martedì 25 aprile 2017

DESTRA ECONOMICA, AUTORITARISMO DEI MERCATI E DESTRA...PER LA PROPAGANDA


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1. Non esiste una destra che non sia destra economica: cioè che non sia ideologia del mercato propugnata dall'oligarchia del capitalismo finanziario e grandindustriale.
Una "destra" che non fosse economica, - e cioè che, più o meno apertamente, respingesse l'ideologia oligarchica del mercato, come entità riassuntiva di ogni dimensione sociale possibile, in quanto libera dalle interferenze dello Stato e perciò tesa all'efficiente allocazione delle risorse "scarse"-, non sarebbe distinguibile da qualsiasi altro partito democratico in senso sociale. 
L'eventuale "etichettatura" come destra perderebbe di qualunque coerenza e incorrerebbe in clamorose contraddizioni: perché chi, prescindendo dall'essenza "economica" della destra, volesse contrapporsi a un avversario politico che non fosse una reale espressione dell'oligarchia economica, finisce spesso ad adottare egli stesso le misure che imputa criticamente a tale avversario (v. alla voce "immigrazione").
Inoltre, ridurre l'essenza della destra, retoricamente e strumentalmente intesa, all'autoritarismo poliziesco ("law and order") è un criterio del tutto inaffidabile: ogni autoritarismo poliziesco, infatti, corrisponde alle scelte istituzionali della "legge", che determina l'oggetto e gli obiettivi dell'azione repressiva (l'autoritarismo poliziesco, per inciso, non è lo "Stato di polizia", concetto che M.S. Giannini riferiva al perseguimento, da parte dello Stato assoluto, "illuminato", di fini collettivi di promozione del benessere generale: servizi pubblici generali in forma di "aziende autonome", istruzione pubblica generalizzata, promozione dell'iniziativa economica, e cura pubblicistica dell'assistenza ai bisognosi).

2. Quindi, anche di fronte all'autoritarismo poliziesco, occorre vedere chi sia il detentore della sovranità, cioè della capacità di imporre incondizionatamente come diritto la propria volontà e i propri comandi. 
L'autoritarismo poliziesco, nella cultura politica e giuridica contemporanea, viene per lo più definito tale in quanto colpisca interessi maggioritari, privando cioè della libertà, e dei "poteri" che ne sono la proiezione speculare, la maggior parte degli appartenenti ad una certa comunità sociale (politicamente unificata dal vivere sul territorio che delimita l'ambito spaziale della sovranità).
Questo concetto "comune" dell'autoritarismo, non risulta mutato per il solo fatto che, all'interno delle democrazie, si postula sempre più come una priorità inderogabile la tutela di determinate minoranze (v. voce: diritti cosmetici): esiste un disegno implicito in questa tendenza, che è quello di "normalizzare" l'idea che, comunque, una minoranza debba prevalere sulla maggioranza in quanto ciò sarebbe espressione di un progresso necessitato: e una volta fissato tale principio, si rende ovvio, e moralmente incontestabile, che il prevalere delle esigenze di qualunque minoranza, ma, per naturale suggestione, principalmente di quella dei ceti economicamente dominanti, costituisca un'evoluzione positiva e un'affermazione di libertà contro l'oppressione statale (qui, p. 3 e anche qui).
 
2.1. Ma se, - al di fuori di questa strategia mirata alla delegittimazione delle democrazie sociali e preparatoria di un neo-autoritarismo affermato con abile gradualità-, l'autoritarismo poliziesco colpisce ed opprime la maggioranza dei cittadini, cioè gli sottrae libertà e potere (sempre perché la libertà "da" è potere "di"), esso è inevitabilmente l'espressione di una legge dettata a tutela di pochi: i pochi che si sottraggono, come detentori del potere, a quelle regole e a quella repressione. Cioè è l'ordinamento giuridico di un'oligarchia
Questo, d'altra parte, è il senso del primato della naturalistica "Legge" (v. p.7), predicato da Hayek e posto alla base del riassetto delle società democratiche europee voluto dai trattati: una libertà per pochi, e da pochi decisa, offerta come il bene supremo per tutti (mito della generalità della legge e dell'eguaglianza formale), da una Legge su misura per pochissimi ma "razionalmente" incontestabile per tutti gli altri (v. sempre p.7).

3. Quindi, l'autoritarismo poliziesco che oggi più comunemente si stigmatizza (ricorrendo alla qualificazione di "dittatura": ma solo quando non sia funzionale alla salvaguardia dell'ordine supremo del mercato) è strutturalmente legato al capitalismo oligarchico, perché nel reprimere il potere della maggioranza intende conservare ed accrescere quello di una minoranza in posizione di vantaggio (e nella sostanza assolta dal rispetto delle regole punitive)
Questa dunque è l'essenza della destra che si caratterizza, inevitabilmente, come "economica" in quanto, all'interno di un sistema produttivo capitalistico (qual è riscontrabile, nell'attualità, praticamente in quasi tutto il pianeta), i pochi che hanno compiuto un sufficiente accumulo di potere da essere, appunto, in grado di assicurarsene la conservazione, sono i proprietari dei mezzi di produzione.
Questi e solo questi, nei fatti, hanno il potere decisionale, di influenzamento, e le risorse finanziarie, che consentono l'incessante azione politica di controllo dell'opinione pubblica e di massa, v.p.10, onde arrivare alla formalizzazione, mediante la "legge", del valore di un assetto che considerano "allocativamente efficiente".

4. Se l'applicazione della legge e delle relative "sanzioni" (indice della giuridicità delle regole) non è rivolta verso/contro la (stragrande) maggioranza dei componenti della comunità sociale, bensì verso minoranze la cui azione è apertamente, e oggettivamente, diretta a limitare libertà e poteri della maggioranza stessa (e dunque al fine di eliminare un precedente sovraccumulo di potere antisociale), si potranno avere forme di autoritarismo, più o meno accentuate, - secondo la sensibilità comune del momento storico  nel concepire l'intangibilità dei diritti di ciascun individuo-, ma non una politica, cioè un assetto sociale, di "destra".

5. Beninteso, ogni autoritarismo è da condannare e da combattere: ma non ogni attività di repressione dell'azione di minoranze, che mirino a sovvertire libertà e poteri della maggioranza per fini di autoconservazione di una propria rendita di potere, è "autoritarismo". 
Lo può essere, in questo caso, se utilizzi come "giuridici" strumenti che, per il contenuto e le modalità delle sanzioni applicabili, tendono a negare il nucleo indeclinabile dei diritti umani. 
Cioè quelle posizioni di vantaggio riconosciute a tutti i cittadini in quanto tali (e agli stranieri, sia pure con il limite, universalmente accettato, della "reciprocità") che sono proclamate, a partire da un certo momento storico (in via approssimativa, a partire dalle rivoluzioni borghesi del XIX° secolo), come diritti propri della "cittadinanza", e che definiscono la egualitaria capacità giuridica dell'essere umano in quanto tale.
Ma, nel caso considerato, non si tratterebbe comunque di un autoritarismo di "destra" perché non avrebbe il fine di limitare e reprimere la maggioranza in favore della conservazione del privilegio economico e politico della minoranza, che reclami l'efficienza allocativa di tale privilegio.

6. Quanto ai contenuti che conducono al travalicare nell'autoritarismo, pur essendo storicamente variabile il nucleo dei diritti umani del cittadino in quanto tale (sarebbe una grave ipocrisia negarlo), il criterio discretivo è quello della "ripugnanza" della misura afflittiva consentita e prescelta dalle norme: la tortura, fisica, anzitutto, ma anche psicologica, la privazione del minimo vitale nell'alimentazione e nell'igiene, l'espropriazione arbitraria della proprietà, l'indifferenza alla condizione di debolezza dell'incolpato sottoposto alle punizioni della legge, la censura dell'espressione del pensiero in quanto essenza della condizione di persona, sono evidentemente strumenti ripugnanti, anche se corrispondessero alla (astratta) "legalità".
Quanto alle modalità di applicazione delle sanzioni (che sono l'inevitabile indicatore della normatività delle regole), queste divengono autoritarie quando si privi il cittadino, che ne sia destinatario, di ogni utile azione legale di difesa davanti a un giudice effettivamente imparziale ed indipendente: cioè terzo rispetto sia al potere esecutivo-poliziesco, che al potere legislativo che detta le regole. Un giudice, perciò, al quale sia consentito  di applicare soltanto le sanzioni previamente stabilite da una norma anteriore ai fatti contestati e anche di poter sindacare la "ripugnanza" delle sanzioni comunque previste rispetto al senso comune storicamente condiviso.
Entrambe le condizioni ("non ripugnanza" e "giusto processo"), possono essere "effettive", e quindi resistenti alla ragion politica che l'autoritarismo tende sempre ad affermare, quando esse (condizioni) siano stabilite in una costituzione che sia immodificabile, almeno in tale parte, dal potere legislativo: cioè da qualunque fenomeno politico contingente.

7. In assenza della predisposizione istituzionale, cioè costituzionale, delle regole invalicabili che garantiscano tali condizioni, anche un potere volto esplicitamente a tutelare gli interessi della maggioranza diverrà autoritario e poliziesco; con il che, possiamo anche verificare ciò che Rosa Luxemburg criticava nello stalinismo.
Ogni autoritarismo, in ogni modo, quale che sia il suo preteso "colore" iniziale, conduce inevitabilmente, in assenza di queste condizioni "costituzionali", alla incontrollabilità dell'apparato repressivo; e la incontrollabilità, a sua volta, all'autoconservazione personalistica del potere repressivo e alla perpetuazione degli arbitrari strumenti di cooptazione dei componenti di tale apparato.

8. Ma poiché un potere incontrollabile è naturalmente autoconservativo della posizione di chi lo incarna (se non altro perché passandolo ad altri si rischia la vendetta di coloro che ne sono stati arbitrariamente oppressi), anche un autoritarismo dettato dalla iniziale finalità di tutelare la maggioranza e di sanzionare i comportamenti antisociali di una minoranza, tenderà a degenerare in un regime oligarchico
E ciò non solo per la tendenza alla conservazione e personalizzazione del potere esercitato (fenomeno storico quasi inevitabile fino all'affermazione del moderno Stato di diritto), ma anche per l'abuso nell'appropriazione della ricchezza che a tale personalizzazione incontrollata si accompagna.
L'esito finale di ogni forma di autoritarismo, dunque, tenderà comunque a degenerare nella sua principale matrice: la destra economica e la predicazione autoritaria dell'assetto allocativo efficiente come conservazione del privilegio di chi è al potere.

9. Svolte queste premesse, non vedo come, - al di fuori del giudizio compiuto alla stregua di valori cosmetici (cioè propagandistici, illogici e manipolatori), che sono imposti per fini di controllo sociale dalle attuali oligarchie, cioè destre, economiche-, possa reputarsi "di destra" Marie Le Pen. Tantomeno di "estrema destra", sottintendendo che ella tenda a travalicare nel fascismo (suscitando variegati fenomeni di antifascismo su Marte) e, comunque, nell'autoritarismo.
Nessuna delle idee contenute nel suo programma (sotto riportato nella schematizzazione fattane dal Sole24 ore, e quindi a lei certamente non favorevole), risulta favorire l'oligarchia del "proprietario-operatore economico" per conservare l'assetto allocativo efficiente su cui si fonda il suo privilegio. Anzi: alcuni dei punti programmatici (ad es; quelli sotto evidenziati) dovrebbero essere già parte condivisa di una piattaforma programmatica comune a tutti i partiti, di tutta l'eurozona, che sostengano il lavoro e il ripristino della democrazia sostanziale.
Né risulta propugnare un processo decisionale e normativo che si sottragga al controllo della Costituzione e del voto popolare (propugnando tra l'altro il sistema proporzionale)
E né risulta volta a sottrarre ad un giudice imparziale e indipendente l'applicazione di sanzioni, meno che mai da considerare come "ripugnanti" anche secondo il senso comune dell'attuale momento storico:
"I principali punti del programma:
- Negoziare con l'Unione europea il recupero della piena sovranità monetaria (con l'abbandono dell'euro), territoriale (con la sospensione dell'accordo di Schengen), legislativa ed economica
-In caso di insuccesso, entro sei mesi referendum per l'uscita dalla Ue
- Superamento dell'indipendenza della banca centrale
- Adozione del proporzionale in tutte le elezioni (con premio di maggioranza alla Camera)
- Abolizione delle Regioni
- Portare dall'1,7% al 3% del Pil il budget della Difesa
- Assunzione di 15mila poliziotti
- Creazione di 40mila posti in più nelle carceri
- Tetto a quota 10mila per l'ingresso di nuovi immigrati
- Abolizione dello “ius soli”
- Stop al ricongiungimento familiare per gli immigrati
- Nuova tassa sull'assunzione di lavoratori stranieri
- Tassa addizionale del 3% su ogni prodotto importato
- Pensione piena a 60 anni (con 40 anni di anzianità contributiva)
- Abolizione della riforma del lavoro."

10. Additare Marie Le Pen, - e la sua lotta per la democrazia del lavoro, contro le oligarchie e la destra economica-, come "estrema destra", almeno fino alla prova di eventuali, e comunque futuri, atti di governo contrari ai diritti inviolabili previsti nella Costituzione francese, appartenenti alla generalità dei cittadini a cui si rivolge, si rivela come un affrettato e grossolano esercizio di propaganda, oggettivamente al servizio degli interessi a cui lei si oppone.

domenica 23 aprile 2017

MACRON HA GIA' PERSO. PERCHE' COMUNQUE AVRA' VINTO LA COMMISSIONE UE.

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1. Facciamo che tutto sia scontato e che i sondaggi questa volta siano attendibili.
Dunque, ci ritroveremmo Macron come Presidente francese. 
La grancassa mediatica italiana, in questi giorni particolarmente agitata, sarebbe finalmente tranquillizzata sul fatto che l'economia nostrana non andrebbe incontro a "terribili scossoni": L€uropa ne uscirebbe rafforzata, i populismi umiliati e la macchina della pace e della crescita, possibili solo dentro l'euro (che non è certo il nostro problema), potrebbe ripartire verso il futuro radioso che i "padri fondatori" de L€uropa avevano da sempre progettato per tutti noi.

Esaminiamo perciò quale situazione si troverebbe a fronteggiare Macron, con le sue idee prioritarie per cui la spesa pubblica andrebbe tagliata di 60 miliardi in via strutturale entro il 2022, - al netto, si badi bene, di un piano di investimenti pubblici quinquennale di 50 miliardi-, il numero dei pubblici dipendenti ridotto stabilmente (50.000 posti soppressi a livello statale e 70.000 a livello locale, entro il 2022). Naturalmente, sempre entro il 2022, secondo il suo programma, ci sarebbe il pareggio strutturale di bilancio, che andrebbe di pari passo, secondo Macron (e il suo piano di investimenti pubblici), con una riduzione della disoccupazione al 7% e, donc, con 1.300.000 posti di lavoro aggiuntivi creati da questo insieme di misure.

2. Ma vediamo anche perché, Macron ha già perso (proprio come sarebbe accaduto per Hillary: cioè a prescindere dall'esito del ballottaggio). 
Il cammino che ha di fronte, infatti, è quello di un feroce e difficile consolidamento fiscale, inevitabile per un presidente che fa della fedeltà alle regole dell'eurozona il suo più rassicurante "cavallo di battaglia" (certamente rassicurante per l'ital-tifo mediatico). 
E non è che la Commissione UE gliela mandi a dire nell'ultimo Country Report del febbraio 2017: nel medio termine, il suo debito pubblico viene ritenuto altamente a rischio. 
La spesa pubblica, la più alta d'€uropa in rapporto al PIL, è giudicata, dalla Commissione, fuori controllo per l'eccessivo ricorso a "sussidi", cioè all'assistenza sociale diversa da quella previdenziale: questa, non sarebbe problematica per via dell'andamento demografico francese, che la Commissione considera, senza sapersi spiegare perché, un'eccezione nell'ambito dell'eurozona! E infatti, non spiegandosi perché, gli addita la spesa sociale come primo "ramo secco" da tagliare:

3. Il debito pubblico, salito oltre il 96% del PIL, cioè 4 punti sopra la media dell'eurozona, è previsto in moderato ma costante aumento, fin oltre il 100% del PIL, a legislazione invariata, scenario che si aggraverebbe di ben 6 punti nel rapporto debito/PIL ove, per un qualsiasi fattore di crisi finanziaria, gli interessi su tale debito dovessero crescere dell'1% (una specie di mezzo avvertimento sulla fine del QE). 
Naturalmente, per la Commissione, il denominatore PIL, cioè la dinamica della crescita (e dell'occupazione) non risente mai del consolidamento fiscale e quindi le basta dire che occorre una correzione prudenziale, preventiva dello scenario più sfavorevole, di 2,8 punti di PIL
Il che già dovrebbe portare all'indebolimento repentino della vocazione di Macron all'ortodossia nel rispetto delle regole dell'eurozona, visto che, invece, se rispettasse questa raccomandazione, dovrebbe dire addio sia alla crescita che alle centinaia e centinaia di migliaia di posti di lavoro che va in giro a promettere (...tranne che ai dipendentipubblicibrutti); anche se può sempre contare sul fatto che la golden share politica della Franza gli consente di fare un po' come je pare...:

4. Invece, le retribuzioni reali sono costantemente cresciute scollandosi dalla ben più modesta crescita della produttività: una delle colpe più gravi nell'eurozona, secondo i ben noti enunciati della BCE (per la quale il Deflationary gap non esiste e, se proprio proprio, si corregge con tanti investimenti privati indotti da tanti bei tagli della spesa pubblica; c.d. crowding out che vedrete, infatti, richiamato dalla Commissione nelle raccomandazioni finali alla Francia, linkate in fondo):


5. E, nonostante ciò, il debito del settore privato, famiglie e imprese, è cresciuto constantemente dal 1998 (ma guarda un po'...), attestandosi attualmente al 144,3% del PIL: preoccupa la Commissione quello delle imprese industriali, di 7,5 punti sopra la media €uropea:
 

6. Insomma, i francesi "hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità", traducendo in soldoni quanto analizza e raccomanda la Commissione. Che, infatti, segnala la seguente situazione delle esportazioni francesi e anche i "consueti" problemini da risolvere: cioè, per la Francia, ma proprio per la Francia dai!, la Commissione si abbandona all'ammissione che la sua perdita di competitività nel periodo 1999-2008 è dovuta al contenimento del costo del lavoro nel resto dell'euro area "in particolare in Germania":

7. Anche scontando il QE e il suo marcato effetto svalutativo, nonché l'orientamento francese all'esportazione prevalente fuori dell'area euro (al suo interno il discorso è invece opposto), infatti, non solo l'aumento del debito, pubblico e privato, indica che la Francia ha vissuto al di sopra delle sue possibilità, tanto che il saldo francese delle partite correnti rimane in deficit: la Commissione, nel suo report, prevede anzi, per i prossimi anni un significativo rischio di notevole peggioramento:
 http://cdn.tradingeconomics.com/charts/france-current-account-to-gdp.png?s=fraca2gdp&v=201704031247t
8. Intanto, nell'immediato, Macron deve raggiungere il pareggio strutturale di bilancio - ma, con comodo, entro il 2022, e sempre sapendo della sua golden share politica-, partendo da questa situazione che, certamente, (con grande sorpresa delle scientifiche conoscenze dell'ital-grancassa) non è stata estranea al mantenimento della crescita dopo la crisi del 2008. Parliamo di deficit pubblico e, a ben vedere la serie, è un vero spettacolo:
France Government Budget
9. Dunque, Macron, o qualunque altro candidato €uro-ortodosso che uscirà dalle urne, avrà un solo possibile indirizzo politico: austerità fiscale e aumento della competitività mediante abbassamento del costo del lavoro. Un obiettivo da raggiungere sia attraverso il mantenimento di un'adeguata disoccupazione strutturale, sia, ancor meglio mediante la "grande trovata" dell'€uropa della pace e del benessere: cioè la diffusione inarrestabile della precarizzazione con la crescente creazione dei working poors. 
D'altra parte, Macron l'ha detto più volte durante la sua campagna: le regole €uropee potranno essere cambiare solo da chi si sarà riveltato credibile, rispettandole scrupolosamente (a parte la golden share..beninteso: se no erano l'Italia). 
Ed infatti, il programma di Macron, specialmente in tema di mercato del lavoro - sia pure abilmente frazionato in più voci apparentemente distinte, per renderle meno percepibili nel loro insieme agli elettori-, ricalca puntualmente le raccomandazioni della Commissione europea (v. schema alle pagg.55-58)!
Ecco, alla faccia di tutte le discussioni e i dibattiti, del tutto scenografici e cosmetici, che hanno simulato diversità "politiche" tra i vari candidati eurofili, l'indirizzo politico che seguirà la Francia, - a prescindere da qualsiasi risultato elettorale, che non sia, ovviamente, l'elezione di Marie Le Pen- è già fissato e lo ha precisato la Commissione UE. Punto.