come noto al Memorandum della Troika – registra un incremento anche nell’ultimo anno, dopo un trend in impressionate escalation tra il 2008 e il 2014: +7,9%. 
I Paesi con meno poveri sono Repubblica Ceca (14,8%), Svezia (16,9%), Olanda (17,1%), Finlandia (17,3%) e Danimarca (17,8%). L’Italia si colloca in posizione critica, con il 28,3%, 4 punti sopra la media UE28, ed è uno dei Paesi, insieme a Grecia, Spagna, Cipro, Malta e Ungheria, che dall’anno della crisi ha registrato un costante aumento delle povertà, con +2,8%. Segno non solo di una economia che non decolla, ma anche di un sistema di welfare che non tutela e non bilancia gli effetti sociali della crisi.
Secondo un trend ormai purtroppo consolidato, sono bambini e ragazzi under18 a essere maggiormente penalizzati: sono poveri nel 27,8% dei casi, oltre 3 punti in più del dato medio, con gli usuali picchi di Romania e Bulgaria (51% e 45%), ma anche con i dati di Ungheria (41,4%), Grecia (36,7%), Spagna (35,8%). I fattori che più espongono i minori alla povertà sono la posizione occupazionale dei genitori, il loro livello di istruzione, la numerosità del nucleo famigliare e l’accesso a misure di sostegno e servizi; in maggiore svantaggio anche i figli di immigrati".

7. Questo la mappa EUROSTAT sul rischio povertà nel continente europeo:


Questa, oltrettutto, è una situazione che, proprio per i cittadini europei, è senza futuro: il futuro, cioè i bambini di oggi, appare sempre più compromesso dalla emarginazione, dalla miseria materiale e culturale, a cui sono esposti come destino esistenziale immutabile, in numeri che risultano sempre più spaventosi:
http://www.secondowelfare.it/edt/image/Figura_1.png

7.1. Notare che, se per paesi come quelli dell'Europa orientale, questa situazione di diffusa povertà assoluta è notoriamente "derivata" dal passaggio ormai ultraventennale all'economia di mercato - il che fa già dubitare della sua efficacia nel determinare l'innalzamento costante del benessere e dell'equità sociale- per il meridione italiano, quello spagnolo e per la Grecia, si tratta di una condizione obiettivamente indotta dalla moneta unica, e precisamente dalle politiche fiscali considerate TINA per il suo mantenimento
Dunque, una condizione non solo auspicata e ritenuta tecnicamente e eticamente giusta dalle istituzioni UEM, ma anche destinata a strutturarsi e, viste le ulteriori raccomandazioni fiscali che vengono date ai paesi appartenenti all'eurozona, ad aggravarsi
Certamente, e in modo sensibile, non appena si manifestasse una qualche crisi esogena (o endogena) di tipo finanziario, come già nel 2008, alla quale si risponderebbe, per vincolo normativo supremo scolpito nella pietra dei (vari) trattati €uropei, con dosi aggiuntive di austerità fiscale.

8. Dunque, queste ONG internazionaliste non sentono alcuna esigenza prioritaria di rivolgere le loro attenzioni umanitarie ai poveri greci, spagnoli o italiani (o almeno bulgari e rumeni)? 
Non si rendono conto che entrare pesantemente nella catena di montaggio dell'importazione massificata di ulteriori poveri, da insediare proprio nei territori di paesi così provati dall'austerità fiscale e dalle infinite riforme strutturali impoverenti, aggrava la situazione di una parte così consistente dei loro "concittadini" europei e rende sempre più disperata la situazione di bambini (bambini!) europei in povertà assoluta, giunti, nell'area emergenziale del mediterraneo, - proprio quella in cui operano per immettere i nuovi disperati, la cui presenza aggrava la situazione di impotenza fiscale degli Stati ad intervenire-, a percentuali di oltre un terzo della popolazione infantile?

8.1. Non sarebbe il caso, anzitutto, di soccorrere queste fasce di popolazione autoctona, stabilizzare il benessere sociale nei paesi europei, proprio per poi consentire, anche agli immigrati dall'Africa e dalla zone più povere dell'Asia, di avere in €uropa, tutti insieme e in una condizione di effettiva sostenibilità sociale, un futuro che non sia di scontro permanente tra masse di miserabili in inevitabile attrito fra loro?
Non si rendono conto che ammassare poveri in zone dove disoccupati e poveri "autoctoni" sono già un problema drammatico e, nel paradigma istituzionale €uropeo, irrisolvibile, non significa "salvare vite umane" - e già i numeri dei morti in mare danno torto a questo fine salvifico e ricattatorio contro ogni buon senso-, ma innescare la situazione esplosiva di una miseria a livelli ottocenteschi che pareva sconfitta in €uropa? 
E fu sconfitta per buone ragioni, completamente dimenticate dalle ONG e dalle istituzioni UE: dopo la seconda guerra mondiale, per l'affermarsi delle democrazie sociali in cui l'intervento dello Stato, garantiva lo sviluppo armonico del capitalismo, coniungandolo con la priorità dell'occupazione e della tutela pubblica, cioè democratica e legalmente prevista, dei più deboli (che sono i lavoratori e le loro famiglie).

9. Evidentemente non sono interessate a rendersene conto: la cultura delle ONG è improntata, rispetto a questo tragico scenario, che in Europa non ha mai condotto a nulla di buono, alla più totale indifferenza.
E se c'è questa programmatica, anzi, organizzata, indifferenza, rimane il pesante interrogativo: perché le ONG, e cioè i misteriosi finanziatori privati che le istituiscono, e che inevitabilmente appaiono essere soggetti economicamente molto forti (non certamente identificabili con i cittadini medi impoveriti, il cui contributo non pare obiettivamente sufficiente a giustificarne gli imponenti strumenti di azione organizzata) operano in questo modo?
Perché i sottostanti finanziatori, che normalmente si muovono secondo la logica dell'investimento rapportato al rendimento finanziario più profittevole, compiono, in definitiva, questo tipo di "investimenti" nella miseria e nella destabilizzazione sociale di un intero continente?

25 commenti:

  1. Perché il profitto privato può non dipendere molto dal reddito nazionale, e una equa distribuzione di quest'ultimo potrebbe eroderne la quota rispetto ai salari.

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  2. Si tratta di una guerra di sesta generazione per bande ,definita dal Generale Fabio Mini ,nella quale usano come arma la migrazione di massa ,come descritto dalla prof. Kelly Greenhill .Lo scopo è quello di dilatare l' esercito industriale di riserva,come Marx indica, nel I libro del Capitale.Sembrerà una battuta di spirito fuori luogo ma ,come nei gialli di Agatha Christie,il colpevole è sempre lo stesso,nei gialli il maggiordomo ,nei misfatti degli ultimi decenni Soros

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  3. La questione dovrebbe però anche essere esaminata dal lato del ruolo 'supino' svolto dal nostro governo. Perché gli italiani, pur non competenti ai sensi delle regole marittime sui salvataggi, rispondono sempre agli appelli e, ad es., i maltesi no (sono parole del procuratore Zuccaro)? Poi mi chiedo: se le organizzazioni, quindi le navi, hanno nazionalità straniera, molte tedesca, la giurisdizione ed il controllo sulle navi stesse non spetterebbe agli stati di bandiera? E quindi il problema dei requisiti dei nuovi entranti non dovrebbe essere vagliato da loro?

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  4. Ad integrazione di questo puntualissimo post del Prof.sulle ONG è interessante comprendere da chi vengano cofinanziati gli attivisti piu' aggressivi sul fronte antirazzismo e noborder secondo le ricerche in questo post di Maurizio Blondet:
    http://www.maurizioblondet.it/la-commissione-europea-finanzia-i-militanti-pro-immigrati/


    Ma dopo che questi migranti sono partiti,saranno spaesati nei paesi d'arrivo no? Ecco il manuale plurilingue stilato da omonima ONG diretta da un rapp.della sinistra antagonista,che spiega minuziosamente come muoversi sul territorio italiano e come presentarsi alle Autorita', come 'rifugiato richiedente asilo' e non 'semplice migrante'.Molto indicativo del sostegno formidabile fornito a chiunque,per affermare 'diritti' a ogni passaggio burocratico e riuscire a non essere respinti.In particolare impressiona il punto 3.4 che indica al migrante chi tra Polizie ed Entita' varie 'potrebbe violare i suoi diritti': "In alcuni casi – come nelle
    aggressioni fisiche o verbali – i responsabili possono essere anche gruppi politici di estrema
    destra, comitati di cittadini o singole persone che risiedono nella zona in cui si trova il centro di
    accoglienza" http://www.meltingpot.org/IMG/pdf/welcome_to_italy_web_italian_-_final_version_defminimal.pdf

    Chi ha stilato questi vademecum provvidenziali capita che venga destinato a queste funzioni di accoglienza nientemeno che dallo Sprar:
    http://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/profughi_padova_clandestini-1046352.html

    Poi dicono che si diventa 'gomblhottisti'.Quando la realta' non collima con la propaganda cerchi di capire e pian piano la verita'(keep the money) viene fuori.E non tanto entusiasmante per noi poveri italioti.

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  5. Non sarebbe, alla luce dei fatti, pienamente legittimo, da parte della Repubblica Italiana, sequestrare ogni natante che approdi nei nostri porti e che si presti alle finalità esaminate nel post ivi comprese quindi le navi di queste ONG dai discutibili propositi filantropici?

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  6. Buonasera Professore,

    idee largamente condivisibili quelle che ha espresso in questo post, sicuramente meritevoli di approfondimenti seri ed imparziali.
    Lo scorso giovedì, per espiare i miei peccati quotidiani, ho seguito Piazzapulita su La7. In studio, oltre al conduttore Formigli, lo scrittore Erri De Luca ed un esponente del Movimento 5 Stelle di cui, onestamente, non ricordo il nome. Era tutto un affannarsi a difendere, con enormi pathos e partecipazione emotiva, l'operato delle Organizzazioni Non Governative nel Mediterraneo. Perché loro salvano le vite. Mentre chi osa anche solo mettere in discussione le idee progressiste della maggioranza viene tacciato di primitività, di chiusura mentale e di provincialismo (personalmente non sono così convinto che quest'ultimo sia un insulto, anzi).
    Ho spento la TV convinto di aver completato il mio percorso di purificazione.

    Solo una cosa vorrei chiederle: secondo lei come mai gli stranieri che arrivano via terra vengono proprio nel Nostro Paese a formulare la domanda di asilo e non in una delle Nazioni da cui passano prima? Se si tratta effettivamente solo di ottenere lo status di rifugiato non sarebbe meglio rivolgersi ad uno Stato e ad una burocrazia meno intasati? O forse le condizioni di soggiorno temporaneo sono di molto peggiori e per questo gli stranieri sono scoraggiati ad imbastire altrove le loro pratiche?

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  7. I principi liberisti sono sempre i medesimi, che si tratti di merci o di uomini. Ciò in quanto per €SSI non sussiste alcuna differenza tra materia organica o inorganica quando c’è di mezzo il profitto. E’ automatico, quindi, lanciare anatemi contro il “protezionismobrutto” come categoria unitaria che comprende appunto merci e persone (cioè lavoratori); in quest’ultima versione, il Luigino nazionale – rinomato odiatore dello Stato e della democrazia - già nei primi anni del ‘900 condannava sul Corriere della sera il “protezionismo operaio” prendendo spunto dal libro dall’omonimo titolo di un tale Giuseppe Prato. Per quale ragione? Ma che domande! Sempre in nome della pac€. Le argomentazioni sono tali e quali a quelle che ci vengono propinate oggi dal mainstream PUD€:

    Perché Giapponesi ed Italiani dovrebbero allearsi i profeti del verbo socialista, commiserando gli sforzi inani fin qui compiuti dai pacifisti e dai liberisti, tuttora si compiacciono sovente di annunciare l’avvento auspicato del regno della fratellanza universale e del libero scambio universale per il giorno in cui sulla terra rigenerata splenderà il sole dell’avvenire. Frattanto però, mentre si aspetta la venuta di così fausto giorno, i partiti socialisti ed i sindacati operai dei paesi che chiamansi più evoluti e il cui proletariato si è presa l’abitudine di indicar col nome di cosciente, invocano ogni giorno…l’istituzione di alte barriere contro la concorrenza non più delle merci, bensì degli uomini che potrebbero produrre le merci a basso costo.

    L’emigrazione dei cinesi e dei giapponesi sulle coste californiane del Pacifico e sullo spopolato continente australiano, degli indiani e dei gialli nelle colonie inglesi del Sud-Africa, degli inglesi della madrepatria nelle loro medesime colonie del mondo nuovissimo, degli europei (leggi italiani, ungheresi, russi, polacchi, ebrei, turchi) nella grande Confederazione americana e nel Canadà, degli italiani, dei belgi e degli spagnuoli in Francia, degli ebrei a Londra, questa emigrazione benefica di uomini dalle terre sovrapopolate nelle terre deserte di uomini e sovrabbondanti di capitali o di terra è impedita da quei partiti socialisti ed operai che pure proclamano di aver soli il potere di mettere fine alle guerre fratricide e di instaurare in terra il messianico regno della pace e della concordia.

    Le norme restrittive della emigrazione che vanno sorgendo nei paesi nuovi o vecchi SONO IL LIEVITO DELLE GRANDI GUERRE FUTURE, SONO LA NUOVISSIMA FORMA DI PROTEZIONISMO che si innesta sul vecchio protezionismo ad opera di quelle classi medesime che più gridano contro i dazi affamatori…. vi è un paese che dai dilettanti viene descritto come un paradiso terrestre, come il paese dove non si sciopera, dove la società socialista futura va a grado a grado attuandosi senza conflitti cruenti e senza inutili dibattiti dottrinali e che è altresì la terra promessa del nuovissimo protezionismo operaio. Quel paese, vasto come l’Europa, potrebbe albergare milioni di cinesi e di giapponesi, potrebbe offrire il campo, come lo dimostrano i rapporti dei nostri consoli e di inviati speciali del Governo nostro, alla colonizzazione proficua di molte centinaia di migliaia, per non dire anche di milioni, di italiani. Ma a tutto ciò si oppone l’esclusivismo gretto e feroce di un piccolo manipolo di genti, che in nome della democrazia ha messo l’ipoteca su un intero continente e vuol riserbarlo ai propri sperimenti di barbarie medioevale
    . (segue)

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  8. Parlo dell’Australia e della Nuova Zelanda, meravigliose terre aduggiate dall’ombra nefasta della tirannia oligarchica di una piccola democrazia operaia, la quale sta risuscitando, tra mezzo alla comica ammirazione della vecchia Europa, i peggiori arnesi di governo economico del periodo di decadenza delle corporazioni medioevali. Il libro di Prato narra, con scultoria evidenza, tra le altre incredibili storie e teorie malvage, la storia della lotta reazionaria iniziata da 4 milioni di primi occupanti per escludere dal godimento dei beni naturali abbondanti su un territorio deserto le genti miserabili che hanno avuto la disgrazia di nascere in Cina, in Giappone, in Italia. Di quella storia, che è tipica e che le democrazie sociali di tutto il mondo sono desiose di imitare, non sarà inutile ridire i fasti maggiori

    Cominciarono i privilegiati oligarchi della democrazia operaia australiana…ad ingelosirsi della concorrenza degli operai cinesi addetti alla piccola industria domestica nei maggiori centri urbani, e degli indigeni polinesiani o canachi, importati a coltivare le piantagioni di zucchero nella colonia tropicale del Queensland; e crebbe l’odio in seguito contro gli indiani ed i giapponesi che a frotte sbarcavano sulle spiagge deserte dell’Australia settentrionale. Ond’è che a gara tutte le colonie sanciscono atti severamente poibitivi della mano d’opera di colore; ed, invano resistendo il Queesland, il quale a ragione teme di veder rovinata l’industria dello zucchero dal difetto di mano d’opera, la Federazione decreta la serrata, ed in parte l’espulsione, contro tutti gli asiatici.

    Arma principale per ottenere l’esclusione, l’obbligo fatto a tutti gli immigranti di stendere di proprio pugno una domanda di ammissione in una lingua europea, a scelta non del postulante ma del funzionario. Neppure dinanzi ai più sacri affetti di famiglia si arresta il furore proibizionistico delle democrazia australiana: ché persino ai fanciulli cinesi, casualmente nati fuori del territorio sacro ai bianchi, da genitori cinesi legalmente domiciliati in Australia, è vietato l’accesso, col non dissimulato scopo di costringere alla partenza i genitori…

    L’esclusione del lavoro straniero ha consentito a quei governanti di imitare a lor capriccio le leggi vincoliste onde vanno famosi gli imperatori romani della decadenza, le città medioevali che un muro ed una fossa serrava, i terroristi francesi del 1793: onde sul protezionismo operaio si innesta un triplice protezionismo economico; altissimi dazi a proteggere l’industria interna contro la concorrenza estera – protezionismo doganale a favore degli imprenditori -; imposte di fabbricazione contro quegli industriali che, pur essendo favoriti dal dazio, non pagassero alle maestranze salari reputati dall’Alta Corte di arbitrato «equi e ragionevoli» – protezionismo a favore degli operai già privilegiati per il divieto di introduzione della mano d’opera gialla o bianca…Ed è questo il conserto di triplice, anzi quadruplice protezionismo, che la democrazia australiana sventola dinanzi all’Europa attonita come l’ultimo e più perfetto portato della civiltà!
    (segue)

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  9. Ma già si vedono gli amarissimi frutti della barbarie rinascente sotto colore di civiltà. Sui 4 milioni di abitanti un buon terzo si accalca nelle città capitali, a vivere di lavori governativi e di favori largiti dal quadruplice protezionismo. Le campagne, che son le uniche provveditrici di ricchezza a codesti parassiti cittadini, sempre più si spopolano per la impossibilità di pagare i salari che le Corti di arbitrato proclamano «equi e ragionevoli»; e poiché nemmeno l’industria privata cittadina è in grado di pagare quei salari salvo ai più forti e robusti, infierisce la disoccupazione, che invano lo Stato cerca di lenire creando a spese dei contribuenti villaggi agricoli …quando la vecchia Europa non vorrà più seguitare ad imprestare capitali a basso interesse a questi saltimbanchi del futurismo sociale, e quando i governanti avranno rovinato definitivamente il paese col far ricorso, come hanno già deliberato, alla moneta cartacea di Stato, l’edificio armonico così faticosamente creato non potrà non crollare d’un tratto.

    Seppure il Giappone e la Cina consentiranno che il pazzesco sperimento sia condotto sino alla fine, adattandosi a subire umilmente gli affronti esclusivisti che, iniziatisi in Australia, trovarono subito imitatori entusiasti negli Stati Uniti (California) e nel Canadà. Le difficoltà costituzionali, il minor potere dei sindacati operai, l’esistenza di forti organizzazioni padronali e di un numerosissimo ceto di medi proprietari agricoli hanno finora impedito che le teorie australiane trionfassero compiutamente nel Nord-America. Ma già fu pronunciato l’ostracismo contro i gialli ed ostacoli vieppiù rigorosi sono frapposti contro l’immigrazione bianca degli italiani, dei polacchi, dei russi e degli ebrei; né è escluso il pericolo che anche negli Stati Uniti si decreti lo sfratto contro gli immigranti che non sappiano leggere un brano scritto nella lingua prescelta dal funzionario governativo.

    Invano i giapponesi ed i loro difensori dimostrano false e bugiarde le accuse che contro di essi e contro gli immigranti bianchi cosidetti undesirables (non desiderabili) sono rivolte; falsa e bugiarda l’accusa di delinquenza, come provano ad esuberanza le statistiche comparative dei delitti commessi dagli anglosassoni, scandinavi e tedeschi da una parte e italiani, giapponesi, polacchi dall’altra; ipocrita l’accusa di immoralità venuta da popoli in cui sono frequentissimi i divorzi ed attivissima la domanda di schiave bianche, falsa e bugiarda l’accusa di depressione sistematica dei salari, quando i cinesi d’Asia ed i cinesi d’Europa accorrono a compiere dapprima mestieri abbandonati dai superbi indigeni, permettendo a costoro di elevarsi senza impacci nella scala sociale… No; non sentimenti morali, patriottici, altruistici spingono australiani ed americani a respingere gialli ed italiani dal loro suolo…Ma sono interessi brutalmente egoistici di piccole oligarchie operaie che tengono prone alle lor voglie le masnade di politicanti che infestano i parlamenti d’Australia e d’America. Sono interessi grettissimi di chi non vede più lungi di una spanna e CHIUDE GLI OCCHI ALLA ROVINA FUTURA DEL PROPRIO PAESE PER PRESERVARE UN LIVELLO DI SALARI IN MONETA, ELEVATO FUOR DI OGNI RAGIONEVOLE MISURA AL DISOPRA DEL LIVELLO DEI SALARI NEL MONDO. Contro questi gretti e piccoli interessi la ragione non giova; onde è a temere che solo la forza possa avere efficacia. Non sarà certo l’Europa, infrollita dall’umanitarismo, quella che inizierà la guerra della civiltà contro la barbarie esclusivista rinascente nel nuovo e nel nuovissimo continente
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  10. La guerra della civiltà futura sarà combattuta sul Pacifico e saranno i cinesi ed i giapponesi, questi popoli di antichissima civiltà, che, sospinti dalla moltitudine delle loro genti in cerca di terra, imporranno ad americani e ad australiani la TEORIA DELLA PORTA APERTA. Di questo singolare ricorso storico non sarà l’ultima a giovarsi la vecchia Europa, anch’essa contrada di antica civiltà e anch’essa interessata al regime della porta aperta nei paesi nuovi…” [L. EINAUDI, Protezionismo operaio, Corriere della sera 20 novembre 1910].

    Oggi la "guerra della civiltà futura" la combattiamo in €uropa.

    Viviamo nel mondo della post-legalità costituzionale dove, come abbiamo visto anche dai post precedenti, lo Stato è ormai un simulacro, ostaggio e strumento nelle mani del capitalismo globalizzato. In tale mondo l’impossibile diviene normale. L’industria del mercato immigrazionista è finanziata dal capitalismo transnazionale tramite le sub-holding autoctone che possono sfruttare l’accondiscendenza dei tenutari nazionali, i quali piegano a loro piacimento il diritto in favore delle elite mondiali.

    L’umanitarismo becero, accompagnato dall’instrumentum regni cattolico, è solo la falsa coscienza dei coccodrilli: con questi ultimi è inutile parlare di morale

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    1. Ancora grazie Francesco: questa chicca è imperdibile. Ma gli "storici" non la troveranno sicuramente un'analisi "obsoleta": anche, e specialmente, perché non solo la ripetono senza conoscerla, ma si guardano bene dal capirla...

      Tutto è "nuovo", tutto è progresso: grazie agli "sforzi inani fin qui compiuti dai liberisti e dai pacifisti".

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    2. Ma insomma anche la regolazione dell'immigrazione provoca guerre.
      Einaudi era davvero un pacifista con la P maiuscola....vedeva guerre dappertutto e si premurava davvero di evitarle in tutti i modi possibili.
      John Lennon a confronto era un falco guerrafondaio.

      attenzione che se non fai così...zac! guerra in un attimo!
      l'imposta del valore aggiunto è troppo bassa di un punto percentuale....alzala subito! se no domani siamo in guerra!
      le ferie retribuite vanno diminuite di un giorno....altrimenti guerra mondiale!

      La guerra vera l'hanno sempre scatenata quelli come lui contro i loro stessi popoli.

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    3. Perfetto attualissimo esempio della restaurazione che ci sta venendo imposta senza che nessuna battaglia campale lo faccia comprendere in modo inequivocabile. L'incipriato Einaudi sfoggia un difficilmente eguagliabile di odio di classe, accompagnato da fantasmi nient'affatto sopiti tra i benpensanti di oggi: un minimo benessere deve senz'altro andare a braccetto con "l'immoralità" del divorzio, come lui la definisce. Che dire? Evviva "i terroristi del 1793" come li chiama lui, che vollero il divorzio, il diritto/dovere di ribellione e abolirono la schiavitù.

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    4. @Luca Tonelli: forse te l'eri persa, ma in occasione del più granguignolesco massacro bellico che la storia nazionale ricordi, la prima guerra mondiale, Luigi "Lennon" Einaudi fu interventista (punto 2)!

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    5. E infatti, poi, individuò nella prima guerra mondiale "lo sforzo verso la creazione di unità statali superiori"..."Tale interpretazione sarà ripresa e approfondita dalla scuola federalistica inglese negli anni trenta, in particolare da Lionel Robbins, Lord Lothian e Barbara Wootton, e dallo stesso Einaudi e dai federalisti italiani durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi. Dopo l’analisi dell’insufficienza degli stati sovrani a rispondere ai problemi posti dalla crescente interdipendenza economica, è questo il secondo contributo rilevante di Einaudi al chiarimento della tematica riguardante l’unificazione europea”.

      Insomma, guerra è bella se non c'è il protezionismo-guerrafondaio, ma il giusto imperialismo che estende i mercati e abolisce le frontiere...per il nostro bene
      http://orizzonte48.blogspot.it/2015/07/uem-federalismo-ordoliberismo-einaudi-e.html

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    6. Un bene così prezioso da rendere l'olocausto nucleare un rischio del tutto trascurabile. Quanta pacata ragionevolezza.

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    7. mea culpa....me l'ero persa.
      bisogna dargliene atto: la coerenza prima di tutto.

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  11. Caro Presidente, siamo rimasti ormai un manipolo di obsoleti, del tutto anacronistici, in mano a degli anonimi revisionisti dal cervello monopolizzato.

    Ma dalla nostra abbiamo la Costituzione. Questo mi conforta e mi onora della mia obsolescenza :-)

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  12. Visto che si parla di immigrazione e di Francia, un'altra piccola incursione nel passato:

    padronato e governo francesi stanno ricorrendo all’immigrazione massiccia come in altri tempi alla tratta dei Neri per procurarsi una manodopera di moderni schiavi, super sfruttati e sottopagati. Grazie ad essa si realizzano profitti maggiori e si esercita una pressione più intensa sui salari, le condizioni di lavoro e di vita, i diritti dell’insieme dei lavoratori, tanto immigrati che francesi. […] Bisogna fermare l’immigrazione se non si vogliono condannare altri lavoratori alla disoccupazione. […] Per essere più precisi: dobbiamo bloccare l’immigrazione, tanto quella clandestina che quella ufficiale, ma non cacciare con la forza i lavoratori immigrati già presenti in Francia. […] In quelli che sono ormai dei veri e propri ghetti, già si trovano ammassate famiglie con tradizioni, lingue e modi di vivere differenti. Ne derivano tensioni e scontri tra immigrati di diversa provenienza nonché rapporti sempre più difficili con i francesi. Al crescere della concentrazione, la carenza di alloggi si aggrava, l’edilizia popolare diviene sempre più difficilmente accessibile alle famiglie dei lavoratori francesi. I costi dell’assistenza ai lavoratori immigrati e alle loro famiglie che vivono in condizioni di indigenza diventano sempre più insostenibili per i bilanci dei comuni maggiormente interessati in quanto i più popolati da operai e impiegati. La scuola non riesce più a far fronte alla situazione, ritardi nell’apprendimento si accumulano, tanto per i figli degli immigrati che per quelli dei lavoratori francesi. […] I livelli di guardia sono stati raggiunti. Non è più possibile trovare delle soluzioni adeguate se non si mette fine alla situazione intollerabile creata dalla politica razzista del padronato e del governo.

    Questo, per la cronaca, non era né Himmler, né Le Pen padre, ma George Marchais (su L’Humanité del 6 gennaio 1981, citato in Barba e Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, s.p.).

    Ci raccontano i due autori che “i comunisti si ritrovarono completamente isolati. La stampa, tanto di destra che di sinistra (Liberation), insieme a schiere di intellettuali e artisti, fecero a gara nel denunciare «il razzismo del Pcf»” al punto che “il Pcf capitolò, rinunciando a combattere l’immigrazione, a seguito di una riunione del suo ufficio politico nel corso della quale il segretario venne convinto dai suoi compagni che il partito non era in grado di resistere al mitragliamento mediatico-politico.

    Quella levata di scudi mi ricorda qualcosa...

    L’epilogo è segnato da un rovesciamento terminologico che ci accompagna ancora oggi: “mentre come abbiamo appena ricordato ancora all’inizio degli anni Ottanta “razzisti” erano per la sinistra di classe padronato e governo, che attraverso l’immigrazione stavano alimentando la formazione di un esercito di «schiavi moderni super sfruttati e sottopagati», per la sinistra antagonista “razzista” è ogni manifestazione di esasperazione popolare nei confronti di questa massa crescente di moderni schiavi, capace di compromettere gli esiti principali del conflitto di classe – livelli salariali, condizioni di lavoro, protezione sociale – e di sconvolgere le condizioni di vita di interi quartieri.”.

    Ma mi sa che pure Marchais ormai è obsoleto (mentre scommetto che Einaudi e von Mises sono ancora freschi come rose).

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    1. Sì adesso il lavoro si tutela con la precarietà totale e la formazione permanente (in stato di disoccupazione): cioè con la sua de-sicurization.
      E' tutto così "nuovo" che non possiamo capirlo...

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  13. Scusate ma succede a qualcun altro non riuscire a condividere il post su Twitter?

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    1. Qui due spunti di riflessione sul neofascismo liberal, "de destra" e "de sinistra"...

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  14. "Perché i sottostanti finanziatori, che normalmente si muovono secondo la logica dell'investimento rapportato al rendimento finanziario più profittevole, compiono, in definitiva, questo tipo di "investimenti" nella miseria e nella destabilizzazione sociale di un intero continente?"

    E' solo questione di tempo.

    Sulla base delle carte che saranno presumibilmente desecretate tra 30-70 anni gli storici del futuro saranno sicuramente in grado di spiegarlo ai nostri discendenti.

    Il problema pero' e' che l'invasione e' ormai un fatto compiuto, per cui occorre anche pensare ad una strategia per limitare i danni.

    Va bene cercare di bloccare il fenomeno creando consapevolezza, ma la vera sfida mi sembra ormai la gestione politica del problema.

    Con l'auspicato ritorno dei cambi flessibili, con la BDI di nuovo alle dipendenze del governo e con un graduale ritorno al sistema delle partecipazioni statali (che purtroppo temo possa avvenire anche con un regime non democratico) ci sarebbero molti piu' strumenti a disposizione, ma serve anche una strategia di intervento.

    Se (come mi auguro) sopravvivera' il nostro amato stato nazione e si rimarra' nel solco dei principi costituzionali serviranno ingenti investimenti per case, istruzione e...... difesa!

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    1. Se la situazione rimane questa, in realtà il fatto compiuto è in "via" di imposizione: saremmo solo agli inizi del volume di "immissione" progettato. Come dicono fonti €uropee e di alter organizzazioni internazionali, "dobbiamo rassegnarci" al fenomeno per i prossimi 20 anni
      http://orizzonte48.blogspot.it/2016/05/la-profezia-tina-dellitalia-la-grande.html

      Quindi non sappiamo, all'esito del risultato complessivo programmato, che condizioni istituzionali e politiche saranno realizzabili (e realizzate in modo irreversibile): più verosimilmente lo schema delle città globali della Sassen e la stabilizzazione del "dualismo" del mercato del lavoro. Cioè Elysium...

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